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Manilla Road - The Blessed Curse
( 2625 letture )
Una band straordinaria. Non si può fare a meno di provare ammirazione e rispetto per un gruppo come I Manilla Road, tra i capostipiti assoluti di un genere, fedeli a se stessi e alla propria visione della musica in maniera totale, fieri e umili al tempo stesso. Il diciassettesimo album da studio di questa leggenda del metal arriva dopo un buonissimo ritorno come Mysterium, disco che li ha davvero rilanciati, consentendogli di aggrappare in maniera ancora più profonda quell’underground che da sempre ne è la casa e il limbo. Perché se è vero che ammirazione e rispetto non sono mai mancati al gruppo di Wichita, altrettanto possiamo dire del sostanziale disinteresse della moltitudine di fronte alle loro uscite musicali e non solo a quelle. Per anni i nostri si sono dibattuti nell’indifferenza e quasi nello scherno, di fronte ad un mondo musicale in continua evoluzione, rispetto al quale si sono mantenuti tetragoni e puri, proseguendo la loro evoluzione, senza che in realtà le coordinate cambiassero poi molto, eppure senza far mancare via via qualche ulteriore aggiustamento, in un percorso quasi in solitaria, indifferente ad altri che a se stesso. Ormai si può dire che la formula compositiva sia ampiamente rodata: epic metal nella sua forma barbarica e vera, sepolcrale e guerreggiante, influenze thrash mai troppo velate che irrobustiscono le trame e una attitudine fortemente legata ai 70’s in particolare per quanto riguarda i solismi di Mark Shelton. Il reparto vocale è ormai da anni suddiviso tra lo stesso leader e il fido Bryan Patrick, che ricalca in tutto e per tutto il classico stile salmodiante e nasale del mentore riuscendo in una difficile operazione di camaleontismo, che sicuramente ne danneggia l’espressività individuale a favore di una maggior coerenza con la storia del gruppo. Eppure, qualche novità i nostri non vogliono farcela mancare, a partire dal formato di questa uscita, un doppio album per un totale di quasi cento minuti di musica, per arrivare anche a qualcosa di più concretamente influente proprio sulla proposta del gruppo.

Come i più attenti sicuramente già sapranno, Mark Shelton farà uscire a breve un album solista col suo progetto Obsidian Dreams, di natura essenzialmente acustica. E’ difficile dire se sia nata prima la gallina o prima l’uovo e cioè se l’influenza di questo tipo di approccio si sia riverberato sul lavoro dei Manilla Road o se non sia piuttosto il lavoro fatto per questo album ad aver innescato nel chitarrista la scintilla che porterà a questa ulteriore uscita. In ogni caso, è certo che la componente acustica e semielettrica rivestono una notevole importanza in The Blessed Curse, andando ad amalgamarsi in maniera ottima al classico repertorio del gruppo. Si fa notare, ulteriormente, un vero e proprio profluvio solistico di Shelton, che caratterizza ciascun brano e va a costituire un valore aggiunto alla release, data la generale ottima ispirazione di cui godono questi momenti, ancorché insistiti. La scelta stilistica acustica ben si adatta in realtà alla trama seguita nell’album. Liricamente parlando, infatti, tutto è centrato sull’epopea di Gilgamesh, eroe Sumero e Re di Uruk, la quale costituisce il più antico ciclo epico mai ritrovato essendosi composta in sei diverse versioni tra il 2150 e il 1700 A. C. La versione più conosciuta è Babilonese, ma il ciclo era diffuso in tutto il mondo antico e se ne trovano versioni in varie altre lingue, a partire da quella Ittita. L’apparato lirico conserva quindi intatto il tipico substrato eroico e mitologico che i Manilla Road hanno sempre perseguito. L’alternanza tra esplosioni elettriche e parti acustiche o semiacustiche non fa che enfatizzare quanto cantato da Shelton e Patrick e già l’iniziale titletrack si apre con un arpeggio evocativo che poi evolve in un robusto riff e da il via ad un brano che scorrendo si rivela splendido, grazie anche ai due assoli davvero riusciti, in particolare il primo per costruzione ritmica, il secondo per impeto e scelte melodiche. Un grandissimo inizio, doppiato dalla rovente Truth in the Ash, classico pezzo semi-thrash che alza il battito cardiaco e ci traghetta velocemente al secondo momento topico del disco, la lunga ed emozionante Tomes of Clay. Il giro orientaleggiante su cui si regge il brano sa in realtà di già “sentito”, ma l’atmosfera del brano è semplicemente irresistibile, un vero capolavoro di passaggi acustici e solos elettrici, accompagnati dal cantato ispirato ed evocativo. Applausi. Si torna a picchiare duro con The Dead Still Speaks e le sue rutilanti