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Darkest Hour - Undoing Ruin
( 1501 letture )
Il combo di Washington D.C. sforna, con il quarto full-length della sua lunga carriera, l'apice assoluto dell'intera produzione. I Darkest Hour sono sempre stati dei "gran lavoratori", operai metallici addetti a show infuocati in giro per il mondo, quasi sempre da spalla a nomi più grandi e blasonati, tra cui In Flames, Soilwork, Machine Head e una valanga di altre band importanti. Sono persone umili che, nonostante i vari cambiamenti di formazione avvenuti negli ultimi anni, non si sono mai date per vinte riuscendo a risalire la china -seppur con fatica- e a ripartire quasi da capo, mettendo un punto e tirando fuori il meglio dai propri strumenti.

Dopo un inizio in sordina, costellato da due release amate dai fan ma non proprio originali ed esaltati quali The Mark of the Judas (2000) e So Sedated, So Secure (2001), partoriti a breve distanza e decisamente derivativi, la band capitanata dall'inossidabile leader J. Henry ha preso il volo definitivo con un album iper-consolidante e carismatico quale Hidden Hands of a Sadist Nation, nato in un turbolento 2003 e portato in auge da mamma-Victory, storica label della band statunitense.
È stato uno scossone naturale, avvenuto grazie alle grandi capacità tecnico-live dei cinque ragazzi, da una promozione estesa ed estensiva negli States e, ovviamente, a tanta qualità in musica, con testi e liriche sempre intelligenti, originali e ben bilanciate tra critica, emozioni, fiction e malinconia. Ospiti su quel mostruoso album di melodic death furioso erano niente meno che Tomas Lindberg e Anders Bjorler (At the Gates), nonché Peter Wichers e Marcus Sunnesson, rispettivamente chitarristi di Soilwork e Engel. Un bel gruppo di amici con cui dividere studio di registrazione, insomma.

La notorietà prende forma concreta e i tour iniziano a piovere dal cielo come riso al matrimonio del diavolo, tra inviti in oriente (l'inossidabile Giappone) e conseguenti dvd bonus con edizioni speciali. Il passo verso il primo checkpoint era stato fatto con decisione e con prospettive di successo, e così solo due anni dopo mister Devin G. Townsend, idolo delle masse prog, in un periodo di stanca in casa SYL, si dà alle produzioni, specializzandosi in album veloci e complessi, quasi tutti facenti parte della corrente melo-death (Soilwork, Himsa e appunto Darkest Hour), prendendo in mano le redini della produzione in modo saldo e focalizzato. Punto 0, marcia in più, scatto improvviso, iper-luce: chiamatelo come volete, ma da quel momento la band ha decisamente impennato, sciorinando cavalli extra e poderosi assi nella manica. Il frutto di tanti sforzi, una miriade di concerti in tutto il mondo e una bellicosa tenacia, sono riportati e riversati in questo fenomenale e bruciante Undoing Ruin, che oggi compie dieci anni e il quale, neanche a dirlo, viene riproposto per intero dalla band in un mini-tour dedicato e nostalgico.

