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Magic Kingdom - Savage Requiem
( 1362 letture )
Che sia per la sua caratteristica epicità, per il fascino dei mondi fantastici da cui principalmente prende ispirazione o semplicemente per le melodie che gli conferiscono per certi versi un aspetto meno “rude”, non c’è dubbio che nel corso degli anni sempre più band abbiano scelto la via delle cavalcate epiche del power metal. Com’è lecito aspettarsi, non tutte hanno prodotto lavori degni di nota e, tolti nomi di band storiche che hanno fondato il genere (la cui qualità delle opere troppo spesso è calata nel corso degli anni), oggi sono relativamente pochi i nomi nuovi che riescono effettivamente ad emergere dalle schiere sempre più inflazionate di questo particolare genere. Schiere composte oltre che dalle già citate band storiche, anche da gruppi molto giovani ma spesso in grado di sfornare lavori sorprendenti ed infine dalle vie di mezzo: quelle band non del tutto emergenti o comunque composte da musicisti esperti con all’attivo una rispettabile carriera (e a volte facenti anche parte di band all’attivo già da un po’). Il gruppo qui trattato fa parte di quest’ultima categoria: fondati nel 1998 per volere del chitarrista belga Dushan Petrossi già mastermind degli Iron Mask, band con la quale condividono la medesima etichetta, i Magic Kingdom sono arrivati nel 2015 al loro quarto full-lenght, intitolato Savage Requiem.

Mentre lo stile e le influenze degli Iron Mask sono dichiaratamente orientati verso l’hard rock, la proposta musicale della seconda band di Petrossi opta per un power metal di stampo neoclassico, con una gradevole componente sinfonica che a tratti strizza l’occhio ai nostrani Rhapsody, pur rimanendo ben lontana dalle raffinatezze compositive dei lavori di Turilli e Staropoli. All’ascolto le canzoni sono ben orchestrate e dotate di un songwriting tutt’altro che banale, l’ottima produzione (peraltro curata dallo stesso Petrossi in collaborazione con Angelo Buccolieri) riesce a conferire un’ariosità che fa suonare tutto in maniera imponente, ed ogni dettaglio risulta curato in maniera maniacale: dalla furiosa batteria di Michael Brush, la cui precisione di ogni singolo colpo di cassa tocca livelli davvero esagerati, fino ad arrivare all’acuta voce del nuovo cantante Christian Palin, che ricorda un misto fra Tony Kakko e Fabio Lione. Su tutto spiccano poi i veloci fraseggi chitarristici di Petrossi, veri protagonisti delle lunghe sezioni strumentali, nonché principali responsabili del sapore neoclassico riscontrabile nei pezzi (ed in quanto tali saranno sicuramente apprezzati dai fan di Malmsteen).
Eppure nonostante tutto questo si ha la sensazione che manchi qualcosa. E’ come se, nella foga di perfezionare la parte tecnica di questo lavoro, Petrossi e soci abbiano perso di vista la musica vera e propria. Intendiamoci l’album non è affatto privo di canzoni piacevoli, però troppo spesso in contrapposizione ad esse ve ne sono tante altre quasi completamente prive di pathos o ancora dotate di alcune buone idee che però si perdono negli infiniti meandri della canzone a cui appartengono. Meandri composti principalmente da lunghi e veloci assoli chitarristici che denotano una padronanza dello strumento davvero mirabile, ma che per lo più risultano etichettabili come mero shredding, apparendo purtroppo un po’ vuoti.
Si va così da riuscite cavalcate come Guardian Angels e Rivals Forever, le cui rhapsodiane orchestrazioni ed ispirate melodie riescono a catturare l’ascoltatore e a farsi ricordare, ai monotoni riff e cori di brani come il mid-tempo Full Moon Sacrifice che, dopo un intro interessante, si perde tra divagazioni chitarristiche ed orchestrazioni prive del mordente che caratterizzava le due canzoni precedenti. Una menzione d’onore va alla successiva Ship of Ghosts che insieme alla prima traccia, concorre al titolo di miglior pezzo dell’intero album. E’ come se qui il gruppo riuscisse a ritrovare la propria anima compositiva: tutto è al proprio posto, il riff iniziale è accattivante al punto giusto, la strofa ed il ritornello sprizzano energia da tutti i pori e gli intricati assoli riescono a bilanciare ispirazione e tecnica senza mai smettere di rimarcare la propria influenza neoclassica (apprezzabile la citazione all’Inno Alla Gioia di Beethoven eseguito con la chitarra verso la metà del pezzo). Purtroppo da qui i toni si abbassano nuovamente e la seconda metà del disco risulta così composta da brani insipidi ed a tratti addirittura noiosi. Ogni tanto capita d’imbattersi in un ispirato guizzo di melodia o in un gradevole espediente che però non riesce a durare più del tempo di un passaggio prima di riaffondare nell’anonimato. Solo verso la fine, con gli ultimi due pezzi intitolati Dragon Princess e Battlefield Magic (rispettivamente il più “leggero ed il più pesante dell’intera opera) i toni si alzano leggermente ma in generale si ha come la sensazione che i Magic Kingdom giungano alla chiusura di quest’album un po’ arrancando.

Dunque un disco riuscito solo a metà, questo Savage Requiem. Impeccabile sotto il profilo tecnico e dotato di alcune buone idee che però purtroppo risultano non sufficienti per riuscire a farsi ricordare. Nonostante tutto la band di Petrossi dimostra di avere tutte le carte in regola per produrre qualcosa di davvero memorabile ed ecco perché questa loro quarta fatica non merita una bocciatura, per quanto nemmeno una esaltante promozione. Solo il futuro ci mostrerà se saranno in grado di sfruttare appieno il loro potenziale ma nel frattempo se siete amanti del metal sinfonico di stampo neoclassico concedete un’opportunità a questo disco. Non è detto che ve ne pentirete.



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
92 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2015
AFM Records
Power
Tracklist
1. In Umbra Mea
2. Guardian Angels
3. Rivals Forever
4. Full Moon Sacrifice
5. Ship of Ghosts
6. Savage Requiem
7. Four Demon Kings of Shadowlands
8. With Fire and Sword
9. Dragon Princess
10. Battlefield Magic
Line Up
Christian Palin (Voce)
Dushan Petrossi (Chitarra)
Vassili Moltchanov (Basso)
Michael Brush (Batteria)
 
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