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Blackmore`s Night - All Our Yesterdays
( 2423 letture )
Ritchie Blackmore; quando mi è stato affidato il suo nuovo disco, confesso che la mia reazione è stata entusiasta e spaventata allo stesso tempo. Parlare del “Man In Black”, per un appassionato viscerale dell’hard rock seventies come il sottoscritto, è come chiedere di parlare di Alberto Tomba per un appassionato di sci, o di Pantani per un patito di ciclismo, o di Platini per un calciofilo accanito; uno di quei nomi cui proferire ringraziamenti ininterrotti e perenni per le emozioni immortali che ci hanno saputo regalare.
Tuttavia, se si tratta di dover recensire un’opera nuova, può essere una situazione difficile da maneggiare. Infatti, mentre gli atleti sopracitati hanno da tempo concluso la loro carriera agonistica (o, tragicamente, la loro stessa esistenza in vita), e quindi parlando delle loro imprese è gioco forza necessario riferirsi al passato, evitando scomodi paragoni con il presente, gli artisti continuano a produrre opere nuove, e quindi a mettersi in competizione sia con il loro stesso ingombrante (molto ingombrante, nel caso qui presente) passato, sia con i loro concorrenti o epigoni attuali. Quando questo succede, l’atteggiamento del critico/recensore può, fatalmente, cadere in due eccessi opposti: elogiare a prescindere ogni nota prodotta dal “nume tutelare”, più come ringraziamento per le produzioni passate che per oggettivi meriti presenti; oppure, al contrario, stroncare senza pietà tutte le nuove composizioni, facendo continuamente paragoni e confronti con i capolavori che lo hanno reso immortale nel passato, che renderebbero inutili ed insignificanti le composizioni di oggi. Forzature entrambe, beninteso; ma approcci difficili da evitare proprio per l’ingombrante importanza del nome in questione, verso il quale è molto difficile essere neutri e distaccati. Basti pensare alle vibranti polemiche sorte a seguito del nuovo Iron Maiden in uscita in questo mese per rendersene facilmente conto. La soluzione è una sola: valutare il disco a se stante, per le sue doti, e i suoi difetti, singoli, evitando il più possibile ogni riferimento alla carriera e alle opere del passato.
Nel caso in questione, il nostro eroe ci viene in aiuto: per chi fosse vissuto negli ultimi venti anni su Marte, o più semplicemente si fosse allontanato dal rock, giova ricordare come Ritchie Blackmore, dopo aver creato due fra le band più importanti nella storia del rock, prima i Deep Purple, in collaborazione con Jon Lord e Ian Paice, poi i Rainbow, con l’apporto fondamentale di Ronnie James Dio, nel 1995 ha deciso di chiudere la sua carriera nell’hard rock, e di dedicarsi ad altro tipo di musica. Insieme con la compagna, poi moglie, e vocalist Candice Night ha creato il progetto Blackmore’s Night, nel quale ha potuto dare sfogo alla sua passione sfrenata per la musica folk e rinascimentale, creando un ensemble dove le chitarre, per lo più acustiche, di Blackmore, si fondono con le linee vocali eteree di Candice Night, e si uniscono con strumenti tipici dei secoli passati (liuti, zampogne, cornamuse, violini e percussioni varie) seguendo i ritmi ipnotici ed evocativi delle sarabande medioevali. Una musica difficile da definire in modo preciso: per dare dei riferimenti, si pensi alla meravigliosa Loreena McKennitt (della quale mancano le eccezionali doti vocali e l’accuratezza quasi maniacale nella scelta dei suoni e degli arrangiamenti) o a certe composizioni di Enya, soprattutto per quanto concerne le linee vocali. Genere ben diverso, quindi, da quanto proposto da Blackmore sino a 20 anni fa; ma da lui tenacemente portato avanti, visto che il presente All Our Yesterdays è il decimo album di inediti, tralasciando live e raccolte. Nel corso degli anni, lo stile della band, composta dal duo e da diversi collaboratori esterni, si è evoluto, passando dal folk puro dei primi dischi ad una sorta di ibrido fra matrici e strutture rock, ed in qualche caso anche strumentazione (vedi il progressivo ritorno delle chitarre elettriche), e arrangiamenti e sonorità tipicamente rinascimentali ed etniche.

