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Mudvayne - The End of All Things to Come
( 3011 letture )
La storia si ripete, è tutto un proporsi e riproporsi di eventi. Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche per spiegare la propria teoria dell’Eterno Ritorno disse pressappoco così “dato per certo che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, col passare dei secoli e dei millenni c’è una probabilità che gli atomi si ricongiungano nelle stesse condizioni di adesso, ad esempio” dunque non ci deve sembrar strano o inusuale che un dato pensiero o una data situazione si riproponga anche dopo molto tempo.
Siamo a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 e l’immaginario collettivo è “turbato” dall’avvento della seconda rivoluzione industriale che cambia il volto alle grandi città grazie alla tecnologia. È il periodo delle grandi scoperte, due su tutte la psicanalisi e la relatività, che portarono l’immaginario culturale collettivo ad una presa di coscienza circa l’impossibilità di dominare non solo il mondo circostante ma anche se stessi. L’antropocentrismo era un capitolo più che chiuso. Queste varie condizioni si ripercuoteranno sulle menti più sensibili del tempo con risultati dal punto di vista artistico a dir poco sconvolgenti. Avremo un pittore che con il suo Urlo ci comunica meglio di chiunque altri cosa vuol dire la parola angoscia, il sentimento di paura verso qualcosa che non si sa cosa sia. Un poeta che nei suoi Fiori del Male ci parla di come vedrà Parigi non appartenergli più a causa della modernità. Uno scrittore che narra di situazioni paradossali, angoscianti, che da lì in poi prenderanno il suo nome come aggettivo. Il punto è proprio questo, le situazioni si ripropongono, la storia si ripete. Accade che questo sentimento di alienazione dalla società in cui si vive venga riproposto con la stessa veemenza e una certa insistenza da vari gruppi tra la fine degli anni ‘90 e gli inizi degli ’00, tutti facenti parte del filone nu/alternative. Come visto in precedenza però, anche la stessa situazione, lo stesso sentimento, filtrato da diverse sensibilità alla fine porta a risultati molto diversi tra loro.
Dal punto di vista prettamente musicale, tralasciando dunque i testi, questa sfiducia nei confronti della società negli Slipknot viene tramutata in rabbia ferina, nei Deftones e nei Korn viene tramutata in malinconia esistenziale. E nei Mudvayne? I Mudvayne non prendono nessuna delle due strade, prendono direttamente il cartello dell’incrocio in pieno: scelgono di rappresentare musicalmente la follia, l’instabilità mentale. Lo fanno in maniera eccelsa, grazie ad un cantante che butta sul microfono prestazioni allucinanti, in cui passa da growl arrabbiati ad una voce pulita dolce e malinconica, riuscendo a dare una voce credibile alla psicosi. Oltre al cantato il vero punto focale che scioglie ogni dubbio circa la “malattia” dei Mudvayne è un altro: la sezione ritmica. Un batterista ed un bassista che sembrano essere nati insieme, dei gemelli siamesi del ritmo; il batterista è alla stregua di una macchina in quanto non fa che sfornare pattern tecnici, precisi e sempre vari, mentre il bassista disegna atmosfere cupe e malsane alternando con un’ottima tecnica riffing complessi anche in slap. Ma parliamo un po’ dell’album.

The End of All Things to Come esce nel novembre del 2002 ed è il secondo della band che due anni prima debuttò in modo molto positivo con L.D. 50 . Rispetto al debutto questo album fa un passo avanti mostrando anche altri lati che erano rimasti celati dallo zelo e dalla eccessiva foga del primo. Infatti rimangono pressoché invariate le qualità mostrate in L.D. 50 come la ferocia, i complicati riff, i cambi repentini, una tecnica strumentistica sopra la norma; a queste si aggiungono però una maggiore consapevolezza dei propri mezzi, un maggior lirismo e una apertura verso la melodia. Ciò non vuole affatto dire che la band si sia in qualche modo “rammollita” o snaturata, semplicemente ha aggiunto delle frecce al proprio arco dimostrando di poter tranquillamente mantenere degli standard qualitativi elevati pur cambiando atmosfere. Lo stile della band si può inquadrare come un ponte che intercede tra le strambe atmosfere dei Primus e i riff monolitici e malati dei Deftones.
Tutte queste qualità le troviamo ad esempio in Not Falling in cui vediamo comparire riff schiacciasassi con una chitarra taglientissima, ottime linee di cantato pulito che si intreccia con i cori growl registrati da Chad Gray stesso e cambi di tempo fulminei. Per quanto riguarda la sezione ritmica, se volete avere una prova tangibile di quello che è in grado di fare (il livello è comunque pazzesco in ogni pezzo) vi basterà ascoltare Shadow of a Man che si segnala tra l’altro per un ritornello bellissimo: si tratta di un pezzo dall’incedere ipnotico che al centro ti sveglia improvvistamente con una serie di stop and go quasi jazzistici. In questo grande calderone di riff e atmosfere c’è anche spazio per una power ballad dalla delicatezza iniziale inaspettata: World so Cold ti apre il cuore con il suo incedere silenzioso, senza distorsioni iniziali, per poi trascinarti all’interno della tempesta generata dalla mente del cantante che passa con disinvoltura dal cantato pulito, al growl al rap, la sua migliore prestazione senza ombra di dubbi. Nella tracklist è davvero difficile scegliere un brano al posto di un altro in quanto sono tutti delle perle ognuno con una sfumatura diversa, dal basso distorto dei Silenced al riff con tanto di wawa di In skrying dal piglio quasi funkeggiante, per arrivare alle atmosfere che ricordano vagamente i Radiohead in Mercy, Severity.

