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Marillion - Somewhere Else
( 1572 letture )
Quando si parla dei Marillion penso che un po' tutti dovremmo sederci, restare in silenzio ed ascoltare quanto hanno da raccontarci. Un gruppo che, nonostante i tanti anni di carriera alle spalle e gli importanti avvicendamenti di line-up, continua a riscuotere enormi consensi da ogni parte del mondo, non può che essere incensato a vita, nei secoli e nei secoli.
Erano gli ormai lontani anni '80 quando, con Script for a Jester's Tear, i Marillion si presero scena e successo non abbandonandolo più. La formazione di esordio, era per 2/5 diversa da quella attuale, ma il sound genuino e sincero, che richiamava mostri sacri come i Pink Floyd o i Genesis, resterà indimenticato, oltre che precursore di un nuovo genere che si faceva chiamare neoprogressive, tanto caro a chi, ormai, viaggia sui quarant'anni e passa. Misplaced Childhood e Clutching at Straws, con tutte le perle che contengono, sono capolavori difficili da ripetere. Un prezioso tesoro nel cuore di molti.
Nel pieno del successo, l'inaspettato terremoto di decimo grado Richter rischiò di mandare tutto all'aria. L'amatissimo Fish, punto di forza e voce della band inglese, mollò tutto passando il testimone ad un timidissimo quanto inesperto Steve Hogarth (nome d'arte “H”). Era il 1989 ed usciva con una nuova timbrica vocale un'altra gemma:Seasons End.Tuttavia lì fuori gli ultras dei Marillion non accettarono di buon grado lo storico cambiamento: l'onnipotente può essere sostituito? Beh... in questo caso, mi verrebbe da dire di si. Tuttavia, sono passati più di vent'anni da allora e le discussioni a riguardo non si sono affievolite, tanto che molti dei vecchi fans non si sognano nemmeno di seguire il nuovo filone. Il genere portato da H è di un altro mondo, nettamente diverso dagli esordi e, oserei dire, più commerciale ma comunque di grande efficacia e qualità. Come non ricordare, tra gli altri, il frizzante Holidays in Eden, il maestoso Brave, il malinconico Afraid of Sunlight, fino ad arrivare al lavoro che, fino ad oggi, è considerato il diamante dell'era Hogarth, ossia Marbles. Siamo nel 2007 ed i Marillion, devono confermare lo stato di grazia che ha fatto ricredere anche i più cocciuti. Esce Somewhere Else.

La parola d’ordine del quattordicesimo lavoro in studio dei Marillion è senza dubbio "riflessione".
Pubblicato in Aprile, senza lo spontaneo prefinanziamento a scatola chiusa dei sostenitori che, dal 2001 con l’uscita di AnorakNoPhobia, aveva essenzialmente salvato il futuro della band garantendo al progetto una maggior autonomia artistico-economica, Somewhere Else è senza dubbio uno degli album dell’esperto gruppo britannico giudicati più negativamente.
Considerato piatto e poco curato nella sua complessità (le colpe maggiori saranno ingiustamente attribuite al cambio nella produzione, passata da Dave Meegan a Mike Hunter) il disco spegne, in apparenza, l’illusione dei molti di vedere un degno seguito del fortunatissimo quanto bellissimo già citato Marbles (2004) e restituisce voce a chi non è mai riuscito a concepire il gruppo senza Fish.
Ma le critiche sono davvero così fondate o sono frutto di analisi superficiali?

