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Razzmattazz - Sons of Guns
( 1723 letture )
Uno dei principali problemi della discografia rock odierna è senza dubbio la frammentazione: difficile trovare un gruppo sorto negli ultimi quindici anni che metta tutti d’accordo. Difficile, se non impossibile. Le file degli ascoltatori di questa musica si sono probabilmente molto ridotte rispetto al passato e, inoltre, specializzate quasi tutte in una precisa nicchia, al di fuori della quale si muovono male e in maniera quasi spaesata, preferendo di gran lunga l’abbraccio delle proprie certezze, coltivate a mo’ di scudo contro il resto del mondo. D’altra parte, visto un secondo problema della discografia odierna e cioè la pubblicazione ipertrofica di album su album, che ha fatto lievitare le uscite mensili attorno alle centinaia, se non migliaia di dischi, anche per gli appassionati di un solo specifico settore diventa difficile se non impossibile riuscire a seguire tutto con la dovuta attenzione, onde non perdere disgraziatamente la perla dell’underground, piuttosto che dare per morto troppo presto un gruppo importante o storico. A questo aggiungiamo la rivoluzione tecnologica e il cambiamento dei metodi di fruizione della musica e il quadro è completo. Praticamente è fisiologico che riuscire ad imporsi davvero, sfondando l’infinità di steccati che vanno moltiplicandosi tra frazioni sempre più piccole di ascoltatori, sia diventato virtualmente impossibile. Ecco quindi che per molti diventa quasi necessario distaccarsi da tutto questo, uscire da un circolo vizioso apparentemente inarrestabile e fare un passo indietro, a quando tutto era bello e diverso da adesso. Tanti gruppi hanno costruito la loro fortuna così, andando alla ricerca delle radici musicali e di un approccio diverso da quello dell’epoca in cui vivono e suonano.

Per i Razzmattazz il problema non è tanto quello della specializzazione: loro suonano hard rock, uno dei più classici degli hard rock, quello di matrice AC/DC, per intenderci e lo fanno in maniera dannatamente convinta. Il problema semmai arriva dalla seconda faccia del problema: quello della proliferazione incontrollata di album di settore, identici l’uno all’altro che nulla hanno da aggiungere a quelli che li hanno preceduti e seguiti. Ecco, per i Razzmattazz il problema vero è proprio questo. Diciamo che il famoso slogan: “ti piace vincere facile?” per questi non giovanissimi ragazzi diventa un vero e proprio inno, già dal monicker, per passare ai titoli del disco e delle canzoni, al look e infine alla musica proposta. AC/DC, quindi. Ma qui non si parla di mera ispirazione, qui siamo proprio al plagio vero e proprio. Non c’è un solo riff, soluzione ritmica e solistica o una sola idea in questo Sons of Guns che non sia preso di peso dal repertorio della band australiana e replicato. Al limite, se proprio dobbiamo cercare una qualche ispirazione particolare, la troveremmo nel southern rock, con qualche canzone nella quale l’accoppiata Molly Hatchet/Lynyrd Skynyrd fa capolino, a livello ritmico. I signori in questione, peraltro, il loro lavoro lo fanno anche bene, con competenza, qualità tecniche e possedendo quel qualcosa che invece manca a moltissime altre band: sanno come si costruisce una canzone e come ci si mette tutti al servizio della stessa. Quindi, Sons of Guns si presenta alla fine come un disco estremamente piacevole e ben fatto, dodici canzoni che vanno giù come una birra fresca. Che poi la birra non sia proprio di primo livello ma piuttosto una birra da discount qualsiasi, è quel particolare che fa la differenza tra un fuoriclasse e un mero comprimario. Eppure, che dire di questi esimi musicisti che non sia ovvio già al primo ascolto dei primi trenta secondi della prima canzone? Perché infierire su una dichiarazione d’amore così scoperta e assolutamente non nascosta, ma anzi urlata ai quattro venti? Perché stroncarli come meriterebbero, se poi le canzoni funzionano e funzionano benissimo, risultando ottimamente concepite ed eseguite, senza praticamente un momento di stanca in un disco che, ripetiamolo, è un deja-vu continuo e senza sosta? Non c’è spazio per troppi discorsi filosofici: la verità è che se capitaste per sbaglio in un pub dove i Razzmattazz stanno suonando, vi divertireste come poche altre volte nella vita, perché questa musica è esattamente come deve essere, proposta con la schiettezza di chi non ha davvero nessuna intenzione di vendere altro che la palese evidenza. Inutile anche citare un brano piuttosto che un altro. Come detto, il livello è omogeneo e non ci sono cali di tensione evidenti, se non forse nel trittico finale Around and Around, Honey Bunny e Desperado, davvero non imprescindibili. Forse a colpire in particolare sono proprio i brani nei quali emerge appena la venatura sudista come Fuck You e Demolition Man, piuttosto che i più ruvidi come Bang Your Head e Son of a Gun. Nel mezzo, troviamo una Bullshit che sembra capitata davvero per sbaglio tra le altre, dato il tiro decisamente più incazzoso e cattivo e la maggior modernità del riffing: immaginate un brano dei Black Label Society in mezzo a Ballbreakers e avrete il quadro della situazione; altro shock in chiusura con Devil’s Crotch, che invece è praticamente un brano tiratissimo e quasi punk, alla Hellacopters. Due canzoni che si discostano così tanto dalle altre fanno quasi venire il dubbio che i nostri ci stiano davvero vendendo un sacco di fumo e tutta questa presunta attitudine sia in realtà un sistema molto furbo di andare ad occupare il proprio spazio al sole, proponendo una musica che, più o meno, può andare bene a tutti tanto è l’evidente richiamo ad uno dei gruppi più amati al mondo, mentre in realtà vorrebbero suonare tutt’altro.

Se questo Sons of Guns sia uno di quei dischi che vanno inutilmente ad affollare una scena discografica mondiale talmente stragonfia da sembrare pronta ad esplodere da un momento all’altro, è giusto che siano i gusti individuali a dirlo. Per molti, dischi di questo genere potrebbero rappresentare la classica boccata d’aria fresca in un mondo convulso e ormai incomprensibile. Per tutti gli altri, il dubbio che sia del tutto inutile investire del tempo nell’ascoltare i Razzmattazz piuttosto che andare direttamente da chi il genere lo ha inventato e lo propone a livelli decisamente molto più alti, è molto più che legittimo. La bravura del gruppo a riproporre questi stilemi usurati è evidente e se avanza qualche dubbio sull’effettiva sincerità del tutto, al tempo stesso è difficile non farsi coinvolgere dalla favola del gruppo sconosciuto che ama talmente tanto la musica che suona da non vergognarsi di proporla in maniera tanto aperta da risultare infine innocente. Probabilmente, una delle migliori e più convincenti cover band sentite negli ultimi anni, ma davvero non più di questo e se state pensando che i Krokus abbiano trovato un avversario in casa, probabilmente avete ancora delle aspettative troppo alte per questo disco.



VOTO RECENSORE
55
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2015
7Hard Records
Hard Rock
Tracklist
1. Son of a Gun
2. Down on My Knees
3. Bullshit
4. Fuck You
5. Don’t Loose My Number
6. Demolition Man
7. Bang Your Head
8. Kung Fu
9. Around and Around
10. Honey Bunny
11. Desperado
12. Devil’s Crotch
Line Up
Tom Schaupp (Voce, Chitarra)
Wolle Heieck (Chitarra, Cori)
Alex Palma (Basso, Cori)
Bad Mike Bösinger(Batteria)
 
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75
 
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