L'album in questione è una summa perfetta e liscia di melodic death metal, con le solite influenze svedesi e la potenza cristallina del metal a stelle e strisce, venato di classic metal e di thrash. Ma andiamo con ordine e partiamo con l'opener: With a Thousand Words to Say But One, fantasiosa e camaleontica cavalcata di pulizia sonora, mantra e layer firmati Townsend, potenza e melodia. Un riverbero chitarristico quasi-ambient introduce la traccia numero uno con pathos, creando un subdolo crescendo incrociato che sfocia nel riff heavy-melodico di Norris e Schleibaum, la voce scartavetrata e roca di Henry e il drumming ficcante di Parrish, batterista mai troppo osannato ma decisamente sopra le righe per gusto, tocco e fantasia. Il primo bridge in clean, senza distorsioni, riprende i layer di Townsend-iana memoria nel modo migliore, regalandoci una trentina di secondi poetici, sospesi e sognanti, che fanno da delizioso e zuccherino collante prima che la seconda parte del bridge ci assalti in un crescendo malinconico e urlato, con note tirate e batteria in levare a dir poco perfetta.
Un inizio di questo tipo, sebbene non sia fantascienza, lascia l'ascoltatore decisamente soddisfatto e completo, con un senso di benessere e di novità non indifferente. Convalescence ci morde con il suo mid-tempo melodico ma possente, aiutato dalla doppia-cassa di Parrish ritmata e incalzante. Le prime clean vocal convincono ed esaltano, sporcate il giusto da un Henry in stato di grazia sul ritornello, sapientemente costruito su linee melodiche di chitarra e atmosfere d'accompagnamento, mentre il solo di Norris è un neoclassico sali-scendi che ci riporta alla conclusione della canzone, una vera mazzata di esaltante metal melodico.
Dopo i torni quasi solari delle prime due tracce, ci pensa This Will Outlive Us ad alzare i toni grevi dell'album, con un intro-incipit thrash furibondo, sostenuto dall'architrave solista del talento Norris e da ritmiche forsennate. È puro godimento metallico: headbanging sfrenato in stanza, con mobili volanti e tappeti che si arricciano. A volte si perde il controllo, no? Succede quando alcune band sfornano piccole gemme attorno a grandi album. Undoing Ruin fa proprio quest'effetto, presentando all'ascoltatore più attento grandi dettagli di sorta, strutture non comuni e immersioni nella tradizione europea. Un mix interessante, sentito altre volte senza lo stesso appeal fantasioso e sonoro, certamente aiutato dalle mani del buon Townsend per ciò che concerne arrangiamenti e piccole sinfonie.
Il finale ruvido e quasi hardcore di TWOU lascia spazio al secondo singolo dell'album, lo stra-conosciuto Sound the Surrender, up-tempo caratterizzante e caratterizzato dai classici incroci chitarristici e dalla cangiante batteria di Ryan Parrish. Le tastiere sul chorus riprendono le note dolci di Convalescence per costruzione e atmosfera, spostando il tiro verso una direzione più heavy e intensa. Ancora voci melodiche e distorte in un brano che si apre in un bridge costruito alla perfezione, che flirta con progressive e metal classico. L'assolo è funambolico e tradizionale, mentre la coda del brano riprende le note di tastiera per espandersi in un caleidoscopico finale dominato da lead chitarristici, cori e "ambience" da pelle d'oca. Metal intenso, ma non solo, perché l'emozione ci catapulta in buco nero fatto di colori cangianti, in un ossimoro spaziale. Ed ecco partire la prima strumentale, un pezzo breve ma sognante: Pathos, con note acustiche pizzicate, basso in primo piano e ancora sovrastrutture delicate e fiabesche. Low è il classico tassello di metà album, in bilico tra le parti strumentali, che con verve melodica ci spossa e fa muovere a dovere, sorretto riff centrale e dal conseguente up-tempo da brividi lungo la schiena; un'accelerazione che proietta i nostri padiglioni auricolari in un assolo di batteria che sembra più una perla luminescente incastonata nel bridge, sollecitato da alcuni riff rotondi e groovy. Nessun contrappunto melodico nel reparto vocale, anche se il buon Henry si sgola e sale in cattedra ugualmente, urlandoci addosso sentimenti e pensieri. Ethos, come immaginerete, è la controparte elettrica di Pathos, ficcante, intensa e interessante. Assoli e scale classiche impregnano questa breve strumentale di gioia chitarristica, prima che la scheggia impazzita di District Divided ci sfondi le pareti del salotto con una cascata di materiale bollente, thrash metal sporcato di "core", per due minuti e trentasette secondi di sana tensione da mosh-pit, comparsa quasi per caso dopo la parte centrale dell'album, decisamente più sognante, spaziosa, aperta e melodica.

