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Cirith Ungol - One Foot in Hell
( 2857 letture )
Coi Cirith Ungol siamo dalle parti della leggenda: non solo per le illustrazioni di copertina tratte dalla saga di Elric di Melniboné di Michael Moorcock (meravigliosamente anacronistiche e stupendamente evocative) o per il nome della band, mutuato da una leggendaria location dell'universo tolkieniano. Il gruppo di Tim Baker e Jerry Fogle ha infatti dato inizio – insieme a Manilla Road, Manowar, Virgin Steele e Omen – al movimento epic metal. Dopo una lunghissima gavetta, che porta alla pubblicazione dell'esordio Frost and Fire (nel 1980) e del capolavoro King of the Dead (nel 1984), nel 1986 arriva il terzo disco One Foot in Hell. Il 1986 è un anno fondamentale per il metal americano: Reign in Blood (Slayer), Rage for Order (Queensrÿche), Master of Puppets (Metallica), Crimson Glory (Crimson Glory), The Dark (Metal Church) e Peace Sells...but Who's Buying? (Megadeth); queste solo alcune delle uscite di quei fenomenali dodici mesi.
I Cirith Ungol, dopo le aspettative createsi con il seminale secondo disco della propria carriera, coproducono One Foot in Hell con Brian Slagel e accettano la sfida dell'ormai predominante (su scala nazionale e non solo) thrash metal.

One Foot in Hell non vale King of the Dead, togliamoci subito il dente. Troppe cose erano cambiate, per i Cirith Ungol, dal 1984 al 1986. Conseguentemente alla già citata esplosione del thrash metal, l'epic metal stava già attraversando con rapidità le prime fasi del proprio declino; gli Ungol, inoltre, dimostrano di aver perso qualcosa nel passaggio da band "underground" a band "conosciuta". L'ispirazione dei primi tempi e con essa la capacità di autodeterminarsi e la decisione di autoprodursi, lasciano spazio, in One Foot in Hell, a una certa adesione agli stilemi heavy in circolazione in quel periodo. Dalla ricerca in senso prettamente epico di King of the Dead, fatta di canzoni lunghe anche più di otto minuti (e di un suono imponente, cadenzato, solenne), si passa a un metal più classico e vicino ai gruppi storici del genere (Iron Maiden, Dio), anche se caratterizzato ugualmente da forti venature mitiche. Su tutto svetta, come già in passato, il vocalism sguaiato, ma atavicamente metallico, del singer Tim Baker. Probabilmente, se dovessimo fare una classifica delle voci più evocative della storia del metal tutto, Baker rientrerebbe nella top five.
Come iniziare un disco in modo più evocativo che con una canzone intitolata Blood & Iron? L'opener manifesta il risultato della recente ricerca sonora dei Cirith Ungol: un suono più rapido, scattante e "melodico" che in passato. Più in particolare, il mastering – a dire il vero piuttosto approssimativo - di King of the Dead metteva ben in risalto l'incedere barbarico del basso di Michael Vujea, mentre quello di One Foot in Hell è decisamente più incentrato sulla chitarra di Jerry Fogle. Aggiungendo a questo canzoni meno marziali e doomeggianti e più "riffcentriche", si ottiene un impasto sonoro che prova ad adeguarsi alla durezza senza compromessi e all'assenza di fronzoli del thrash, riuscendoci però solo in parte. Gli Ungol non si snaturano più di tanto, ma si snaturano quel che basta per suonare meno freschi che in passato. I componenti della band hanno ammesso, in varie interviste, di aver sofferto la presenza accentratrice di Brian Slagel, che ha avuto un controllo sostanzialmente capillare sulla produzione e sul comparto artistico del disco.
Per risentire gli Ungol di King of the Dead, in ogni caso, basta ascoltare la seconda traccia: Chaos Descends. Atmosfera lugubre, oscura, lyrics infernali e ammantate di mitologia, strumenti musicali percossi in modo belluino, quasi fossero spadoni, asce e martelli, più che chitarre, bassi e batteria. Dopo una parte centrale non esaltante, il disco torna a impennare brutalmente con War Eternal, che vede di nuovo gli Ungol più malefici intessere trame oscure e dal retrogusto apocalittico. Un altro buon esempio di ciò che la band è in grado di fare quando colta dall'ispirazione degli dei del tuono e della guerra è la cadenzata Doomed Planet. Tra i punti più bassi del disco vanno segnalati, invece, la semplicistica 100 MPH e la superflua The Fire.

