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In the Woods... - HEart of the Ages
( 4455 letture )
Scrivere di musica è come ballare di architettura.

Lo dissero decine di persone, tra cui l’intramontabile Frank Zappa. Una frase per certi versi scontata, sfruttata e, a volte, condannata da chi scrive per passione. Eppure, in questo preciso momento, me la ripeto più volte mentre osservo la linea di scrittura che lampeggia su un file di testo vuoto, tacita derisione della mia incapacità di tradurre a parole le sensazioni provate durante l’ascolto di un disco della portata di HEart of the Ages. Succede spesso che negli scritti dedicati alla musica si cerchi di rompere il ghiaccio con una frase sul genere, sulle caratteristiche comuni che hanno portato alla fama una band oppure su un elemento comune con altri gruppi che possa rendere semplici paragoni, elucubrazioni, frasi d’effetto. Anche nelle dissertazioni musicali più complicate si può tentare di inquadrare la band a grandi linee, per frantumare quel maledettissimo gelo del blocco dello scrittore che porta a descrivere la musica in questione come un qualcosa posto in quel piccolo spazio che intercorre tra Johann Sebastian Bach ed i Mayhem. Qui, proprio no. Quando si deve parlare degli In the Woods… il ghiaccio non si rompe. Anzi, ci attornia e ci avvolge, saziandosi della nostra incapacità di comunicare ciò che proviamo durante l’ascolto, ma che -con un paradosso degno di Schrödinger- viene sciolto dalla riproduzione stessa, da quel suono soffuso ed aggressivo, caloroso ed avverso, avvolgente ed estraniante. Se tutto questo è vero, come mai ci troviamo ancora qui, io a scrivere e voi a leggere, invece di dedicarci all’album? Perché siamo curiosi di scoprire se l’impossibile può effettivamente diventare possibile. Perché parlare di HEart of the Ages è come avvicinarsi con il viso ad un minuscolo spiraglio nella porta del paradiso, cercando di cogliere qualcosa oltre alla fresca brezza che ci accarezza le guance. Ascoltare HEart of the Ages, invece, significa aprire quella porta, spalancarla e lasciarsi travolgere da un chiarore ingestibile da occhi umani.

Una volta che Tchort si unì agli Emperor, alcuni dei rimanenti artisti dei Green Carnation si concentrarono su un progetto che, nel 1991, prese il nome di In the Woods… e che si dimostrerà in grado di stravolgere le nozioni musicali in ambito estremo con un viaggio discografico di circa tre ore, durante le quali i norvegesi si dimostreranno paradigmi del musicista ideale, concretamente astratti nella loro evoluzione stilistica. Yearning the Seeds of a New Dimension è il sentiero primario della tappa iniziale di questo itinerario spirituale: l’introduzione lisergica è affidata a suoni elettronici che sfruttano un soffuso gioco sullo stereo, usando pattern sintetizzati con delay. L’attacco strumentale è delicato, soave ma al contempo solenne ed epico; gli archi sintetizzati sovrastano un drumming sognante, mentre la chitarra effettata fa sgorgare note che riprenderanno nel clamoroso refrain. Ad azzardare un paragone è come se ci trovassimo di fronte all’Epitaph degli anni novanta, in un mondo ipotetico dove i King Crimson sono nati trent’anni più tardi, nelle terre nordiche. La bellezza vocale di Jan Kenneth Transeth nel ritornello contrasta violentemente con lo stacco black a metà del brano, un urlo da far gelare il sangue nelle vene e che ci consegna il lato più efferato del quintetto norvegese. Un mix di generi, di ispirazioni e di qualità che rende Yearning the Seeds of a New Dimension un microcosmo all’interno del grandioso mosaico confezionato dagli In the Woods… nel corso degli anni. La title-track riprende alcuni elementi atmosferici da sintetizzatore, introducendo una cavalcata black di livello assoluto che va a sfociare a ritmi più soffusi, con chitarre pregne di delay e riverbero, a dimostrarci di quanto la band norvegese sia stata d’ispirazione anche per i futuri Agalloch di Pale Folklore e, soprattutto, di The Mantle. La traccia eponima, invece, condensa il lato più emozionale degli In the Woods… tenendo come elemento determinante il contrasto tra le ruvide corde vocali del frontman e le delicate note delle due chitarre. In un disco di tale livello ed estro creativo, può spiccare anche un semplice intermezzo come Mourning the Death of Aase che ci consegna un sontuoso antipasto di quelle che saranno le vocals angeliche di Synne Larsen in Omnio. La cantante ci dona una prestazione di alto livello che, per improvvisazione e stile, può ricordare l’immortale The Great Gig in the Sky, solo registrata un paio di decenni dopo in un ambiente stilistico completamente diverso. Da questi piccoli elementi, tuttavia, si possono evincere i forti impulsi che le band storiche degli anni sessanta e settanta come Pink Floyd, compreso il solista Syd Barrett, King Crimson e Jefferson Airplane hanno avuto sul combo norvegese, influenzando con il loro strabiliante eclettismo la ricerca di un nuovo modo d’intendere la musica, una rivoluzione altrettanto forte -anche se più di nicchia- che coinvolgerà il metal estremo negli anni novanta. Ad essa è affiancabile la breve strumentale Pigeon, la quale pone le basi per buona parte della ricerca delle atmosfere tipiche dell’ambient del nuovo millennio. Nella setlist restano solamente Wotan’s Return e la conclusiva The Divinity of Wisdom, entrambe tracce corpose e dalla durata complementare agli intermezzi succitati. La prima è una pura cavalcata di black metal insaporita da elementi pagan, introdotta da gelidi venti del nord e spezzettata da alcune sezioni più ambient che tuttavia non cambiano l’andamento efferato ed epico della suite nei suoi quindici minuti di durata, ma la rendono di più facile assimilazione. Come se ci fosse bisogno di specificarlo, tra assoli passionali, linee di pianoforte e qualche inserimento elettronico, la parola noia non esiste ed il minutaggio elevato scivola via come se non avesse peso, lasciandoci una sensazione di pieno appagamento. Infine, The Divinity of Wisdom chiude l’album in pompa magna con una sorta di riassunto di quanto è stato detto sino a quel momento, andando tuttavia anche a far presagire quello che sarà il percorso che i nostri intraprenderanno con il successivo Omnio. L’utilizzo delle clean vocals, la delicatezza che traspare nelle linee intricate, mutevoli e la propensione alla sperimentazione più folle e grandiosa, rendono il pezzo di chiusura dell’album come un perfetto ponte tra il percorso appena concluso e quello che si apre di fronte allo sguardo visionario del sestetto norvegese.

