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Yes - Like It Is - at the Mesa Arts Center
( 3750 letture )
Il 12 agosto del 2014 gli Yes salirono sul palco dell’Ikeda Theater per proporre dal vivo due pietre miliari della loro discografia: Close to the Edge del 1972 e Fragile del 1971, in una serata unica, quasi interamente riprodotta in questo Like It Is – at the Mesa Arts Center, gustosa controparte e contraltare di Like it Is – Yes at the Bristol Hippodrome del 2012.
Copertina calda e suadente, due album storici e magniloquenti per un doppio live cd ricco di gusto, antichi poteri progressivi e un’ottima verve e stamina da parte dei cinque musicisti che hanno l’arduo compito di riprodurre, ripercorrere e ripresentare pietre miliari passate alla storia della musica. Parliamo di quarantatré anni fa e ora, dopo circa cinquanta milioni di dischi venduti, tristi scomparse, abbandoni e cambiamenti di sorta, abbiamo il piacere di risentire alcuni tra i più grandi brani della band, filtrati e riprogrammati nel tempo attraverso l’ugola del buon Jon Davison, per quello che è sicuramente un ottimo singer dotato di buona interpretazione, già ampiamente apprezzata sul valido Heaven & Earth, suo debutto in studio con la band datato 16 luglio 2014.
Quattro decadi di carriera, per una folle tradizione all’insegna del non sempre fresco e non sempre verde progressive rock, pomposo e sinfonico agli albori, più soft e patinato nel proseguo, ma pur sempre cristallino e sopra le righe. La recente morte del bassista-idolo Chris Squire a soli 67 anni ha sconvolto un po’ tutti: maestro di basso, persona di rara intelligenza musicale, il buon Chris ha dato il suo apporto invidiabilmente perfetto su questa doppia release, dimostrando ancora una volta di essere un Re indiscusso dello strumento. La sua mancanza è palpabile e viene percepita in modo concreto, come testimoniano le parole dispiaciute dei Between the Buried and Me, giganti moderni del progressive, intervistati da poco e con i quali l’argomento-Squire (a pochi giorni dall’annuncio della morte) è stato inevitabilmente e giustamente toccato e affrontato.

Like It Is – at the Mesa Arts Center è a tutti gli effetti il sequel di Like it Is – Yes at the Bristol Hippodrome, che ci aveva presentato altri mastodontici album quali The Yes Album (1971) e Going for the One del ’77. Per coloro che ricordano, questo concerto fu trasmesso in diretta gratuita via internet a testimonianza di un evento musicale raro e importante. La versione che possiamo ascoltare oggi è ovviamente quella professionale, ri-editata e remixata dalla abilissima e "nostrana" Frontiers Music. Unica esclusione del pack è l’aver volutamente tagliato fuori le performance tratte dal novello Heaven & Earth, in modo da avere un concentrato di purissima Yes-storia, senza intrusioni "esterne" e temporalmente fuori contesto.
Squire ha ricordato la serata al Mesa Center così: Quella note a Mesa è stata grandiosa… Il pubblico fantastico e caldo, amava quella musica e così quella notte è diventata speciale per noi. Ci sentivamo al top, in splendida forma e l’audio era perfetto. Avevamo la percezione di poter suonare tutta la notte, per ore, senza finire mai. La release di Like it Is rappresenta ed è dedicata a tutti i fans che in quell’occasiona hanno percepito l’energia della band e si sono divertiti quanto noi a suonare quei pezzi!