parti di batteria, per poi lasciare spazio ad un nuovo brano acustico: Falling, anche questo semplice ma letteralmente da brividi. Non fosse per il quasi lugubre cantato e per l’inarrestabile prestazione di Neudi, letteralmente incontenibile sotto un brano quasi interamente condotto dalle chitarre acustiche, sembrerebbe di ascoltare una canzone degli America o di Crosby, Still & Nash. L’effetto è davvero notevole. Chiusa la prima parte, seguono un filotto di brani più “classici” del repertorio di casa, con la consueta atmosfera guerreggiante e il costante scontro tra le parti di batteria e i riff di chitarra. In particolare, si segnalano una Reign of Dreams tiratissima e praticamente thrash e la cadenzata e rutilante Luxiferia’s Night -la cui melodia vocale nella prima parte è praticamente identica a quella di Beyond the Black dei Metal Church. Più anonime anche se non brutte Kings of Invention e Sword of Hate, che poco aggiungono al resto se non per l’ottimo lavoro di Shelton in fase solista. Fortunatamente, a riscattare una seconda parte non proprio eccelsa, arriva l’ultimo asso dell’album. The Muses Kiss è infatti anch’essa incentrata sullo stile che ha caratterizzato gli episodi migliori dell’album, quel connubio di acustico ed elettrico che costituisce il quid in più di The Blessed Curse ed alza il livello emozionale a livelli che competono solo a pochi. Anche in questo caso l’ispirazione è ottima e anche stavolta non sono i fuochi d’artificio a stupire, ma semplicemente la cura con cui il tutto è realizzato e le varie parti si incastonano, andando a creare un brano da tramandare ai posteri, simbolicamente graziato dal “bacio delle Muse”.
La corsa non ha però raggiunto il suo traguardo, siamo anzi solo a metà e dopo il primo CD arriviamo al secondo, After the Muse. Nel caso specifico, va detto che ci troviamo di fronte ad una sorta di completamento del primo album, un ampio corollario (perfino appena più lungo nel minutaggio), più che un disco vero e proprio. Si perde quindi l’unitarietà e in un certo senso anche la necessità del primo frammento, per dare spazio ad alcuni brani che evidentemente non avevano trovato spazio nella coerenza di The Blessed Curse e sono stati qui collocati, giustificando il secondo CD con l’aggiunta di una doppia versione di All Hallows Eve, che occupa da sola quasi metà dell’intero album, della quale francamente non si sentiva la mancanza. Si tratta infatti di un brano risalente nella sua prima versione originale da studio al 1981 e che, in buona sostanza, può definirsi una lunga improvvisazione da sala prove. La classica situazione nella quale si ha un riff o una melodia che girano in testa e si parte suonando quella, per vedere se viene fuori qualcosa di buono o la chiave di volta che porti ad un brano vero e proprio. Ecco, qui non succede niente di tutto questo e tolta l'idea di base, i dieci minuti di lunghezza si trascinano in maniera quasi pesante. Chiaro che la seconda versione, registrata oltre trent’anni dopo, pur maggiormente strutturata e con un senso finale che l’originale non possiede, non possa essere un capolavoro, nei suoi lunghissimi quindici minuti. Qui a contare è il valore storico, più che musicale anche se la natura semiacustica/elettrica in qualche modo ben si amalgama alla tendenza dell'album, trovando quindi una sua collocazione dopo tanto tempo. Veniamo invece ai brani inediti: si tratta quasi in assoluto di canzoni acustiche, molto ben fatte e piacevoli e tutto sommato piuttosto distanti da quello che è il classico stile dei Manilla Road, nelle quali Shelton quasi balla da solo, accompagnato dai compagni di band. Per quanto mano e tocco siano inconfondibili, After the Muse appare una bellissima e malinconica ballata che non avrebbe affatto –orrore- sfigurato in un disco dei Soundgarden o dei Temple of the Dog. Altrettanto si può dire di Life Goes On, altro bellissimo brano, graziato da passaggi liquidissimi di chitarra elettrica che fanno letteralmente viaggiare la mente e donano un colore inaspettato di pace e saggezza, regalando ulteriore ampiezza allo spettro musicale di questa band, non certo nota per simili luminosità; per In Search of the Lost Chord il discorso non cambia, ma assume una venatura leggermente più drammatica, che non guasta e contribuisce a riportare in assetto il disco. Reach sembra inizialmente un brano “scappato” da Led Zeppelin III e il suo essere folk dà un ulteriore e ottimo assaggio delle potenzialità e dell’ampiezza compositiva di Shelton, mentre la seconda parte recupera le atmosfere del primo album con un risultato anche stavolta molto interessante e positivo, seppur complessivamente inferiore.