Sin dalla copertina, chi conosce la storia musicale del duo sa perfettamente cosa attendersi: dolci melodie ben cantate da Candice (ottimo timbro e dizione, tecnica non eccelsa ma più che accettabile), tocco chitarristico tipicamente blackmoriano, che, da buon fuoriclasse, sa reinventarsi anche in terreni inizialmente non propri, grande cura negli arrangiamenti e nelle atmosfere. Può bastare? Analizziamo brano per brano. La title-track parte con un dolce arpeggio e una strofa evocativa, poi prende quota con una ritmica più veloce e serrata; molto buona, anche in versione accelerata, la strofa, mentre il ritornello cede un po’ con una melodia un po’ banale, messa come riempitivo. Il secondo brano invece è la prima zampata del vecchio leone: una sarabanda strumentale dove chitarre, violini e zampogne si rincorrono in una danza sfrenata, come quelle che avvenivano nei castelli del medioevo durante le feste; grande classe anche negli assoli. Uno di quei brani che non passano di certo inosservati. Classe da vendere anche in Darker Shade Of Black: una tenue e malinconica ballata strumentale, dove i violini e un morbido tappeto tastieristico ben si intrecciano fra di loro, evocando antichi epici scenari. Da manuale il crescendo finale, con l’assolo e la ripresa del tema fatta con la chitarra elettrica. Torna protagonista Candice Night in Long Long Time: ballata sostenuta dalla sei corde acustica del marito, giustamente di sfondo mentre la consorte delizia con una melodia davvero splendida. Il quinto pezzo è a dir poco sorprendente: è noto che il duo ha l’abitudine di coverizzare, nel loro stile, brani di altri artisti; ma nessuno avrebbe immaginato che il brano scelto sarebbe stato Moonlight Shadow, celeberrimo brano in tipico stile pop-dance anni 80 di Mike Oldfield, in Italia per lo più noto per essere stato la colonna sonora del primo Vacanze di Natale dei Vanzina, con Jerry Calà e Cristian De Sica… Che dire: la versione Blackmore’s Night è sicuramente particolare, eppure l’esperimento può dirsi pienamente riuscito. Sinora l’album si è mantenuto su livelli davvero elevati; purtroppo, I Got You Babe è il primo passo falso: un mid-tempo terzinato caratterizzato da melodie simil-pop alquanto banali, e cantato in maniera non troppo convinta da una Candice sinora inappuntabile. Si ritorna in pieno stile rinascimentale con The Other Side: ottimi contrappunti fra le melodie vocali e le sarabande strumentali, pezzo di sicuro non innovativo ma complessivamente azzeccato. Queen’s Lament è il secondo flop del disco: un brano strumentale, per fortuna breve, di sola chitarra acustica, dove Blackmore si limita a “timbrare il cartellino” senza alcun guizzo di inventiva. I quasi sei minuti di Where Are We Going From Here sono invece fra i più riusciti del disco: un pezzo dove la fusione fra rock, dai toni quasi hard, e melodie antiche tocca ottimi risultati. Arrangiamenti sontuosi completano l’opera: se facessimo cantare questo brano a D.C. Cooper o a John West non saremmo lontani dai migliori Royal Hunt. Altra cavalcata medioevaleggiante con Will’O The Wisp: indubbiamente un pezzo di mestiere, ma non si può negare che le melodie vocali colpiscano nel segno; la classe, anche qui, non è acqua, e il bellissimo assolo di chitarra acustica lo dimostra in pieno. Earth Wind and Sky rallenta i ritmi: strofa ipnotica ed evocativa, preparatoria per un ritornello che però non affonda il colpo come si sperava; resta un buon pezzo, ma con un ché di incompiuto. Si chiude con Coming Home, altra danza rinascimentale ben preparata da mastro Blackmore; ma, anche qui, purtroppo, ad una valida base strumentale non si accoppia una melodia vocale di pari livello.

