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Skyclad - The Silent Whales of Lunar Sea
( 2106 letture )
Quando si parla di Skyclad, molti degli amanti del folk metal masticano un po’ amaro. Il discorso è che al gruppo inglese non può essere tolto il primato di avere elaborato una versione di heavy metal NWBOHM con venature thrash e prog fortemente contaminato da strumenti e partiture folk e di essere di fatto per questo i padri del folk metal, con tematiche pagane. Il fatto è che si è trattata di una evoluzione arrivata a compimento col tempo, partendo da un primo disco sostanzialmente thrash come Wayward Sons of Mother Earth e solo col terzo album, Jonah’s Ark, la band ha intrapreso in maniera decisa e irreversibile la via del folk metal. In più, la radice non è il black metal, genere che più di tutti ha poi dato vita e respiro al folk metal come viene oggi solitamente inteso, salvo il neofolk di Death In June e compari, anch’esso comunque fortemente radicato e influente nel settore e il folk metal nato in Finlandia negli ultimi anni. Il “peccato originale” degli Skyclad insomma è quello di essere un gruppo che dall’heavy metal ha virato in maniera decisa verso il folk metal. Perché allora si parla di “primato” in materia? Intanto, perché già ai tempi dei Sabbat, il leader/cantante/poeta/folletto Martin Walkyer aveva spinto in direzione di una maggiore contaminazione col folk e con le tematiche pagane, così evidenti ad esempio in Dreamweaver (1989) e poi per colpa di quella stupenda The Widdershins Jig, canzone contenuta nel debut del 1991 che può e deve essere riconosciuta come canzone folk metal a tutti gli effetti, senza tema di smentita. Insomma, come tutti gli antesignani, agli Skyclad tocca il difficile ruolo di non allineati, troppo “strani” per gli ascoltatori abituali di heavy metal, troppo legati alle antiche radici invece per gli amanti del genere esploso solo in seguito e grazie a band dall’approccio sostanzialmente diverso da quello degli inglesi. Anche a livello tematico, infatti, non è la rivendicazione delle radici nazionali e l’anticristianesimo a farla da padrone nei testi della band, anche se accenni non mancano, quanto piuttosto un radicale paganesimo e un rifiuto sarcastico e feroce dell’evoluzione sociale, economica e politica moderna, che ha spezzato il vincolo con la Natura e pretende di distruggerla e umiliarla senza capire che così facendo l’uomo sta giocando con il proprio destino, mettendo a repentaglio la proprio sopravvivenza e quella dell’intero Pianeta. In questo, Walkyer può e deve definirsi come uno dei più radicali e accesi avversari dell’evoluzione tecnologica e capitalistica oggi presenti nel mondo della musica.

Tornando alla storia della band, la particolarità della proposta e il fatto di essere fin troppo in anticipo sui tempi e di non poter beneficiare dei vantaggi di appartenere ad una “scena” già esistente, riconosciuta e integrata, di fatto spingono gli Skyclad in un cantuccio, lontano da tutto e tutti, in una dimensione che definire “cult” è un puro eufemismo. Così, pur con la determinazione di chi conosce il proprio valore e sa che la strada intrapresa non può che essere questa, il gruppo si ritrova a fare i conti con numerosi problemi economici, che pur non fermando la vena compositiva, ostacolano i rapporti interni e conducono a cambi di line up inevitabili e dolorosi. Per il quinto album in studio, arriverà in formazione una persona che con la sua presenza garantirà una delle poche certezze nela carriera degli Skyclad, la violinista/tastierista Georgina Biddle, la quale sostituisce Cath Howell, a sua volta sostituta di Fritha Jenkins. Il disco si intitola The Silent Whales of Lunar Sea ed esce per la tedesca Noise Records nel 1995, andando a rinsaldare quanto proposto finora dalla band e proponendolo nel complesso con una qualità totale elevatissima e costante, che ne fa uno dei dischi migliori in assoluto della band, se non forse il migliore. La componente heavy/thrash resta fortissima, eppure il violino di Georgina Biddle trova il proprio percorso in tutti i brani del disco, scavando con la propria sonorità un solco preciso e indimenticabile che caratterizza in maniera pregnante tutto il lavoro, facendo da splendido contraltare alle indiavolate chitarre di Steve Ramsey e Dave Pough. La ritmica impostata da Graeme English e Keith Baxter è puramente metal e pur senza forzare a lungo su dinamiche thrash, presenta sicuramente una “pesantezza” e un marchio inequivocabile. Allo stesso modo, la timbrica ringhiante e rabbiosa di Walkyer, pur essendo di fatto non inquadrabile in un genere ben preciso, si caratterizza per essere sempre molto aggressiva e perfidamente sarcastica, definendo delle melodie, se così si possono chiamare, molto ritmiche e particolari, difficilmente riproducibili e non propriamente cantabili, anche considerando l’incredibile quantità di parole, doppi sensi, giochi ritmici ai quali il cantante ci ha abituato nel tempo. A dire il vero, brani come Just What Nobody Wanted e Brimstone Ballet col loro andamento e delle linee danzerecce e maggiormente abbordabili potrebbero fare breccia anche in un ascoltatore non avvezzo a queste sonorità. Caratteristica del disco, inoltre, è l’esplosione di una vena prog mai così evidente, che si concreta in particolare in due brani: A Stranger in the Garden e la conclusiva The Present Imperfect, che prese di per sé, potrebbero tranquillamente far parte dell’album di uno sconosciuto gruppo prog inglese degli anni 70, dominate dalle tastiere e da un’atmosfera irriproducibile, che ci trasporta di peso in una brumosa brughiera albionica popolata di fantasmi e strane creature nascoste dalla nebbia, salvo i rabbiosi squarci poi offerti dalle chitarre, in stato di grazia. Due veri capolavori, che confermano la qualità di scrittura della band e le sue infinite influenze più o meno nascoste e se l’esplosione metal e l’assolo di The Present Imperfect non vi fanno volare oltre l’infinito dovete sinceramente preoccuparvi. Eppure, per tutto il disco risulta praticamente impossibile individuare un punto debole, dato che sin dall’iniziale Still Spinning Shrapnel, l’assalto folk metal del gruppo non perde di sostanza e qualità, regalando perle di thrash quasi venato di hardcore come Desperanto (A Song for Europe), piuttosto che la feroce Art-Nazi originalissima pur nel suo essere classicamente legata alla NWOBHM, la splendida, malinconica e riuscita Halo of Flies, senz’altro una delle tracce migliori e una Jeopardy resa particolare dall’uso insistito delle tastiere e del flauto che rendono un’atmosfera tesa, al limite della follia vera e propria. O ancora, come non rimanere affascinati da Another Fine Mess, brano che parte come ballad guidata dal clavicembalo, per poi trasformarsi in un indiavolato folk metal con violino e ritmica a dettare la lezione? Quante altre band saprebbero far evolvere un brano così particolare risultando credibili, per poi rilanciare con una altrettanto particolare e riuscitissima canzone come Turncoat Rebellion? La verità è che spesso si è giudicato senza ascoltare o al limite senza approfondire il lavoro articolato e originale di questa band, a maggior ragione per questo splendido e quasi perfetto album.