Concludendo questa lunga disamina, necessaria vista la mole di materiale proposto, resta l’idea che i Manilla Road siano davvero una band straordinaria, il valore intrinseco della quale va anche e molto al di là della pura sostanzialità della musica contenuta nei loro album. The Blessed Curse è infatti un vero e proprio scrigno di tesori: quasi due ore di musica dall’ampio respiro, nel quale convivono ispirazioni liriche altissime, qualità compositive ancora oggi capaci di rinnovarsi e raggiungere nuovi orizzonti e uno spessore artistico raro, anzi, unico. Se nel genere epic qualcuno può davvero guardare tutti dall’alto di una discografia imponente e capace di elevarsi tuttora, ebbene l’unico nome possibile sono i Manilla Road. Il gruppo di Mark Shelton non ha mai conosciuto le vere luci della ribalta, non ha mai dovuto confrontarsi con i demoni del successo, ma resta una gemma incontaminata e intoccabile dal tempo, che ne ha invece esaltato la grandezza e il valore. La prima parte di The Blessed Curse offre il suo meglio nell’incontro tra acustico ed elettrico, tra il tema trattato e le atmosfere vivide ed emozionanti evocate. Il resto sono un pugno di buone canzoni di impatto, che tengono il ritmo agonistico, senza impressionare e senza deludere. Il secondo CD è invece una raccolta di brani un po’ discontinua, nella quale emerge in maniera prepotente la vena acustica del band leader, intervallata da un brano incompiuto non splendido, anzi, che pur trovando una sua versione finale sicuramente pregevole, va ad aggiungere massa, più che sostanza, al trono dei Manilla Road. Il risultato complessivo non è quindi privo di ombre e le criticità non possono essere sottaciute, a partire dalla consueta produzione polverosa e fin troppo ovattata, per concludere con qualche brano non proprio indimenticabile. Eppure, alla fine del lungo, lunghissimo ascolto, non si può che alzarsi in piedi ed applaudire, grati, questi splendidi esecutori e il loro immenso Maestro e direttore. Si va ben oltre all’onore delle armi, ancora una volta.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
89.46 su 13 voti [ VOTA]
Lizard
Giovedì 30 Novembre 2017, 18.52.43
7
@fra: assolutamente sì!
fra
Giovedì 30 Novembre 2017, 14.33.22
6
@Lizard recensirete anche l'ultimo To Kill A King?
Aceshigh
Venerdì 27 Ottobre 2017, 16.13.19
5
Concordo con il voto della recensione. Bell'album, anche se stavolta un po' pesante da digerire (non solo per la durata totale); comunque i Manilla Road sono una sicurezza!
dario
Sabato 30 Gennaio 2016, 0.40.14
4
Album veramente bello. Uno stile unico quello dei Manilla. Bella recensione, alzerei un po' il voto...80 ci sta tutto.
Punto Omega
Lunedì 9 Marzo 2015, 12.21.46
3
Il migliore dacché si sono riformati. Acquisto obbligatorio.
Ditark
Sabato 7 Marzo 2015, 9.33.04
2
Disco stupendo, sono rimasti solo loro.
metallo
Venerdì 6 Marzo 2015, 22.18.06
1
Purtroppo non ce l'ho, faro' il posdibile, dalla recensione sembra sia un lavoro interessante, comunque anche loro anche se non hanno avuto il successo con la S maiusvola, sono a tutti gli effetti delle leggende in ambito epic metal.
INFORMAZIONI
2015
ZYX Music/Golden Core
Epic
Tracklist
CD 1: The Blessed Curse
1. The Blessed Curse
2. Truth in the Ash
3. Tomes of Clay
4. The Dead Still Speak
5. Falling
6. King of Invention
7. Reign of Dreams
8. Luxiferia’s Light
9. Sword of Hate
10. The Muses Kiss

CD 2: After the Muse
1. After the Muse
2. Life Goes On
3. All Hallows Eve (Live Rehearsal)
4. In Search of the Lost Chord
5. Reach
6. All Hallows Eve (2014 Studio Recording)
Line Up
Mark "The Shark" Shelton (Voce, Chitarra)
Bryan "Hellroadie" Patrick (Voce)
Joshua Castillo (Basso)
Neudi (Batteria)
 
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