Alla fine della sarabanda, come giudicare All Our Yesterdays? Chi pensava, o sperava, di ritrovare lo stile del Blackmore rocker, lasci perdere: qui di hard rock non ce n’è neppure l’ombra; come pure tutti coloro che hanno volutamente ignorato questa fase della carriera del nostro, possono tranquillamente passare oltre; oppure, se vogliono iniziarne la conoscenza, partire dai primi album o dalle raccolte già edite, certamente più significative quantomeno dal punto di vista cronologico. Chi invece già apprezza le scelte stilistiche dei Blackmore’s Night trova in questo disco altre perle da aggiungere alla collezione, e può stare tranquillo sulla brillantezza compositiva del “Man In Black”, che si dimostra ancora capace di tirar fuori dal cilindro guizzi chitarristici degni del suo passato. Chi infine, come il sottoscritto, aveva perso di vista Blackmore e aveva seguito distrattamente la sua “svolta medioevale”, si ritrova comunque in mano un disco piacevole e, seppure con alcuni passaggi a vuoto, degno di essere ascoltato ed apprezzato. Non un capolavoro, ma di certo un buon album; visti certi ritorni di altri grandi nomi del genere, fiacche riproposizioni di cliché ormai logori, va già bene così.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
83 su 4 voti [ VOTA]
Rob Fleming
Domenica 17 Gennaio 2016, 13.02.39
6
A me piace. Quello che mi ha deluso è l'assolo in Moonlight Shadow. Ritchie - per il più grande di tutti i tempi - perde il confronto. E questo non è accettabile. 78
dantes
Giovedì 24 Settembre 2015, 18.00.27
5
Quoto @painkiller...questo disco non brilla affatto...si erano leggermente risollevati con Secret Voyages...ma gli ultimi due dischi, incluso questo, impressionano poco davvero ...lo stile e l'approccio sono quelli di sempre, non ci si aspetta certo stravolgimenti di genere, ma belle melodie questo sì, altrimenti resta ben poco. Certo la formula è collaudata, anche troppo... e riprendendo il commento precedente, uno stanco trascinarsi è proprio l'immagine azzeccata per il momento che stanno attraversando...
Painkiller
Mercoledì 23 Settembre 2015, 15.40.28
4
Per me semplicemente questo album, come il precedente, non brilla. Li ho apprezzati, visto dal vivo più volte, ma da un po' ormai hanno perso smalto, ome se si trascinassero stancamente.
danybg
Martedì 22 Settembre 2015, 16.02.12
3
non riesco a capire se la recensione è fatta sullo stile musicale intrapreso da Blackmore o sul valore dell'album !! il genere può piacere o no ma un album deve essere valutato per il suo contenuto. Dopo questa frase "Chi invece già apprezza le scelte stilistiche dei Blackmore’s Night trova in questo disco altre perle da aggiungere alla collezione" il voto è 67 ????? Boh !!!!
BJP
Sabato 19 Settembre 2015, 22.06.16
2
Ammetto di conoscere pochissimo questo progetto. Incuriosito, ho ascoltato la cover di "Moonlight Shadow" di Mike Oldfield e l'ho trovata buona anche se, come al solito, preferisco l'originale. A proposito: " Moonlight Shadow, celeberrimo brano in tipico stile pop-dance anni 80 di Mike Oldfield". Pop-dance anni 80? A me sembra si un pezzo pop, ma molto folk e per nulla dance! Se mi dicono "pop-dance anni 80" penso subito alla prima Kylie Minogue, a Rick Astley, a Madonna ecc. , quindi al pop elettronico di quel decennio. Per il resto, ottima disamina
edward 64
Sabato 19 Settembre 2015, 21.18.44
1
Mai apprezzato la strada presa da blackmore nel 95 .... adesso vediamo il prox anno questo ritorno all hard rock ....
INFORMAZIONI
2015
Frontiers Records
Folk Rock
Tracklist
1. All Our Yesterdays
2. Allan Yn n Fan
3. Darker Shade Of Black
4. Long Long Time
5. Moonlight Shadow
6. I Got You Babe
7. The Other Side
8. Queen's Lament
9. Wherever Are We Going From Here
10. Will O' The Wisp
11. Earth Wind And Sky
12. Coming Home
Line Up
Ritchie Blackmore (chitarre, mandolino)
Candice Night (voce, corno, flauto)
Bard David of Larchmon (tastiere)
Earl Grey of Chimay (Mike Clemente) (basso, chitarra ritmica, mandolino)
Troubadour of Aberdeen (batteria, percussioni)
Lady Kelly De Winter (Kelly Morris) (cori, corno francese)
Scarlet Fiddler (violino, flauto)
 
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