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Lynch Mob - Rebel
( 2367 letture )
George Lynch è uno dei massimi esponenti del chitarrismo hard rock. Il suo nome a buon merito può essere inserito in una ristretta Hall of Fame, che comprende personaggi come Ritchie Blackmore, Eddie Van Halen, Leslie West, Michael Schenker, Steve Lukather Ronnie Montrose e non molti altri grandi artisti della sei corde. Un posto nel quale ad esempio Jake E. Lee ha tentato più volte di entrare e molti altri hanno invece fallito la prova del tempo. Non sembri esagerata l’affermazione e non ci si fermi a considerare il valore dei dischi incisi coi Dokken, che comunque restano nel loro genere quasi inarrivabili; il valore di un musicista non è solo nelle composizioni che lo hanno reso famoso. In ogni modo, dai fasti con i Dokken e a causa di un temperamento non proprio accomodante, il buon George ha rischiato più volte di finire in una sorta di limbo assolutamente non adeguato al suo livello di musicista, con pochi veri riconoscimenti e una sorta di passerella innegabile ma sempre più dimessa e marginale. Con i suoi Lynch Mob il chitarrista festeggia nientemeno che il venticinquennale dall’uscita del primo album Wicked Sensation ed il modo migliore per celebrare l’evento non poteva che essere tirare fuori una delle migliori versioni in assoluto della band, col ritrovato compagno Jeff Pilson, il grande Brian Tichy alla batteria e, soprattutto, il singer della prima incarnazione della band, Oni Logan, già tornato all’ovile col precedente Sun Red Sun. Come da programma parlando di Lynch, col singer di origine svedese il rapporto è sempre stato piuttosto turbolento, ma è indubbio che le cose con lui, almeno in studio, funzionano alla grande ed è quindi piacevole rivedere la sua firma e risentire la sua bella voce su un disco dei Lynch Mob. A conferma che forse anche lo spigoloso George ha capito che per il bene della band, cambiare continuamente frontman non è l’idea migliore.

Rebel è un manifesto e una dichiarazione d’intenti. Più chiari di così Mr. Scary e compagni non potevano essere e allora cosa aspettarsi da questi non più giovani scavezzacolli tatuati? Un robusto, potente, incazzato album di hard rock blues gonfio di testosterone, polvere, whisky e motociclette. Proprio così, una formula invecchiata ma che non conosce flessioni se a giocare le carte sono musicisti di questo spessore, che oltre a qualità strumentali e di interplay superiori alla media, riescono anche a trovare la giusta ispirazione e l’alchimia vincente. Il disco che ne esce è esplosivo, letteralmente. Niente fronzoli, niente trucchi da avanspettacolo. Solo grande musica, riff spessi, martellanti, sinuosi o violentemente sparati in faccia, una sezione ritmica potentissima e in bella evidenza, col basso che riempie lo spettro sonoro e contribuisce a donare profondità e groove a canzoni dure e stradaiole che è un piacere ascoltare a volumi fuori controllo. La produzione è semplicemente perfetta e riesce rendere un calore desertico che non conosce requie e ben si adatta a questa tremenda estate. Su questa base, spicca come di consueto il lavoro chitarristico di George Lynch, davvero ispirato a livello di ritmiche e semplicemente splendido in fase solistica. Oni Logan dal canto suo si conferma interprete versatile e capace di tirare fuori il meglio da linee vocali che tutti gli amanti dell’hard rock riconosceranno immediatamente come proprie e che rimandano alla migliore tradizione tinta di blues di Whitesnake, Badlands, Bad Company, con qualche puntata nel repertorio di Glenn Hughes o addirittura, come in The Ledge, dei Queensryche. Il risultato è davvero ottimo, con un lotto di canzoni nel quale è difficile trovare veri punti deboli e dove invece la qualità brilla di luce propria, sin dall’accoppiata iniziale Automatic Fix/Between the Truth and a Lie o nella rutilante e quasi ipnotica Testify, piuttosto che la cattivissima Sanctuary e come non sentire evidenti richiami ai Badlands in canzoni come Pine Tree Avenue col suo incedere funky o ancora più clamorosamente in Kingdom of Slaves? Il fantasma di Ray Gillen aleggia lungo tutta la canzone, costruita per ricordare al mondo che razza di disco immenso fosse il debutto di quella band. Ancora, come non riconoscere l’impetuoso riff di Lights Out nella conclusiva War? Una “svista” questa che in altre occasioni avrebbe potuto significare una evidente crisi di ispirazione e che invece in questo caso somiglia più ad un omaggio forse anche involontario, che chiude un disco di grande spessore e basta ascoltare l’incredibile assolo confezionato da Lynch per convincersi che quando il chitarrista è in forma, non ce n’è per nessuno.