La bellezza dell’arte nella sua forma più pura è accentuata dal senso di malinconia che aleggia come uno spettro nell’anima dell’ammiratore, una volta che i sensi vengono privati della rappresentazione. Quando The Divinity of Wisdom svanisce, una percezione di vuoto si allarga nel petto come se venissimo privati di qualcosa di fondamentale che ci ha aperto nuovi orizzonti, lasciandoci i padiglioni auricolari impazienti di proseguire il cammino, assuefatti da tanta bellezza innovativa. Sono realmente pochi i dischi che hanno cambiato un genere nel profondo, rendendosi progenitori dell’avanguardia musicale tanto apprezzata da una splendida minoranza di pubblico: sicuramente Omnio è il caposaldo della discografia degli In the Woods… ma è fondamentale sottolineare come le basi del masterpiece siano state gettate in questo caos ordinato di qualità, ispirazione ed intraprendenza che prende il nome di HEart of the Ages. Gli elementi black metal, che in quegli anni viveva il suo periodo d’oro nella gelida Norvegia grazie ad Emperor, Burzum e Darkthrone, vengono trascesi: la gestione delle laceranti linee vocali e delle sfuriate di chitarra è splendida, caratterizzata da un’amalgama con gli elementi più soffusi ed avanguardisti, i quali prenderanno il sopravvento negli ultimi due terzi del percorso artistico della band. L’importanza ulteriore che impregna questo album è la capacità di rendere incredibilmente debitore tutto il movimento avant-garde che si svilupperà negli anni seguenti: Ulver, Arcturus, Solefald, Borknagar, più o meno indirettamente, faranno riferimento a quanto messo in campo dai cinque ragazzi di Kristiansand nei primi anni novanta, costruendo capolavori e regalandoci perle di rara bellezza artistica, ognuno con il proprio marchio di riconoscimento. Una famosa recensione di HEart of the Ages, scritta nel 2003, asseriva di quanto l’album appartenesse ancora ad un mondo a parte rispetto all’intera scena black metal. Lo stesso discorso vale oggi, a ben vent’anni dalla sua pubblicazione: ascoltare HEart of the Ages ai giorni nostri regala sempre lo stesso alone di stupore, lasciandoci sognanti come bambini che vengono posti davanti ad un qualcosa d’ignoto ed affascinante al contempo. Considerando l’evoluzione musicale avvenuta dal 1995 al 2015, questo traguardo trascende ogni eccellenza, grazie alla conquista su tutta la linea dell’ardua sentenza lasciata ai posteri. Se pensate che, in ogni caso la si guardi, HEart of the Ages non rappresenta nemmeno il lato migliore degli In the Woods… dovreste avere un’idea della maestosità di questa band di culto, imprescindibile per qualsiasi amante dell’arte.