Like It Is – at the Mesa Arts Center si apre con la prima suite, ovvero la title-track dell’album datato 1972: Close to the Edge, preceduta dall'intro ambient e dalla folla rumoreggiante. Arabeschi e mister Howe entra in scena con la band subito immersa negli strumenti. Un tuffo nel passato, un calore improvviso: è l'incipit di The Solid Time of Change, con le sue note contrapposte, perfezionate dal drumming preciso di Alan White. Preziosismi e vocalizzi di Davison ci fanno immergere nell'atmosfera d'antan che ci immedesima in un ambiente dominato da tappezzerie floreali e sperimentazione. La sua voce appare adeguata e bilanciata nelle difficili e iper-interpretative vocals di Close to the Edge, che si muove agile nei suoi 20 minuti di durata, sciorinando con disinvoltura e anni di esperienze le sue quattro componenti principali, formate dalla citata Solid Time of Change, passando per Total Mass Retain, I Get Up, I Get Down e la pazzesca parte finale di Seasons of Man. Venti minuti che scorrono via in un battito di ciglia, tra piccole pause e stacchi (in cui il pubblico è udibile) ed emozionanti parti strumentali, come al minuto 10:00, in cui i layers e i riverberi strumentali fanno andare fuori di testa la prima fila che risponde con urla e partecipazione assoluta ai cori e controcanti della canzone, forse una delle più poetiche e corali degli Yes. C'è un contenuto pazzesco, folle ed esagerato solo nei primi minuti di ascolto. Ma ne siamo consapevoli, sapevamo che davanti a un live di questa portata, con piatti ricchissimi a base di armi vintage ben affilate e porzioni iper-condite di sano revival storico ci avrebbe messo ko. E così succede anche quando prende piede la seconda traccia di Close to the Edge, la sublime And You and I, introdotta da un ''all-right!'' di Davison e dall'arpeggio in clean di Howe, doppiato dalle tastiere onnipotenti di Geoff Downes, prima che il vibrante basso di Chris Squire faccia tremare il tempo, facendoci sorridere sornionamente mentre sorseggiamo thé grigio ricordando situazioni passate. Anche qui le varie parti, le componenti della suite: Cord of Life ; Eclipse ; The Preacher, the Teacher e il breve finale di The Apocalypse ci traghettano nella tradizione educata, elegante e senza tempo degli Yes, musicalmente in palla quando si tratta di riprodurre le clamorose parti strumentali o le chitarre sullo sfondo di Eclipse, magniloquenti e spaziali. Si compie un viaggio nella stratosfera, viaggio umorale che ci mostra come un ottovolante fatto di musica e parole possa ancora colpire nel segno. Sono pezzi del passato, brani che probabilmente conosciamo a menadito, facenti parte del nostro background generazionale, o scoperti recentemente e subito apprezzati. L'armonica ci introduce alla seconda e ultima parte del brano, più smaccatamente prog e complessa, tipico manifesto settantiano della band, in un cristallino alternarsi di calde voci e vibranti strumenti. Steve Howe ci regala un assolo da brividi sulla tre-quarti, proprio prima l'egregia chiusura vocale-pianistica, in cui Davison si impegna per dare il 100%, riuscendoci alla grande.
La chiusura della prima parte è ovviamente affidata a Siberian Khatru, con il suo mood ondulato, a metà strada tra richiami jazz, Beatles e rock progressivo. La prestazione della band non fa rimpiangere il passato, soprattutto quando le tastiere di Downes entrano in scena senza far rimpiangere le note sospese di un ''certo'' Rick Wakeman, originale e leggendario autore delle splendide keys di Close to the Edge. Così si chiude la prima parte di concerto, con la musica che ci fa svolazzare tra il verde denso della copertina dell'album, tra tempo e storia, entrando nell'atmosfera cangiante del live che, in soli 40 minuti, ci ha già commosso e inebriato.

Fragile si impone dopo che il pubblico, caldo a dovere, esplode in applausi scroscianti sul finale del primo set. Fragile si apre con un pezzo strappato dalla storia, quella possente e nel contempo leggiadra Roundabout che ci fa muovere e cantare in solitudine. Nel 1971 Fragile fu come una meteora commerciale di proporzioni enormi e abnormi, partendo dalla splendida copertina di Roger Dean, artista con il quale gli Yes iniziano una proficua collaborazione proprio a partire da quell'anno. Chris Squire ci sconquassa con il basso, facendoci lettalmente levare da terra, mentre il bridge della canzone si snoda tra le tastiere squisitamente leggere e gli arpeggi solisti di Howe.