Il ritorno dei Lynch Mob appare insomma il classico disco necessario, quello che dopo tante sbandate e qualche uscita non proprio indimenticabile, arriva a ribadire che sì, voglia e capacità di incendiare ancora i palchi di mezzo mondo con della grande musica, ci sono ancora. Certo, non tutto è perfetto. Il disco è fin troppo omogeneo e avrebbe giovato di una o due canzoni più movimentate, mentre qualche canzone si prolunga per qualche manciata di secondi in più del necessario. Ma la verità è che questi riff così sporchi e polverosi, carichi di groove e di corse in moto nel deserto, sono un piacere per chi ama queste sonorità e poi c’è lui, George Lynch. Perché oggi come oggi non sono tanti i musicisti capaci di fare davvero la differenza e lui è ancora uno di quelli. Provate ad ascoltare il travolgente giro di batteria e poi il riff clamoroso che aprono Automatic Fix e Rebel e vi renderete conto che non c’era di meglio da chiedere che un album di questa qualità. Non sappiamo quanto dureranno questa line up e il sodalizio con Oni Logan, ma quel che è certo è che Rebel è un gran disco e un gradito e benvenuto ritorno nel giro che conta per i Lynch Mob.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
77.5 su 2 voti [ VOTA]
Fabio Di Tullio
Giovedì 6 Agosto 2020, 14.54.16
5
d'accordo con la recensione. bel disco!!!
Matteo
Martedì 19 Maggio 2020, 0.45.32
4
Io amo questo gruppo x me veramente sottovalutato credo che meritano qualche recensione in più.. Lynch è un mostro con la chitarra è incredibile il costante cambiamento di formazioni di questo genio della chitarra
Nico
Domenica 30 Agosto 2015, 14.32.51
3
Concordo appieno con la recensione. Dopo diverse uscite non all'altezza (progetto Sweet/Lynch compreso) come il palllosissimo più recente "Sun Red Sun", finalmente un bel disco di livello. Sano e robusto Hard Rock Blues con una resa sonora eccelsa, merito anche della roboante sezione ritmica giustamente valorizzata da Lizard ed Oni Logan è "La Voce" per questo genere. Peccato per alcuni inserti "Alternative Rock" di cui Lynch sembra ancor non poter farne a meno 😫 . Per me comunque disco da 75 !
Lizard
Domenica 30 Agosto 2015, 10.08.36
2
Giusto Anders, ma già nel 2010 in tour fu sostituito da altri due cantanti (uno era Marq Torien dei BulletBoys).
Anders
Domenica 30 Agosto 2015, 8.41.22
1
Disco molto bello che perfeziona idee già manifestate con i precedenti. Volevo segnalare che Oni Logan ha cantato anche nel disco "Smoke and Mirrors" del 2009 uscito sempre per Frontiers.
INFORMAZIONI
2015
Frontiers Records
Hard Rock
Tracklist
1. Automatic Fix
2. Between the Truth and a Lie
3. Testify
4. Sanctuary
5. Pine Tree Avenue
6. Jelly Roll
7. Dirty Money
8. The Hollow Queen
9. The Ledge
10. Kingdom of Slaves
11. War
Line Up
Oni Logan (Voce)
George Lynch (Chitarra)
Jeff Pilson (Basso)
Brian Tichy (Batteria)
 
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