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Job For A Cowboy - Sun Eater
( 2903 letture )
“In nova fert animus mutatas dicere formas
corpora; di, coeptis (nam vos mutastis et illas)
adspirate meis primaque ab origine mundi
ad mea perpetuum deducite tempora carmen!”

“A narrare il mutare delle forme in corpi nuovi
mi spinge l'estro. O dei, se vostre sono queste metamorfosi,
ispirate il mio disegno, così che il canto dalle origini
del mondo si snodi ininterrotto sino ai miei giorni.”
(Publio Ovidio Nasone, "Le Metamorfosi (vv. 1-4)")


Nella sua opera più rappresentativa Ovidio narra le vicende della storia dell’umanità dal principio fino alla sua contemporaneità utilizzando diversi miti che avevano un unico comun denominatore: le Metamorfosi. Il mutare delle forme in corpi nuovi. Purtroppo, la sua morte avvenne nel 18 d.C. perché se fosse vissuto fino al 2014 mi avrebbe sicuramente risparmiato questa recensione. Avrebbe, senza ombra di dubbio, narrato dei Job for a Cowboy. Chissà se Ovidio sarebbe stato un estimatore del metal, certo è che il percorso stilistico del gruppo americano si può spiegare in un solo modo: tramite la Metamorfosi.
La storia è questa: la band pubblicò i primi due album Genesis e Ruination, rispettivamente nel 2007 e 2009, dove mostrò a tutto il panorama metal (grazie anche ad una serie innumerevole di concerti da spalla a gruppi importantissimi) la propria abilità tecnica e compositiva nel suonare un genere quale il deathcore. Album per il genere ineccepibili ma che, nei confronti degli ascoltatori non del settore, mostravano il fianco a non poche critiche circa originalità e varietà. Tutto questo fino al 2012: anno della presunta fine del mondo per tutti, anno della rinascita “in corpo nuovo” per la band, anno della metamorfosi. Demonocracy, terzo album in studio: partiture complesse, brani più lunghi, massacro sonoro e velocità folli, buon passo avanti; technical death con forti influenze deathcore, la metamorfosi era appena cominciata. Finalmente dopo due lunghi anni la metamorfosi sembra arrivata a compimento.

2014. Sun Eater, album del compimento concettuale, tecnico e compositivo di una band nuova dentro. Mettendo il cd nel lettore non si verrà travolti dalla raffica di note e cambi di tempo feroci che corrispondevano alla vecchia proposta degli statunitensi. Qui si respira aria nuova, c’è pulizia, ordine, gusto e rabbia ragionata. Questo è progressive death metal, qua si parla la stessa lingua dei The Faceless e dei Gorod. La faccenda è più che seria.
Nove brani per un totale di 46 minuti e 41 secondi, nove perle sapientemente composte per mostrare a tutti come il cambiamento è avvenuto in modo, si spera, irreversibile. La band si presenta senza Jon Rice, il batterista dell’ultimo album, al suo posto il session man Danny Walker che per tutto il disco dimostra ottime abilità tecniche sulle alte velocità con un drumming variegato e preciso. Alle asce Sanicandro e Glassman fanno quello che vogliono, riff fulminei con un occhio di riguardo nei confronti dell’armonia e della melodia, cambi di tempo ben congeniati e soprattutto un impianto solistico da paura; non siamo davanti a note sparate a 300 all’ora senza un senso, qua c’è studio e dedizione nel preparare degli assoli di fattura più che pregevole in cui spesso i due chitarristi collaborano per dar vita a trame molto particolari. Il cantante tira fuori una prestazione maiuscola e decide sapientemente di non mutare il proprio modo di cantare alternando growl a scream assassini come da copione. Manca qualcuno all’appello. Schendzielos, rilegato alla fine non perché sia l’ultima ruota del carro ma per il motivo opposto. Siamo davanti ad una prova a dir poco sontuosa, sempre presente, con trame di alta classe e abilità, un lavoro che potrebbe tranquillamente essere ascoltato da solo e non annoierebbe, anzi.
Siamo di fronte ad un album monolitico che fonda il proprio valore sulla compattezza, con atmosfere apocalittiche e trascendenti, sembra di assistere ad una guerra tra gli dei, potrebbe essere la colonna sonora di un film epico. Tra i brani meritevoli di maggiore attenzione vi sono la brutale The Synthetic Sea, in cui fa capolino un ospite del calibro di George “Corpsegrinder” Fisher cantante dei Cannibal Corpse, e che è caratterizzato da un’intro fortemente aggressivo, giocato su alte velocità che però man mano vanno scemando grazie al bridge solistico di qualità assoluta e che verso la fine si trasforma in una cavalcata inesorabile. Eating the Visions of God, la traccia di apertura che fa un po’ da cicerone per tutto il disco, anticipando tutto quello che potrete trovare all’interno, offre velocità moderate, arpeggi e assoli ragionati e soprattutto un senso di pesantezza che pervade poi tutto l’album, come se lo scontro fra gli Dei fosse in qualche modo oppresso dalla troppa pressione atmosferica. Ma il gioiello del disco non è tanto lontano: si chiama Sun of Nihility, secondo brano del platter, che si apre con degli arpeggi “subacquei” tra basso e chitarre semiacustiche le quali anticipano il riff vero e proprio, mentre il batterista letteralmente scherza con il proprio strumento, finché non si entra nel brano ed il riff principale muta anch’esso in mille fioriture fino ad arrivare alla parte solistica da manuale: si parte veloci, si rallenta per dar vita a arpeggi bellissimi, si ritorna ancora più veloci, da applausi.
Tutto ciò è supportato da una produzione di altissimo livello, saggia nel voler dare molto spazio al lavoro del bassista e nel rendere chiaro e pulito l’impianto chitarristico.