Il funzionamento e le funzionalità originali di Fragile rimangono qui invariate: l'opera suona come un'unica, lunga, articolata ed epica suite. Cans and Brahms e We Have Heaven si susseguono tra barocchismi e sferzate di Downes, tra il religioso silenzio del pubblico, i cori e le luci ritmate del palco. Pochi minuti, tutti preparatori, poi è il turno di Southside of the Sky, attesa con trepidazione dalla folla e dal nostro cuore. Alte aspettative, ricordi vividi e voglia di prog. Così nei suoi oltre nove minuti di avanguardia musicale, la canzone ci fa volare attraverso il blu della copertina, sminuendo le dimensioni della Terra dall'alto dello spazio. Questa canzone potrebbe essere stata scritta ieri per ciò che concerne freschezza compositiva, idee, estro e tecnica. Invece sono passati più di quarant'anni e a nessuno importa, perché la grandezza passa anche dalle pieghe del tempo, tra una lancetta arrugginita e una clessidra sporca di sabbia. Lo stacco pianistico centrale è avanti di eoni, e un orecchio esperto noterà subito che quelle note hanno influenzato diverse porzioni strumentali di artisti più moderni come Trent Reznor. Si parla di atmosfere.
Così il live ci trasporta e ci sballotta su e giù sul treno Yes, tra binari volanti e grotte temporali. Long Distance Runaround e The Fish, anticipate dalla jazzata Five Percent of Nothing ci dimostrano ancora una volta come in soli pochi minuti di musica si possano scoprire piccoli universi. Anche in un granello può svilupparsi un mondo, e così le tastiere ficcanti di Downes, il basso metafisico di Squire e gli arpeggi luminosi di Howe mettono d'accordo un po' tutti in un balletto che è destinato a durare tutta la notte.
I mirabolanti barocchismi acustici di Mood for a Day fanno svenire più di un partecipante, mentre la domanda che si pongono tutti è la stessa: cosa accadrà dopo che la band avrà inserito l'ultimo pezzo del puzzle? Dietro l'angolo della passione ci aspetta l'arci-nota e strabordante Heart of the Sunrise, tassello finale e scacco matto di Fragile.
Esattamente come su disco, gli Yes ripropongono la lunga traccia con il massimo del trasporto e del sentimento, facendoci sentire il calore e l'umanità degli strumenti, ma anche la precisione e le rigogliose strutture complesse del prog rock.
Squire, Squire e ancora Squire per l'incipit strumentale della canzone. Il bassista indiavolato si fa inseguire a più riprese dai suoi compagni di viaggio, convincendo razze aliene e pianeti remoti del loro strapotere. Il bridge aperto, arioso e ''pizzicato'' ci alleggerisce ulteriormente la giornata preparandoci all'arco finale, strabordante e tumultuoso, con picchi strumentali, assoli e istrionica verve compositiva. Ci spiazza per poi farci cadere su un soffice letto di piume, candide e monocromatiche. Fine? Non ancora, perché l'epilogo è tutto da sentire, vedere, immaginare e apprezzare. La band al completo da il proprio meglio, creando sovrastrutture strumentali eleganti che si intrecciano senza mai intralciarsi. Nell'aria percepiamo l'avanzamento della notte quando il crescendo finale, breve e intenso, si spegne sugli applausi conditi di gratitudine della folla all'Arts Center. In un battibaleno tutto si spegne, e noi restiamo imbambolati con il sorriso stampato in volto, con animo ricco e nobile sentimento.