La parte finale dell'opera è tutta da scoprire: sfumature ancora inedite, richiami e citazioni notevoli, introdotte dal breve codino pianistico della succitata District, dall'incendiario up-tempo di These Fevered Times e dalla bontà strumentale della closing-track, quella Tranquil che ci abbandona tra le rovine dell'album, lasciandoci soddisfatti e affamati. La prima delle due tracce di chiusura si porta dietro gli strascichi melodici di With a Thousand Words to Say But One, con un bridge ancora devoto al classicismo, grazie alle influenze maideniane di Kris Norris e alle ritmiche di Parrish e Burnette. Gli oltre sei minuti dell'ultimo brano ci sommano i Darkest Hour, tra scienza, fisica e algebra metallica, diminuendo la velocità di crociera -a tratti-, presentando una struttura più ampia e intensa, che riprende le influenze principali della band e le fonde in un brano corposo che sa quasi di vino e spezie. Assoli e "ambience" ci regalano il bridge più lungo e disteso dell'intero platter, solamente migliorato dall'accelerazione sul finale, malinconicamente palesata su note lunghe e lead sommessi. John Henry ha già lasciato il palco, ora dominato dalla sola band e dalle luci colorate.
La coda dell'album è sì strumentale, ma intensa ed epica. Un lavoro di cesello, montaggio, costruzioni e auto-citazionismo notevole, chiarito sul finale che riprende il tema scoperto all'inizio con la mini-intro di With a Thousand Words to Say But One. Dopo 37 minuti di violenza, poesia, dolcezza, malinconia e tanto heavy metal suonato perfettamente, con leggerezza, anima, tecnica e professionalità maniacale la band ci e si congeda, regalandoci il suo album più intenso e diretto, decisamente meno ostico e bellicoso del suo predecessore, con la geniale mano del produttore/guru Devin G. Townsend a impreziosire il plateau con sfumature, pastelli e profumi spaziali.

In conclusione, i Darkest Hour non sono mai stati, non sono e non saranno mai dei veri leader. Non è nella loro natura. Hanno suonato in tutto il mondo, hanno avuto cali, cedimenti e un paio di album sottotono, ma sono sempre presenti, sul pezzo, potenti e convinti. Il tutto è confermato da una scena che, poco tempo fa, ho visto con i miei occhi in quel di Milano. Aneddoto: supporter dei mastodontici Machine Head, all'uscita del concerto, stremati e sudati, abbiamo notato il cantante e storico leader della formazione di Washington D.C. , John Henry, vendere l'omonimo, ultimo cd della band direttamente ai fan, con tanto di pennarello per autografi volanti, jeans strappati e chiodo. Una scena veramente old-school, quasi mitica nella sua fierezza e umiltà metallica. Una cosa forse d'altri tempi, che ci sprona a pensare più in profondità. I Darkest Hour sono qui per restare, fino in fondo. E anche se non partoriranno più album come Hidden Hands, Undoing Ruin e Deliver Us non ci deluderanno mai veramente.
Band "vera", album eccellente: se ne siete ancora sprovvisti nella vostra maniacale collezione da salotto, correte a prenderlo e fatelo vostro.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
84.33 su 3 voti [ VOTA]
ErnieBowl
Martedì 11 Agosto 2015, 20.36.37
2
Perché i primi due dovrebbero essere derivativi? A mio avviso sono molto validi ma l'apice l'hanno raggiunto con The Eternal Return, i restanti sono tutti ottimi album. Peccato per l'ultimo che è veramente una vergogna...
Jukka
Sabato 8 Agosto 2015, 12.33.08
1
Gruppo veramente troppo sottovalutato che in realtà ha sempre sfornato dischi molto validi e a volte superiori a quelli di certi colleghi più rinomati. Purtroppo l'ultimo mi ha lasciato un pò spiazzato in quanto presenta molte (forse troppe) sonorità modern-metal-djent-core-clean ecc.. Ma si lascia comunque ascoltare senza grandi problemi. Grandi DH, voto 86
INFORMAZIONI
2005
Victory Records
Melodic Death
Tracklist
1. With a Thousand Words to Say But One
2. Convalescence
3. This Will Outlive Us
4. Sound the Surrender
5. Pathos
6. Low
7. Ethos
8. District Divided
9. These Fevered Times
10. Paradise
11. Tranquil
Line Up
John Henry (Voce)
Kris Norris (Chitarra)
Mike Schleibaum (Chitarra)
Paul Burnette (Basso)
Ryan Parrish (Batteria)
 
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