Come spesso accade, i meriti di chi percorre una strada in solitaria non vengono riconosciuti finché qualcun altro si unisce alla stessa strada, ma per gli Skyclad questo di fatto non è mai avvenuto, se non quando praticamente sono stati i gruppi power metal ad ibridarsi con le venature folk già esplorate dalla band o quando gruppi come Moonsorrow, Korpiklaani, Ensiferum e così via, hanno aperto altre strade al folk metal, un buon decennio dopo. Una distanza temporale che di fatto ha azzerato poi la possibilità che i nuovi fan del genere andassero ad esplorare e riscoprire questa straordinaria band e il suo immenso patrimonio. Certo di fronte ad una discografia di dodici album da studio ci si può sgomentare e domandarsi “da dove iniziare?” è lecito. La risposta più ovvia potrebbe essere “dall’inizio”, per capire quale è stato il percorso e fino a dove il gruppo è poi arrivato, oppure si può procedere a tentoni, andando a pescare nel mucchio, rischiando di trovare il disco poco rappresentativo o quello meno ispirato. Il rischio con gli Skyclad in realtà è relativo, perché tutti i dischi hanno un loro perché e sono a loro modo e con le loro specificità belli e meritevoli. Ognuno potrà eleggere il proprio “migliore” a ragion veduta e senza che si possa obbiettare. Eppure, anche a distanza di vent’anni dalla sua uscita, The Silent Whales of Lunar Sea (frase senza senso che pronunciata velocemente suona come “The Silent Wails of Lunacy”, che acquista tutt’altro spessore) resta uno dei punti massimi, se non il punto massimo di una discografia da riscoprire. Il suo essere così variegato, eppure tutto così qualitativamente ottimo, va a costituire un complesso difficilmente superabile. Qua dentro c’è tutto: i brani danzerecci, quelli più veloci, quelli più cadenzati, quelli più propriamente folk e quelli quasi puramente prog. Il tutto al servizio di una ispirazione straripante e assolutamente originale. A conferma di quanto la sorte si sia poi accanita nei confronti degli Skyclad basti pensare che nell’anno in cui ad esempio gli Storm pubblicavano il loro Nordavind ottenendo subito attenzioni e riconoscimenti col loro nazionalismo anticristiano e la provenienza dalla già commercializzata scena scandinava, gli inglesi rilasciavano il loro quinto album quasi nel silenzio totale e subito dubito perdevano Keith Baxter e Dave Pough, ritrovandosi improvvisamente con metà gruppo e un futuro che appariva quanto mai incerto. Scherzi del destino si dice, a cui forse sarebbe il caso di porre rimedio andando a rispolverare questo eccellente lavoro dimenticato.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
89.33 su 3 voti [ VOTA]
Mix
Sabato 8 Agosto 2015, 19.38.38
2
Un album che mi ha meravigliosamente accompagnato attraverso gli anni 90. Lo ascolto ancora con grande piacere, musica bellissima e testi veramente sopra la media.
warrior63
Sabato 8 Agosto 2015, 19.27.42
1
Grazie x la recensione di un album magico
INFORMAZIONI
1995
Noise Records
Folk
Tracklist
1. Still Spinning Shrapnel
2. Just What Nobody Wanted
3. Art-Nazi
4. Jeopardy
5. Brimstone Ballet
6. A Stranger in the Garden
7. Another Fine Mess
8. Turncoat Rebellion
9. Halo of Flies
10. Desperanto (A Song for Europe)
11. The Present Imperfect
12. Dance of the Dandy Hound (Strumentale, Bonus track)
Line Up
Martin Walkyer (Voce)
Steve Ramsey (Chitarra, Cori)
Dave Pough (Chitarra, Banjo, Cori)
Georgina Biddle (Violino, Flauto, Tastiera, Cori)
Graeme English (Basso, Chitarra, Tastiera, Cori)
Keith Baxter (Batteria, Percussioni)
 
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