Like It Is – at the Mesa Arts Center è la perfetta controparte di Like it Is – Yes at the Bristol Hippodrome. Grandi album, grandissimi musicisti, grande atmosfera e il tempo che vola, si allontana, si ferma e torna indietro come le lancette nel film Labyrinth. Un compendio niente male che ci fa salutare un grande artista come Chris Squire e ci consegna una band che sul palco fa ancora molto parlare di se. Il live in questione è un arrembante sfera di consapevolezza progressiva che viaggia con noi giorno dopo giorno, invecchia senza mostrare troppe rughe e migliora, proprio come il buon vino. Sarebbe quasi superfluo dare un ''voto'' a un'opera di questo tipo, perché il voto lo fate voi, lo fa il vostro cuore, la vostra percezione e la vostra visione d'insieme: moderna o nostalgica che sia. Però, alla fine della fiera, quando il palco è vuoto, gli schemi spenti e le spie ancora lampeggianti e bollenti, ci viene da pensare che -ancora ad oggi- gli Yes abbiano pochi rivali nel loro genere. Inchino.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
73.34 su 32 voti [ VOTA]
Miky71
Giovedì 16 Luglio 2015, 15.15.47
13
Beh, non starei tanto a discutere sui vari nomi che nel corso degli anni si sono alternati nella band. Non dobbiamo dimenticare che gli Yes sono in pista fin dal 1968 per cui è naturale che ci siano stati dei cambiamenti, con abbandoni e ritorni e viceversa., compreso un breve periodo di inattività. Ad ogni modo i loro album sono sempre stati complessi e ben strutturati, osannati da critica e pubblico. A me sono sempre piaciuti e continuano a piacermi, anche nella loro diversità, ma dopo 47 anni tutto ci può stare, vi pare? Concordo quindi con Metalraw (complimenti! Una delle migliori recensioni che abbia mai letto su questo sito) e, con un po' di fatica, mi inchino anch'io.
ayreon
Martedì 14 Luglio 2015, 14.20.14
12
te lo appoggio .
Le Marquis de Fremont
Martedì 14 Luglio 2015, 13.54.19
11
Beh, è chiaro che bisogna procedere con attenzione nel valutare un album come questo. Al di la della eccellente recensione di Monsieur metalraw (veramente complimenti!) va detto che come tutti, anche gli Yes fanno un mestiere e che "producono" album e concerti. Per vendere e mantenersi. Va poi sottolineato che Jon Davison ha cantato in maniera eccelsa sui nuovi brani di Heaven & Earth e li, essendo cose nuovissime, ci stava bene perché gli Yes di adesso sono questi. Va anche detto che le tecniche e la tecnologia di adesso, sul piano della produzione e dei suoni è un'altra cosa da quarant'anni fa. Però sono d'accordo che, come dice Monsieur ayreon, questi non sono gli Yes del tempo e Jon Anderson e Wakeman non sono Jon Davison e Downes. E che quei pezzi di quarant'anni fa, hanno una loro magia che qui di sicuro non c'è. E' una riproposizione, attualizzata di cose già fatte, da professionisti, come ha fatto la PFM con Il Suono del Tempo. E' anche un qualcosa di irripetibile, ora, dopo la morte di Squire. Ma, come avevo commentato sulla PFM, tradotto qui, quante versioni devo avere di Heart of the Sunrise? Au revoir.
ayreon
Lunedì 13 Luglio 2015, 17.39.48
10
wakeman ha lasciato gli yes negli anni 50 ? mah ,io nel 2004 l'ho ancora visto con loro,e poi se per qualcuno ha fatto dischi tutti uguali a me non sembra che con gli yes abbia imposto il suo marchio di fabbrica.negli yes comunque la sua assenza si nota eccome,dal modo in cui vestiva alla catena di tastiere di cui si circondava,anche questo erano gli yes,non dimenticatelo,i suoi solos davano valore aggiunto ai live
Steelminded
Lunedì 13 Luglio 2015, 13.35.23
9
Su questo album invece concordo che non abbia molto senso, almeno per me, e che adesso si, con la scomparsa di squire il gruppoè finito _ gruppo iscritto definitivamente nell' iperuranio della musica prog e in generale. Evviva!
Steelminded
Lunedì 13 Luglio 2015, 13.31.13
8
Preciso che anch'io amo.Wakeman ma che certe posizioni non le capisco proprio...