Nell'opera non vi troveremo pezzoni progressive alla The Invisible Man o alla Ocean Cloud che ci hanno fatto strappare i capelli. Non vi troveremo le sognanti Fantastic Place e Neverland, ma troveremo un po' di cosette che sarebbe opportuno conoscere ed approfondire. Aspetti che dovrebbero farci riconsiderare in positivo questa sofferta creazione.
Cominciamo dalle liriche, vero punto di forza di questo Somewhere Else. Torniamo quindi alla parola "riflessione" che gli stessi Marillion ci invitano ad affrontare e che l’artwork by Carl Glover non fa altro che confermare: un binocolo a gettoni ci consentirà di guardare lontano da noi stessi verso altre realtà completamente diverse dalle nostre. Uscire dal guscio sicuro e felice per esplorare quello che, utilizzando una terminologia "floydiana", potremmo definire "il lato oscuro.... della vita".
I temi toccati in Somewhere Else sono molteplici, impegnati e tutti legati dal filo conduttore rilasciato dalla penna di Hogarth, tanto che si potrebbe pensare ad un concept. Divorzio, guerra e povertà sono tutti figli della stessa madre: l’egoismo dell’uomo. Il gruppo ci incoraggia a prendere un po’ di tempo e spazio per noi stessi e a riflettere guardando "altrove"; riflettere sulle nostre vite materialmente piene ma spiritualmente vuote, che ci portano ad allontanarci dagli affetti non senza ripensamenti, a maltrattare e sfruttare il prossimo privandolo del minimo per vivere.
Enough is enough! (quando è troppo è troppo!) canta H in un pianto colmo di rabbia nella stupenda A Voice from the Past. Quello dei Marillion è un grido di dolore che ogni essere umano dovrebbe condividere a prescindere da tutto.
Qualcuno, però, potrebbe avanzare qualche obiezione sostenendo che già altri gruppi, in passato, hanno affrontato tali tematiche e che, alla fine, è sola politica.
Non si può mettere in dubbio che, effettivamente, si sia già scritto e cantato di questo o di quello e che qualche artistello intellettualmente disonesto, ci abbia un po' mangiato sopra sfruttando ideali politici e chi più ne ha più ne metta. Solo che il connubio Marillion-politica non hai mai retto.
Il disco è sincero e chi ha conosciuto i simpatici ragazzoni, non potrà far altro che confermare un'indole artistica piuttosto limpida. Non c'è nulla di propagandistico in questo album, solo un profondo sentimento che si avvertiva il bisogno di esternare.
Toccando invece l'aspetto prettamente musicale, avremo davanti lo specchio dei testi. I regimi sono bassi ma, la briosità non manca. La tastiera di Mark Kelly e la toccante voce di Hogarth hanno le chiavi di casa. Mancano assoli di chitarra alla Gilmour da parte di Rothery ma avremo uno Ian Mosley molto più comodo in queste sonorità. Tutto è funzionale allo scopo.
Il marchio del lineare progressive rock di Marbles e di altri capitoli precedenti lascia spazio ad un alternative pop/rock senza fronzoli, facendo storcere il naso a qualcuno, ovviamente.
Tuttavia, tra le pubblicazioni passate del gruppo figurano singoli altrettanto pop come Cover My Eyes e No One Can e non ci fu il trambusto di oggi.
Cercando, comunque, di trovare un riferimento per capire meglio di cosa si tratta, ammetto di essere in difficoltà. Questo perché Somewhere Else non è associabile a nessun altro lavoro dei Marillion, come sempre mi verrebbe da aggiungere. La capacità di H e compagni di cambiar pelle è nota. Guardando fuori dal recinto, c'è chi ha parlato di Coldplay o di U2, Radiohead e via dicendo. Risparmiamo neuroni per la vecchiaia perché il platter ha il tipico sound brit che ci piace tanto e che, in momenti di calma piatta, ci capita di rispolverare.
Per rispondere alla classica domanda "quali sono i brani più riusciti?", vorrei evitare di farvi la lista della spesa, ma il mio odio verso l'analisi canzone per canzone non può essere sconfitto così facilmente. Prendete nota: la titletrack Somewhere Else a colazione,A Voice from the Past a pranzo e The Last Century for Man a cena. Vi toglieranno il medico di torno.