Concludendo, The End of All Things to Come è una perla dell’universo alternative che ci mostra una band nel pieno delle proprie qualità, amalgamarsi quasi in modo liquido grazie anche alle sapienti mani di Dave Bottrill, produttore fra gli altri dei Tool e dei Dream Theater, il quale ha saputo tirare fuori un suono pieno e rotondo, evidenziando tutte le sfumature di una band piena di idee. Varietà e ferocia del lavoro chitarristico, follia vocale, sezione ritmica precisissima e tra le più tecniche dell’intero panorama metal, messi insieme hanno saputo dar vita ad una perla priva di alcun momento buio, a meno che per momento buio non intendiate l’amalgamarsi di pensieri strani che prescindono da una reale presa sulla realtà che volano e viaggiano all’interno delle più remote paure della gente, delle azioni senza senso, dei movimenti spasmodici; in quel caso si, ed è enorme.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
78.88 su 9 voti [ VOTA]
black
Lunedì 2 Maggio 2016, 0.16.35
11
Grande uscita! Not falling vale il prezzo del disco! Ottime canzoni anche se preferisco il disco d esordio. Gruppo punta del movimento, assieme a Korn slipknot e coal chamber i migliori secondo i miei gusti
Macca
Venerdì 6 Marzo 2015, 23.08.10
10
La title track e "Not Falling" fanno paura, ma in generale si tratta di un buon disco di una band che per qualche tempo è stata sulla cresta dell'onda, anche grazie al face-painting che in quel periodo in ambito nu/alternative prendeva non poco. Peccato che abbiano perso un pò di smalto in seguito, perchè questo e soprattutto LD 50 sono due album che, nel loro genere, non sono molti a poter dire di avere nella propria discografia. Voto 76
Nu Metal Head
Mercoledì 4 Marzo 2015, 0.37.41
9
ben detto amico/nemico vomitself, un delirante incrocio tra slipknot e tool...
VomitSelf
Martedì 3 Marzo 2015, 23.30.00
8
A me questo deluse non poco. Impallidisce rispetto a quel folle ibrido Crossover-Prog-Post-Thrash (???) che fu il precedente lavoro, quel 'LD.50' che suonava come un delirante incrocio tra primi Slipknot e Tool.
Master Killer
Martedì 3 Marzo 2015, 21.04.06
7
@Threepieces scusaaaaa giusto!!! e io che faccio l'artistico che lo scambio per van gogh, grazie per avermi corretto!!!
Nu Metal Head
Martedì 3 Marzo 2015, 20.15.52
6
di questo platter conosco la sola "world so cold"... aspetto con ansia invece la recensione di quella bomba di "L.D. 50", che al contrario conosco quasi come le mie tasche...
ThreePieces
Martedì 3 Marzo 2015, 20.07.17
5
@masterkiller grazie mille!!!...anche se é munch il pittore citato nella recensione
Master Killer
Martedì 3 Marzo 2015, 20.04.17
4
comuqneu @ThreePieces apprezzo molto che nella recensione hai citato il grande Baudelaire e Van Gogh, hai la mia stima, sappilo (compreso pure Nietzsche e Kafka)
Master Killer
Martedì 3 Marzo 2015, 20.02.02
3
Li conobbi grazie a Dig, non erano una band qualunque, cioè basta ascoltare LD 50 per capire di cosa sto parlando.. questo album non presi molto in considerazione, forse avrò fatto un grande sbaglio, non resta che rimediare
freedom
Lunedì 2 Marzo 2015, 14.30.37
2
Il mio preferito resta LD 50, però anche questo e Lost and Found non sono male. Band che ai tempi godeva di notevole rispetto e successo, oggi un po' caduti nel dimenticatoio.
Hellion
Domenica 1 Marzo 2015, 11.43.10
1
Vidi questo tour ed il precedente. Grandissima band.
INFORMAZIONI
2002
Epic Records
Alternative Metal
Tracklist
1. Silenced
2. Trapped in the Wake of a Dream
3. Not Falling
4. (Per)Version of a Truth
5. Mercy, Severity
6. World so Cold
7. The Patient Mental
8. Skrying
9. Solve et Coagula
10. Shadow of a Man
11. 12:97:24:99
12. The End of All Things to Come
13. A Key to Nothing
Line Up
Chad Gray (Voce)
Greg Tribbet (Chitarra)
Ryan Martinie (Basso)
Matthew McDonough (Batteria)
 
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