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( 1990 letture )
All That Remains. Primo pensiero: argomento spinoso, spigoloso.
Eccezion fatta per i bellissimi (e per certi versi sottovalutati) This Darkened Heart (2004), Fall of Ideals (2006) e For We Are Many (2010), la band americana ha prodotto album altalenanti, quantomeno. Lo scialbo Overcome (2008) e il terribile A War You Cannot Win (2012) non hanno aiutato la band a migliorare il tiro, portando il songwriting e la popolarità dei nostri verso una parabola discendente e spesso imbarazzante. Il personaggio ''scomodo'' di Phil Labonte, con le sue dichiarazioni sempre fuori luogo, non aiuta certo la situazione, già di per se complessa, del gruppo metalcore più criticato degli ultimi anni. Già, ma parliamo veramente di metal-core? Non esattamente. E fin qui, nessun problema, ma dobbiamo pensare che -al di la delle volatili etichette- dovremmo avere buona musica tra le mani, invece ci troviamo al cospetto di un susseguirsi di problematiche piuttosto rilevanti.

Stop. Riavvolgiamo un attimo il nastro / flusso di pensieri. Non siamo di fronte a un vero e proprio disastro ferroviario, quanto più a un pot-pourri di influenze amalgamate molto male tra loro. La band vorrebbe suonare ultra-heavy con No Knock, ma cade immediatamente nel vortice di sbadigli, cedendo il passo alle scontate Divide e The Greatest Generation , esempi di patch-work hard/radiofonici inutili e piatti. Sentore fastidioso di ''auto-tune'', e non è di certo un buon segno (non in questo contesto).
La tecnica di Martin e Herbert alle sei corde non si discute: entrambi professori di chitarra, i loro assoli sono sempre piacevoli e melliflui, liquidi e tecnici, anche se non esageratamente lunghi e complessi. Mister Costa , dietro le pelli, era conosciuto come uno dei più tecnici drummer in circolazione solo dieci anni fa (qualcuno ricorderà il suo materiale, fenomenale, scritto insieme ai Diecast), con un bagaglio di influenze prog, thrash e tech. Qui, ancora più che nei precedenti capitoli, il batterista non brilla mai di luce propria, affossato costantemente dalle vocals ultra-prodotte di Labonte, protagonista -nel bene e nel male- dei dodici brani presenti nel platter. Riflettori che risultano, a conti fatti, inutilmente accesi sul leader della band. Pernicious è semplicemente il pezzo peggiore mai scritto dal five-piece: inverosimilmente mal costruito, con linee vocali che rasentano il ridicolo, e una costruzione che vorrebbe ''staccarsi'' dal classico formato strofa/ritornello ma che -infine- risulta solo stucchevole. Insomma, grossi punti interrogativi piovono dal cielo come navette Soyuz senza propellente. I brani classici, non per definizione ma per sonorità ci sono, certo. La sovracitata No Knock e Trv-Kult-Metal sono esempi lampanti, ma bruciati in toto dall'ironia malcelata del frontman che, ancora una volta, rovina tutto con testi stupidamente saccenti, che -a tratti- denotano una totale mancanza di rispetto nei confronti della scena e, in generale, dei metal fans. I tocchi di classe li vediamo arrivare sempre dalla ''corsia d'emergenza'', ovvero dalle due asce, come nel bridge di Bite My Tongue, estroverso e quasi jazz. Unica perla all'interno del brano. Il finale affidato alla lunga Criticism and Self-Realization porta con se buoni dosi di sapienza strumentale, concessa come sempre da Martin e Herbert, che intessono trame quasi progressive, assoli dal sapore power e intermezzi tecnici. Poco dopo i 5 minuti però, un bruttissimo e accampato effetto in fading accompagna il pezzo verso un breve interludio rumoristico e un outro strumentale/pianistico sì d'effetto, ma totalmente fuori luogo.

Torniamo al punto di partenza: non possiamo salvare il nuovo album dei All That Remains, se non alcune cose: sfumature, bersagli mancati di poco, fraseggi e assoli. Un po' poco per un album nuovo di zecca, partorito dopo oltre tre anni di gestazione e doverosi stop. Il cammino smarrito? La volontà di suonare accessibili e prevedibili? Come abbiamo disquisito poc'anzi, il genere proposto è molto relativo. La buona musica risiede ovunque, basta solo scoprirla e, in questo caso specifico, tirarla fuori. Probabilmente la botte è vuota e, in casa ATR, il buon vino scarseggia. Così, dopo 15 anni di carriera spalmata tra alti e bassi, di tour importanti, di pesanti critiche e brusche risposte, la band americana riprende il mano il percorso artistico nel mondo più scialbo possibile, ovvero pescando a caso dal vuoto che circonda le composizioni di The Order of Things. Poco cuore e rabbia di plastica. Il giocattolo si rompe. Avremmo tutti preferito ascoltare quaranta minuti di heavy metal scritto e suonato con l'anima, non con l'autopilota inserito.



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
43 su 5 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2015
Razor & Tie
Metal Core
Tracklist
1. This Probably Won't End Well
2. No Knock
3. Divide
4. The Greatest Generation
5. For You
6. A Reason for Me to Fight
7. Victory Lap
8. Pernicious
9. Bite My Tongue
10. Flat Empire
11. Trv-Kult-Metal
12. Criticism and Self-Realization
Line Up
Phil Labonte (Voce)
Oli Herbert (Chitarra)
Mike Martin (Chitarra)
Jeanne Sagan (Basso, Cori)
Jason Costa (Batteria)
 
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