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Helevorn - Compassion Forlorn
( 1643 letture )
Ebbene sì, lo confesso in premessa, sono geneticamente portato a visioni romantiche legate alla geografia e all’influenza di luoghi e paesaggi sull’umano stato d’animo che presiede all’approccio pentagrammatico. Dunque mi si perdonerà l’immagine un po’ stereotipata di base, ma, in un ipotetico “risiko musical-planetario”, ho sempre considerato le Isole Baleari come saldamente e irrimediabilmente in mano a folle estivamente sciamanti e arenate all’alba su spiagge infestate da ritmi e frequenze quanto mai distanti dal metal sentire. Confessione per confessione, spero mi si perdoni anche la debolezza successiva, cioè sviluppare una forma di “indulgenza preliminare” per tutte le band che osino sfidare ciò che il fato geografico sembra dettare inesorabilmente.
E’ il caso degli Helevorn, partiti da Palma di Maiorca solcando sonorità caratteristiche di ben altre latitudini e decisamente estranee agli assolati paesaggi che l’iconografia classica attribuisce al cuore del Mediterraneo. Il viaggio del sestetto, per la verità, è in corso dal lontano 1999, ma la loro carriera ha assunto fin da subito tratti “tooliani”, con produzioni di album decisamente rarefatte negli anni, tanto da giungere appena al terzo full length in un decennio, anche a voler considerare solo il lasso di tempo che ci separa dal debut Fragments.
Il raggio d’azione della band è sempre spaziato tra gothic e doom (con incursioni tutt’altro che trascurabili nelle lande melodic death) e li avevamo lasciati nel 2010 alle prese con il controverso Forthcoming Displeasures, dove lo spettro della ricerca sembrava essersi ristretto pericolosamente, tra spinte commerciali e ripetizioni un po’ stanche di cliché di genere.
A minare le certezze di chi era pronto a scommettere su una loro rapida dissoluzione nell’affollatissimo dimenticatoio delle meteore, provvede invece questo Compassion Forlorn, album del rilancio e, contemporaneamente, della maturità per Josep Brunet e soci. Non che i Nostri abbiano scelto all’improvviso di cimentarsi in titaniche imprese di riscrittura e ridefinizione degli stilemi e dei confini del gothic, ma, nel percorrere sentieri già discretamente popolati, fanno stavolta tutto dannatamente bene, dimostrando come la “classicità” non debba essere sempre e per forza sinonimo di plagio o già sentito, se a definirla si cimentano mani sufficientemente ispirate.
E allora, se è pur vero che la lezione Katatonia e (soprattutto) Paradise Lost si respira a ogni ansa del fiume melodico che si dipana per le otto tracce del lavoro, è altrettanto vero che gli Helevorn padroneggiano stavolta perfettamente le diverse sfumature del gothic universo, offrendo nel complesso una prova che non risente dell’indubbio ricorso alle citazioni dei maestri. Su tutto, la splendida prestazione del cantante Josep Brunet, dotato di una tavolozza vocale in grado di spaziare con risultati qualitativamente sorprendenti tra growl, scream e clean, con quest’ultimo elemento ottimamente in primo piano quando si tratta di arricchire la tela con delicati tocchi malinconici.
Così, le prime quattro tracce si divorano letteralmente tutte d’un fiato, tra i rintocchi quasi spettrali di un pianoforte (l’opener The Inner Crumble), la “potabilità radiofonica” della successiva Burden Me (che riprende le movenze del singolo From Our Glorious Days, vertice qualitativo del predecessore), l’incedere sinuoso di Looters e l’andamento anthemico di Unified (forse il pezzo più strutturalmente prevedibile del lotto, ma non per questo il meno riuscito, anzi...). Un elemento di sorpresa subentra invece con la successiva Delusive Eyes, avvolta da spire quasi depechemodiane che sembrano preludere a sviluppi inattesi, forse non compiutamente condotti a termine ma se non altro coraggiosamente accennati.
Si riprende subito quota con I Am to Blame, se vogliamo, in linea teorica, il classico dei classici della prevedibilità, all’intersezione tra gothic e un melodic death nemmeno troppo impegnativo, ma capace di sfociare in un finale orchestrato alla perfezione, dove l’arrivo in scena del coro arricchisce la trama prima della cavalcata finale. Il ricorso al coro salva invece molto meno l’esito della successiva Reason Dies Last, forse l’anello debole della catena e unico momento dell’album in cui sembra affacciarsi una certa stanchezza, che genera inevitabile saturazione tenuto anche conto della durata del brano. C’è, peraltro, una sensazione sottilmente strisciante che accompagna il succedersi delle tracce, cioè che la musica degli Helevorn concepisca già in potenza, strutturalmente, la materializzazione di una voce femminile che faccia da controcanto alla prova di Brunet al microfono (auspicabilmente non declinata secondo l’abusato schema “the beauty and the beast”) e, anche in questo, i ragazzi delle Baleari non tradiscono le attese. Ed ecco allora la chiusura affidata a Els Dies Tranquils, pezzo declinato con un placido intro in lingua madre su cui irrompe uno squarcio lirico affidato all’ugola irlandese di Lisa Cuthbert. E’ il classico brano destinato a non passare inosservato, tra schiere di detrattori concentrati sui tratti easy listening al limite della zuccherosità e chi è disposto a concedere il merito per una divagazione al di fuori dei territori metal canonicamente intesi.

Album in mirabile equilibrio tra tributi alla tradizione e spunti di originalità “controllata”, sempre in grado comunque di tradurre in emozioni anche i richiami ai mostri sacri delle nobili latitudini del genere, Compassion Forlorn è un album che merita più di qualche ascolto, in un genere ad alto tasso di inflazione come il gothic del terzo millennio. Dopo una prova come questa, stavolta ci sono ragionevoli certezze che sentiremo ancora parlare, degli Helevorn.



VOTO RECENSORE
76
VOTO LETTORI
74.4 su 5 voti [ VOTA]
Giasse
Venerdì 24 Agosto 2018, 22.48.47
2
Indubbiamente colmo di contributi ma di grande impatto emotivo. Per me sugli scaffali deve esserci... 80
Painted Skies
Lunedì 13 Aprile 2015, 18.26.01
1
Il miglior disco gothic/doom del 2014. Voto 85.
INFORMAZIONI
2014
BadMoodMan Music
Gothic
Tracklist
1. The Inner Crumble
2. Burden Me
3. Looters
4. Unified
5. Delusive Eyes
6. I Am to Blame
7. Reason Dies Last
8. Els Dies Tranquils
Line Up
Josep Brunet (Voce)
Samuel Morales (Chitarre)
Sandro Vizcaino (Chitarre)
Enrique Sierra (Tastiere)
Guillem Calderon (Basso)
Xavi Gil (Batteria)
 
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