Con Sun Eater finalmente i Job for a Cowboy hanno trovato la quadratura del cerchio, dopo tre album di medio livello riescono a dar vita ad un album notevole correggendo tutti i difetti apparsi fino ad allora e che in gran parte dipendevano dal genere proposto: varietà dei pezzi, originalità degli arrangiamenti. Una formazione che mai ci aveva fatto dubitare riguardo le grandi abilità tecniche si è finalmente messa al servizio di un songwriting più accordo e inspirato, destreggiandosi perfettamente in un nuovo genere che si spera continueranno ad esplorare. Un solo dubbio rimane. Cosa ne sarà di noi e della band, domani? Non si sa, siamo tutti nelle mani di Giove.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
90.55 su 9 voti [ VOTA]
Acasualdjentleman
Venerdì 25 Agosto 2017, 14.35.09
11
Le linee di basso sono un qualcosa di stupefacente.
AnalBag
Martedì 25 Luglio 2017, 6.40.39
10
è vero,questo disco se lo sono davvero filato in pochi rispetto ai precedenti,un vero peccato dato che al momento è il loro migliore
freedom
Domenica 10 Gennaio 2016, 16.40.17
9
Strano che la raggiunta maturità artistica sia coincisa con l'inabissarsi della band...ma che fine hanno fatto?? Peccato perché questo disco è mastodontico.
Morgoth
Domenica 4 Ottobre 2015, 11.31.59
8
Album impressionante... Personalmente non sono un fan del Deathcore, a malapena riuscivo ad ascoltare per intero uno dei loro primi album; con Demonocracy la svolta al Technical Death mi aveva già convinto, ma questo... Concordo in pieno con la recensione, brani e arrangiamenti di altissimo livello; mi ha soprattutto colpito il basso...
freedom
Venerdì 10 Luglio 2015, 13.23.49
7
Ascoltato parecchie volte dalla sua uscita, gran bell'album, il loro migliore credo. Completamente rivalutati. Il bassista qui fa cose a dir poco spettacolari, un vero mostro di bravura ma non solo, anche di gusto. Confermo il voto della recensione.
Macca
Venerdì 10 Luglio 2015, 10.24.43
6
La metamorfosi è completata. Tuttavia secondo me, seppur bravi, rimangono una spanna sotto ad altri acts, quantomeno a me non convincono appieno neanche in queste vesti: preferisco di gran lunga il modo di suonare e l'approccio al prog death di gente come Fallujah, Faceless e Gorod.
evil never dies
Martedì 24 Febbraio 2015, 21.57.33
5
bel disco !!!
MrFreddy
Mercoledì 21 Gennaio 2015, 16.42.02
4
Dischillo carino, finalmente mi sembra che abbiano inquadrato una buona direzione dopo Demonocracy che faceva tutto a metà risultando parecchio irritante. Qui poi c'è una sezione ritmica da paura.
freedom
Mercoledì 21 Gennaio 2015, 11.23.35
3
Visti dal vivo qualche anno fa' e spaccavano veramente i culi, però su disco non mi sono mai piaciuti più di tanto. Magari questa è la volta buona...vedremo.
marduk
Mercoledì 21 Gennaio 2015, 11.06.41
2
gran bel disco
Ad astra
Mercoledì 21 Gennaio 2015, 10.37.00
1
Molto bello.... Probabilmente l'aggiunta di walker come batterista ha dato il tocco in più.... Ad oggi il loro migliore risultato.
INFORMAZIONI
2014
Metal Blade Records
Prog Death
Tracklist
1. Eating the Visions of God
2. Sun of Nihility
3. The Stone Cross
4. The Synthetic Sea
5. A Global Shift
6. The Celestial Antidote
7. Encircled by Mirrors
8. Buried Monuments
9. Worming Nightfall
Line Up
Johnny Davy (Voce)
Al Glassman (Chitarra)
Tony Sanicandro (Chitarra)
Nick Schendzielos (Basso)
Danny Walker (Batteria)

Musicisti Ospiti:
George Fisher (Voce nella traccia 4)
 
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