Steelminded
Lunedì 13 Luglio 2015, 13.29.27
7
Wakeman chi? Quello che ha lasciato gli Yes più o meno negli anni cinquanta e che ha fatto cento qlbum solista di cui se ne salvano circa due? Che risate... peggio di quelli che rimpiangono moore nei dream theather... ahahahah
Full metal jacket
Lunedì 13 Luglio 2015, 12.54.23
6
Anch'io sono abbastanza in linea con i commenti, l'ultimo lavoro che mi è piaciuto degli yes era a nome Anderson-Bruford-Wakeman-Howe. Ma però anche li non avevo ben capito il ritorno di certe sonorità, dopo che si fecero portatori di un rock tecnologico spettacolare sublimato in 90125 - Owner of a lonely heart sarebbe da sola in grado di definire gli '80 anche tra 50 anni- processo per altro iniziato già con canzoni come into the lens che divenne addirittura pop di successo con i am a camara dei Buggles. Non ho mai capito perché non abbiano proseguito nello sperimentare suoni nuovi, come hanno fatto sino a Big Ganerator
ayreon
Lunedì 13 Luglio 2015, 11.46.09
5
mi fa piacere sapere che qualcuno la pensa come me,non vedo tutto questo fervore per ogni loro disco nuovo o live,se proprio devono continuare lo facessero con materiale nuovo cosi' come han fatto i marillion dopo che ando' via Fish,io gli yes per conto mio preferisco ricordarmeli per come erano e non per come sono adesso
Janko
Lunedì 13 Luglio 2015, 11.36.35
4
D'accordissimo con Ayreon: Senza Anderson e Wakeman questa era solo una buon cover band degli Yes: vedere Geoff Downes alle tastiere fa rimpiangere persino Tony Kaye (!!) e il clone di Anderson non vale neanche un unghia del grande Jon. Purtroppo gli Yes se ne sono andati già da molto tempo.....
ayreon
Lunedì 13 Luglio 2015, 8.44.24
3
con tutto il rispetto per la morte di squire,io non mi inchino davanti ad un live del genere,e sapete benissimo perchè . I "veri" live degli yes sono altri ( Yesongs, Keys to ascension ),non certo questo dove si è trovato un clone di anderson giusto per mandare avanti un carro che non tira più,e anche dal vivo lo specchio per le allodole usato è la riproposizione non certo di "fly from here" ma dei classici intramontabili ,peccato che stavolta manchino anderson e wakeman .roba da poco,direte voi,visto il voto che gli date,ma se a questo live date 85 agli altri degli yes dovete andare a ben più di 100.mi aspetto critiche feroci,ma questo rimane pur sempre il mio giudizio personale verso una band che al momento in cui anderson ha fatto capire di stare un po lontano dalle scene per malattia ha subito trovato un sostituto senza attenderlo,fate un po voi
edward 64
Domenica 12 Luglio 2015, 6.48.38
2
Immensi.... nient altro.
jo-lunch
Sabato 11 Luglio 2015, 17.42.24
1
Da piangere! Grandi Yes, ciao Chris, che i verdi pascoli del cielo ti possano accogliere! Riccardo, recensione straordinaria, il passato ritorna in un'atmosfera coinvolgente e commovente. Ho ascoltato l"album seduto in poltrona senza mai distrarmi per altro e alla fine la mente e' tornata indietro di decenni ma la pelle d'oca rimane. Evviva la musica, evviva i Grandi!
INFORMAZIONI
2015
Frontiers Music
Prog Rock
Tracklist
1. Close to the Edge
2. And You and I
3. Siberian Khatru
4. Roundabout
5. Cans and Brahms
6. We Have Heaven
7. South Side of the Sky
8. Five Per Cent of Nothing
9. Long Distance Runaround
10. The Fish
11. Mood for a Day
12. Heart of the Sunrise
Line Up
Jon Davison (Voce)
Steve Howe (Chitarra)
Geoff Downes (Tastiere)
Chris Squire (Basso)
Alan White (Batteria)
 
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