VOTO RECENSORE
93
VOTO LETTORI
96.26 su 19 voti [ VOTA]
dr_faustroll
Giovedì 28 Luglio 2016, 19.39.47
13
Bella recensione, che pienamente condivido. Informo gli interessati che verso settembre esce Pure, nuova fatica degli In The Woods... a lungo attesa (da qualche parte trovate in anteprima un brano) Speriamo che la band, rimaneggiata per alcuni cambi di formazione (riposi in pace Oddvar a:m, mai dimenticato), possa ancora donarci capolavori come HEart e Omnio.
Nikolas
Mercoledì 13 Maggio 2015, 16.11.55
12
Per me solo un minuscolo gradino sotto Omnio, ma siamo su livelli allucinanti con entrambi. 98 e poche storie. La Norvegia degli anni '90 è stato qualcosa di irripetibile... In The Woods.. Ulver, Borknagar, Arcturus, Ved Buens Ende... e sono solo i primi che mi vengono in mente!
evilelvis
Martedì 12 Maggio 2015, 14.59.35
11
Era da tanto che aspettavo questa recensione per sentire e condividere le sensazioni che ha donato a me e ad altri questo capolavoro...mi accompagna esattamente da 20 anni,siamo maturati insieme!quando voglio tornare in norvegia,pur non essendoci mai stato,lo riascolto e mi ritrovo a vagare tra foreste e fiordi... Epico,sognante,malinconico,violento o meglio sarebbe selvaggio! Opera d'arte!!!
Graziano
Lunedì 11 Maggio 2015, 15.44.05
10
Capolavoro e recensione stupenda.
Flv
Domenica 10 Maggio 2015, 20.35.37
9
capolavoro
metallo
Domenica 10 Maggio 2015, 20.25.34
8
Si, decisamente bellissimo.
Galilee
Domenica 10 Maggio 2015, 20.14.36
7
Disco magnifico.
CYNIC
Domenica 10 Maggio 2015, 18.51.53
6
Heart of the Ages = è la perfezione fatta a musica, Must have !!!!!!!
Hab666
Domenica 10 Maggio 2015, 17.26.09
5
99 a Omnio e 95 a questo. I migliori in assoluto in ambito...avantgarde?Post-Black Metal? Boh, fate vobis. I citati Ulver, Arcturus, Solefald e Borknagar sono di un livello inferiore a mio parere.
Vecchio Sunko
Domenica 10 Maggio 2015, 10.04.09
4
La sola "The Divinity of Wisdom" vale l'acquisto del disco in questione. 90 pieno!
enry
Sabato 9 Maggio 2015, 19.46.36
3
Livelli superiori, vale anche per gli altri dischi ma questo per me resta irraggiungibile, un capolavoro fatto e finito.
Baron The Red
Sabato 9 Maggio 2015, 19.31.06
2
Confermo sia l'ottima recensione che il commento qui sotto....Una gemma uscita in un periodo fantastico per tutto cio' che proveniva da quelle fredde terre. Un pezzo di storia...e d'arte...
Theo
Sabato 9 Maggio 2015, 13.10.31
1
Disco immenso, la recensione recita -sul finale- un sostantivo che non può mancare quando si parla di una delle loro tre opere: Arte. Peccato mortale siano sempre stati troppo poco conosciuti, rapportando la fama al loro effettivo valore. Come voto sicuramente dal 90 in su, senza dubbi.
INFORMAZIONI
1995
Misanthropy Records
Black
Tracklist
1. Yearning the Seeds of a New Dimension
2. HEart of the Ages
3. …In the Woods
4. Mourning the Death of Aase
5. Wotan’s Return
6. Pigeon
7. The Divinity of Wisdom
Line Up
Ovl. Svithjod (Jan Kenneth Transeth) (Voce)
Synne "Soprana" Larsen (Voce)
Oddvar A:M (Chitarra)
Christian "C:M." Botteri (Chitarra)
Christian "X" Botteri (Basso)
Anders Kobro (Batteria)
 
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