La parabola dei Cirith Ungol si conclude già con la quarta uscita: Paradise Lost, del 1991. I quattro musicisti, tanto erano epici e ammantati di mistero nella propria personalissima ricerca musicale, tanto erano frustrati e abbattuti dalla mancanza di riconoscimento mainstream tributata alla loro proposta. I loro dischi, però, sono presto diventati oggetto di culto tra gli appassionati; perché di band in grado di trasportare così lontano e con tale forza, come sono in grado di fare i Cirith Ungol, non ne sono passate tante nella storia del metal. E siamo pronti a scommettere che la loro formula rimarrà inimitata e inimitabile ancora per lunghe Ere a venire.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
86 su 13 voti [ VOTA]
Fabio
Domenica 17 Ottobre 2021, 14.32.55
9
All epoca questo fu criticato perché meno epico e più hm in senso stretto, voto 85
The Sinner
Mercoledì 22 Aprile 2020, 10.27.15
8
Difficile stilare una classifica dei migliori albums per i Cirith Ungol...Band che non ha mai sbagliato un colpo e ha solo regalato Capolavori disco dopo disco.....ed il prossimo imminente Forever Black sicuramente ne sara' un ulteriore riconferma... !!!
Mauri66
Giovedì 11 Aprile 2019, 11.24.41
7
Ok Frost and Fire e soprattutto King of the dead sono considerati i loro capolavori, ma anche questo è un gioiello prezioso! Adorazione eterna per questo meraviglioso gruppo, poco conosciuto e apprezzato come avrebbe assolutamente meritato. Ma forse è meglio così....pochi, ma fedelissimi seguaci della loro parabola metallica!!!
andreastark
Venerdì 22 Maggio 2015, 18.12.24
6
Per me i migliori dischi dei Cirith Ungol sono Frost and Fire e poi proprio questo entrambi secondo me superiori a King Of The Dead. questo disco è assolutamente pieno di classici....Blood&Iron, Chaos Descends, Nadsokor, War Eternal, Doomed Planet....ed anche 100 mph....frivola ma trascinante. Disco meraviglioso!
Osvaldo
Mercoledì 20 Maggio 2015, 0.00.39
5
Tra tutte chaos descends e nadsokor risaltano per il loro incedere epico e solenne. Anche io non ho apprezzato piu di tanto la leggera svolta in un heavy piú classico e veloce, i nostri secondo me hanno dato il meglio in quel capolavoro di doom epico ed oscuro che è king of the dead. Rimane un buonissimo album per chi ama certe sonorità, una band assolutamente da non dimenticare!
metallo
Lunedì 18 Maggio 2015, 21.39.41
4
Album che mostra un band al bivio sonoro musicale, album piu' variegato e ostico del solito, ma una volta chevtientra dentro non ti molla piu', al suo interno ha un po di tutto, sonorita' e moderne influenze NWOBHM,rock, heavy,doom, epicita',oscurita', per me il loro migliore rimane king of Dead, ma per chi ama l'epic , questa voce e queste sonorita' e' un classico da non perdere.
rob 75
Domenica 17 Maggio 2015, 19.11.20
3
dopo il glorioso capolavoro di epic doom metal a nome King of the dead, i mitici Cirth Ungol danno in pasto ai loro famelici fans un altro disco eccellente. in questo caso la band spinge su canzoni di maggior "impatto metallico" senza tuttavia dimenticare di regalarci perle di " marcio" epic -doom come chaos descends e nadsokor!
Sandro70
Domenica 17 Maggio 2015, 14.54.34
2
Grande band e grande album. Per chi non è avvezzo a queste sonorità può risultare ostico ma per chi ama l'epic metal ( quello vero ) è imperdibile ( come gli altri due album ). Nadsokor è una di quelle canzoni che entrano di diritto nella storia del metal.
Theo
Sabato 16 Maggio 2015, 15.58.44
1
Il debutto secondo me rimane il loro migliore (forse non qualitativamente, ma è quello che io preferisco di gran lunga), tuttavia subito dopo viene questo. Band troppo poco conosciuta tra i non-appassionati del genere, che tra l'altro (assieme ad altre più e meno note) avrebbe anche influenzato la nascita di altri correnti nel metal... Ottimo disco nel suo genere quindi, senza dubbio, come detto sarei stato più basso con il voto ma poca roba... "Chaos Descends" è da pelle d'oca per chi apprezza queste sonorità.
INFORMAZIONI
1986
Metal Blade Records
Epic
Tracklist
1. Blood & Iron
2. Chaos Descends
3. The Fire
4. Nadsokor
5. 100 MPH
6. War Eternal
7. Doomed Planet
8. One Foot in Hell
Line Up
Tim Baker (Voce)
Jerry Fogle (Chitarra)
Michael Vujea (Basso)
Robert Garven (Batteria)
 
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