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Chainsheart - Leaving Planet Hell
( 1576 letture )
Ci sono band che credono davvero, fino in fondo, in quello che fanno. Ci sono band che, senza essere trascendenti, hanno comunque un certo mestiere. Ci sono band che però mancano di quel “quid” in grado di proiettarle davvero in alto. Ci sono band che saranno destinate al limbo per sempre. Ci sono band che sono arrivate fuori tempo massimo. Tutte queste considerazioni, qualcuna più e qualcuna meno, sono attribuibili alla proposta musicale dei ciprioti Chainsheart, arrivati al secondo full length con Leaving Planet Hell.

Riassumiamo brevemente: riffing corpulento, voce tenorile a tinte settantiane, batteria scarna e pesante, linee vocali semplici e fortemente melodiche, assoli “basic”; buon impasto energetico contrapposto a un impasto compositivo deficitario. Di band come i Chainsheart ce ne sono forse a milioni. Di quei milioni, almeno qualche migliaio fa quello che fanno i Chainsheart meglio dei Chainsheart. Al quintetto cipriota mancano, clamorosamente: personalità, perizia tecnica, originalità, coesione, inventiva, a volte addirittura intonazione e amalgama-infra-strumentale. Così non si va lontano. Leaving Planet Hell sembra un prodotto underground degli anni 80, anche per la brutta produzione, che butta malamente in primo piano chitarra ritmica e voce per sacrificare tutto il resto. Male anche le linee vocali di Sawa, sbilenche, cantate così così e caratterizzate da lyrics da scuola media. Bene, come già detto, il piglio generale della band, che crede in quello che fa fino allo sfinimento. Ma non basta. Anche perché Leaving Planet Hell, con il suo minutaggio non troppo sotto l'ora, allo sfinimento può portare, eccome. Abbiamo di fronte un disco confusionario, ingenuo, che sa tanto di replica non riuscita dei miti a cui i Chainsheart si rifanno senza troppi sotterfugi (Scorpions, Saxon, Judas, Whitesnake). La classe è troppo lontana da quella dei padri del genere: l'impressione è quella di uno studente di un'accademia di disegno che cerca di rifare la Cappella Sistina utilizzando delle matite spuntate e dei fogli di carta stropicciati. Gli appassionati delle sonorità a cavallo tra hard rock e metal, d'altra parte, potrebbero comunque trovare qualche isolato momento di appagamento in un disco che in conclusione è però drammaticamente fuori fase. Per il titolo di canzone più rappresentativa e meglio riuscita del lotto andiamo con l'opener Soul Kingdom (azzeccato il riff portante, brano che va dritto al punto e non scricchiola quasi in nessun frangente). Un intero album ai livelli della traccia di apertura sarebbe stato di ben altro profilo rispetto a quello che abbiamo fattivamente in mano. Se non altro nelle pieghe della prima parte del disco si può intravedere un certo quantitativo di potenziale inespresso.

I Chainsheart, come già detto, allo stato attuale sono una band da limbo. Con questo secondo album il Pianeta Inferno non l'hanno lasciato proprio per nulla. Il Paradiso è ancora lontano e non abbiamo motivo di credere che i cinque ciprioti lo raggiungeranno presto.



VOTO RECENSORE
58
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2015
Pitch Black Records
Heavy
Tracklist
1. Soul Kingdom
2. Breeze
3. Flames That Rise
4. Mystery
5. Final Destination
6. Return to the Stage
7. Points of You
8. Never Stand Still
9. Dangerous Drop
10. Journey
11. The Spell
Line Up
Yiannis Sawa (Voce)
Kikis Apostolou (Chitarra)
Alex Chamberlain (Chitarra)
Paris Lambrou (Basso)
M.G. (Batteria)
 
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