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Rome in Monochrome - Karma Anubis
( 2740 letture )
Un viaggio non si giudica dalla sua durata. Un viaggio breve ispira sensazioni e suggestioni che non avendo il tempo di essere approfondite creano aspettative, invitano ad un più approfondito ritorno. Più intense sono le risonanze che i luoghi e le atmosfere provocano più il desiderio di tornare si farà pressante, più il ritorno diventerà nostos, rimpatrio, riscoperta delle proprie dimensioni interiori non ancora del tutto esplorate.
Perché quello di Karma Anubis è un viaggio molto speciale, infero nel senso di interiore, laddove per interiorità s’intende proprio l’accezione più ampia di profondità.
Basta interpretare il titolo, per comprendere appieno: il karma, il destino personale che è prodotto dalle nostre intenzioni tradotte in azioni, è associato ad Anubis, la divinità egizia dalla testa di sciacallo che proteggeva le necropoli e guidava l’anima dei defunti davanti al tribunale degli dei, illuminandone il cammino con la luna tenuta nel palmo della mano.
Un’immagine, quest’ultima, di grande fascino che mi ha colpito per la sua affinità con la musica dei Rome in Monochrome: la natura poetica dei brani, che sa farsi eterea senza disdegnare passaggi più arditi ma che sempre si contraddistingue per una grande intensità d’espressione, è indissolubilmente legata ad un tema “luttuoso” e da esso trae la propria linfa vitale, facendolo risplendere di una luce del tutto unica, mesmerica e cangiante come quella dell’argenteo satellite.
Appunto questa sembra essere l’essenza della musica dei Rome in Monochrome: il destino di dolore, di perdita è trasformato in una materia sonora capace di grande duttilità eppure forte di una solidità strutturale e di una profonda maturità compositiva. Pur nella sincera adesione a generi come lo slowcore, il post-rock, lo shoegaze, il doom metal i nostri sanno affermare la loro piena autonomia, evitando così ogni tentazione derivativa.
La title track è un’erma Erma bifronte di straordinaria forza ed unità. Si apre con archi e tastiere struggenti che insieme ai delicati, puntuali contrappunti chitarristici accompagnano l’andamento doom che i riff scandiscono con la loro aspra possanza e la batteria segna con il suo ritmo lento, dolorosamente sospinto in un avanti privo di speranza.
La voce che si inserisce nella trama sonora con la sua peculiare interpretazione potrebbe risultare monotona ad un primo ed ingenuo ascolto. In verità lo sembra unicamente a chi non ha dimestichezza con le potenzialità espressive di una certa tradizione di cantato slowcore, che veicola la sua terribilità emotiva attraverso una solo apparente uniformità. In realtà basta prestare una maggiore attenzione per cogliere tutte le declinazione della desolazione di cui si fa portatrice per lasciarsene poi contagiare.
La verità è che il contagio è necessario per apprezzare in modo non superficiale i Rome in Monochrome. Bisogna porsi in una condizione di totale apertura: se si rifiuta il coinvolgimento nella sofferenza che la loro musica evoca si perde inevitabilmente l’occasione di coglierne la ricchezza espressiva. Lo stesso accade se si resta ammagliati solo dalla delicatezza e dolcezza d’espressione senza percepire l’ardente terribilità del dolore esistenziale che ne rappresenta la più genuina ed intima sorgente d’ispirazione e che i testi -e persino l’assenza dei testi in Endmusic- esprimono senza reticenze.
Spheres è in questo senso un brano profondamente coinvolgente, che usa con finezza il ripetersi della melodia e la stratificazione delle tracce vocali per creare un effetto intensamente mesmerico. Non parlo di psichedelia, qui la suggestione che letteralmente intrappola l’ascoltatore in un loop ininterrotto di ascolti nasce da una forza emotiva che certa musica sperimentale invece aborrisce. L’incantesimo nasce proprio dal moto circolare potenzialmente infinito che la melodia, caratterizzata da una struggente, disperata dolcezza, suggerisce all’anima, irretendola. Il cantato principale si fa carezzevole, caldo e gli echi delle altre voci ne dilatano gli effetti emozionali come un diapason vibrante, come i cerchi concentrici prodotti da un ciottolo gettato in uno specchio d’acqua. Un accorato e languido romanticismo è il modo col quale i nostri esprimono la loro resa definitiva ad un destino universale di estinzione e di perdita, dando vita ad un mood assolutamente inedito, peculiare per mezzo di un lavoro di cesello, molto accurato ma mai stucchevole.
Macrocosmo e microcosmo si riflettono l’uno nell’altro ed accolgono all’unisono i medesimi echi. E non è un caso che le dottrine esoteriche assegnino loro un’identica natura: il macrocosmo racchiude in sé ogni parte, il microcosmo a sua volta contiene in piccolo il tutto. Ma se il macrocosmo è l’Universo con le sue Sfere concentriche -il cui movimento si credeva producesse una musica non udibile dall’orecchio umano- ed il microcosmo è l’Uomo, capace d’immaginare e creare il suono delle Sfere, chi può dire quale delle due realtà sia più preziosa, quella che non ha coscienza di sé o quella che trae Bellezza dall’incoscienza della materia?
Endmusic, infine. Che affida ai soli strumenti la celebrazione di una fine. Una fine così dolorosa che toglie il respiro ed impedisce il canto, appunto. Ma quanta intensità in questa straordinaria nudità, in questa raffinata essenzialità che trasuda sentimento. Chitarre ed inserti elettronici misuratissimi: un inizio sommesso che procede per addizione di elementi sonori fino a far schiudere il dolore come un frutto maturo, saturo di uno struggimento composto ed altissimo che il finale nuovamente minimale sembra esaurire, ma che in realtà consegna ad una dimensione silenziosa, quella del ricordo.
Un viaggio non si giudica dalla sua durata, scrivevo poc’anzi. Karma Anubis, in questa sua forma temporanea, in questo suo testimoniare un momento specifico di un processo in fieri impressiona per la sua compiuta bellezza, generata da un’ispirazione d’inusitato vigore, e per la maturità compositiva ed interpretativa dei musicisti coinvolti, che, ricordiamolo, fanno da lungo tempo parte della scena alternativa romana con altri progetti musicali paralleli, creando un’altissima aspettativa sul debut album che lo seguirà.
Rome in Monochrome ed abbiamo invece parlato di ricchezza di nuance? Su un tessuto monocromatico, gli inserti cangianti spiccano maggiormente. Quando il senso del dolore diventa il nostro settimo senso, esso può essere esperito e declinato in tutte le sue innumerevoli forme, assicurando una libertà espressiva pressoché assoluta.

La bellezza del mondo ha due tagli,
uno di gioia,
l'altro d'angoscia,
e taglia in due il cuore.


Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
98.37 su 143 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2015
Visionaire Records
Post Rock
Tracklist
1. Karma Anubis
2. Spheres
3. Endmusic
Line Up
Valerio Granieri (Voce, Chitarra)
Gianluca Lucarini (Chitarra, Voce)
Marco Paparella (Chitarra)
Riccardo Ponzi (Basso)
Stuart Franzoni (Batteria)
 
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