Il tutto è eseguito egregiamente, suona bene ed il lavoro di Mike Hunter alla produzione risulta più che soddisfacente, tanto che gli stessi membri della band lo considerano nuova linfa vitale per il proprio lavoro. Meno valido di Marbles? Non direi così. Diciamo che gli dà una giusta continuità. Inutile negare che Marbles rappresenti il meglio del meglio e che meriterebbe un 100 pieno. Tuttavia questo Somewhere Else è un disco solido che non giustifica alcuna delusione. È oggettivamente bello e chi lo ha criticato duramente forse non si è mai relazionato con i Marillion , non ha mai stretto un legame di "amicizia" con loro e non ne ha mai condiviso il pensiero. Forse non lo hai mai davvero ascoltato. Marillion è una comunità, amore incondizionato, non un semplice gruppo che scrive e pubblica dischi. Questo è un dato di fatto. Fatelo vostro senza pregiudizi.

L’uomo del pianeta Marzapane (maschera di Hogarth quando si sente distante dalla società e dal mondo che lo circonda) conosce nuovi motivi di tristezza.

Give me a smile. Hold out your hand
I don't want your money
I don't want your land
Give me a smile. Hold out your hand.
I don't want your money
I don't want your land
I want you to wake up and do
Something strange
I want you to listen
I want you to feel someone else's pain
Someone else's pain
Someone else's pain
Someone else's pain."
(A Voice from the Past)



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
91.66 su 9 voti [ VOTA]
Aceshigh
Domenica 16 Dicembre 2018, 13.00.03
4
Appena riascoltato... e con piacere. Diverso e anche non al livello del grande Marbles, probabilmente dopo la pubblicazione di quell'opera mastodontica hanno sentito il bisogno di scrivere materiale più lineare, magari anche più easy listening, ciononostante la classe di questa band rimane sempre tanta... e si sente. Concordo col voto della recensione.
Andrea Velasco
Venerdì 18 Agosto 2017, 1.00.29
3
Risentito questa sera, aggiungerei alle giuste osservazioni, il brano "the wound" per il dopo cena. pezzo dal testo davvero molto preso e sofferente, musicalmente sembra davvero di sentire i Radiohead, soprattutto ancor di più dopo il cambio di ritmo prima del finale. Hogarth si riscopre Thom yorke e a mio avviso con la sua voce sensuale e femminea almeno non risulta lagnoso e prevedibile. brano molto intenso. Aggiungiamo pure "faith" scritta dal lavoratore migliore del gruppo ossia trewavas dove si allieta a suonare molto bene la chitarra acustica, e, ma questo è discutibile, salvo pure "the other half" dove finalmente Rothery ci delizia con un bell'assolo. Rothery che comunque sulla title track è davvero fondamentale, il suo guitar work ora melodico, ora acido, ora più pesante sia in fase solista che ritmica regala a mio avviso bellissimi momenti. Hogarth magistrale ovviamente. naturalmente siamo indietro anni luce dai fasti dell'attuale FEAR da un punto di vista del prog, ma hanno dimostrato di saper esplorare ogni territorio. Ps io invece da quel che so "cover my eyes" fu un vero colpo per i fan della prima ora, e forse è da lì il punto di rottura più che da "seasons end" dove invece, vuoi per la presenza di Fish in sede compositiva prima dell'abbandono, le sonorità erano ancora molto forti e progressive...
J.C.
Mercoledì 9 Marzo 2016, 15.41.38
2
Il mio album preferito dei Marillion post Fish. Title track immensa...
Rob Fleming
Sabato 30 Gennaio 2016, 18.37.20
1
Sempre più che dignitosi. Non ci sono capolavori, ma avere la possibilità di ascoltare la voce di H intonare la title track o Most toys è sempre un piacere immenso. 75
INFORMAZIONI
2007
Intact Records
Prog Rock
Tracklist
1. The Other Half
2. See It Like A Baby
3. Thank You Whoever You Are
4. Most Toys
5. Somewhere Else
6. A Voice From The Past
7. No Such Thing
8. The Wound
9. The Last Century For Man
10. Faith
Line Up
Steve Hogarth (Voce, Tastiera, Chitarra, Percussioni)
Steve Rothery (Chitarra)
Mark Kelly (Tastiera, Cori, Campionatore ed effetti, Programmazione)
Pete Trewavas (Basso, Cori, Chitarra, Campionatore ed effetti aggiuntivi)
Ian Mosley (Batteria, Percussioni)
 
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