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Empyrium - Where at Night the Wood Grouse Plays
26/09/2015
( 1897 letture )
When through the starry night
The mists of autumn glide,
The air is filled with tragedies of olden times.

Where with a dreadful tone
A nightbird plays its song
In forest dark, at moors, they come to life.


Quando nella notte stellata
scivolano le nebbie dell’autunno,
l’aria è empita di tragedie vecchie di secoli.

Dove, con un tremendo strepito,
un uccello notturno canta la sua canzone
nella foresta oscura, nelle brughiere, queste tornano in vita.


PRAEFATIO: L’AGONIA ROMANTICA
La profonda e insondabile malinconia, sensibilità che alberga e che si lega intimamente con l’immaginifico linguaggio dell’area nord di questa nostra Europa, ci affascina e ci attrae, ci seduce ed è capace di catturarci, trascinarci, tormentarci e ammaliarci. Trascende la nostra sensibilità più guascona, si scontra con le nostre elucubrazioni che, private di quel determinato linguaggio, sembrano sempre mancanti di quel senso di assoluta verità e sublime bellezza.
Il critico Mario Praz (1896-1982), a tal riguardo, scrive nell’introduzione del saggio La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica (1930) che Romantico viene ad associarsi con un altro gruppo di concetti, come “magico”, “suggestivo”, “nostalgico” e, soprattutto, con parole esprimenti stati d’animo ineffabili, quali la tedesca “Sehnsucht” e l’inglese “wistful”, di cui non esiste un esatto equivalente nelle lingue latine, quasi a indicare l’origine nordica, anglogermanica, dei sentimenti che esse esprimono.
“Sehnsucht”, infatti, è una parola complessa, resa in italiano per lo più con il significato di “struggimento”. Nel Mittlehochdeutsch, la lingua della grande letteratura medioevale tedesca, essa ha un rapporto stretto con il dolore. Per il critico letterario Ladislao Mittner (1902-1975) indica l’anelito verso qualcosa di ancora mai attinto. Si lega intimamente alla “Heimweh”, la nostalgia. Ma mentre questa tende ad incarnarsi nel desiderio di riappropriarsi del passato, la “Sehnsucht” è la ricerca di qualcosa di più indefinito nel futuro, un desiderio del desiderio e una dipendenza dal desiderio. Il filosofo Martin Heidegger (1889-1976) lo definisce come il dolore della vicinanza del lontano(Chi è lo Zarathustra di Nietzsche?, in Saggi e discorsi).
L’agonia romantica, dunque, è una continua tensione, la malattia del doloroso bramare che divora l’individuo e lo porta a legarsi alla morte. Alberga nelle più oscure camere della nostra mente, nelle insondabili pieghe del nostro animo, ci culla di notte quando osserviamo estasiati il cielo stellato, quando camminiamo da soli nei boschi e lasciamo affogare i nostri occhi in ciò che ad essi risulta essere bello, tra le ombre degli alberi al crepuscolo, nelle canzoni degli uccelli, nelle forme e nel sesso della persona amata, tra gli odori e l’aura delle antichità.
E’ proprio questo stato di agonia e di desiderio che anima, colora e vivifica Where at Night the Wood Grouse Plays degli Empyrium. Il disco si presenta come un’opera immateriale, che trascende la realtà per abitare nel sogno. La sua trama è quanto mai flebile, sottilmente lontana, enigmatica e avvolta da grigie nebbie, mentre la sua musica si fa poesia pura e presente, dolce e oscura, voce che penetra l’animo umano, avvolgendolo in un insostenibile e inconsolabile desiderio che è vita e morte al tempo stesso.

I. IL RAPPORTO TRA WHERE AT NIGHT… E KVELDSSANGER
Questa storia, questa recensione, questo viaggio attraverso le pieghe più intime dell’animo e della sensibilità umana comincia necessariamente quattro anni prima della pubblicazione di Where at Night the Wood Grouse Plays, a quasi mille e quattrocento chilometri di distanza dalla piccola cittadina di Hendungen. In Norvegia, infatti, nel 1995, gli Ulver pubblicavano Kveldssanger. La band norvegese ci offre un malinconico affresco, oscura poesia dove non trovano spazio né chitarre distorte, batterie forsennate o gutturali voci partorite dalle lascive profondità dell’Inferno. L’animo è cullato dalla perfezione acustica, dalle note dei flauti e dei violoncelli che, di quando in quando, s’intrecciano all’evocativa voce baritonale di Garm, oppure tendono a perdersi in un immaginifico impressionismo musicale notturno e sepolcrale. Tutto ciò mentre, nel medesimo contesto territoriale, stava raggiungendo il proprio apice quell’enclave di musica black: i Satyricon, infatti, avevano pubblicato giusto un anno prima Dark Medieval Times, così come i Mayhem e gli Emperor con i loro De Mysteriis Dom Sathanas e hrefhttp://www.metallized.it/recensione.php?id=4037 target"_blank">In the Nightside Eclipse, mentre già da due anni respirava il capolavoro dei Darkthrone, Under A Funereal Moon, che, proprio in quello stesso 1995 avrebbero dato alle stampe Panzerfaust. Contestualmente, gli Empyrium muovevano i loro primi passi, pubblicando l’anno seguente il loro album di debutto, A Wintersunset….
Pur discostandosene molto e in maniera netta, Kveldssanger rimane un album intimamente black. Le sue tematiche e le sue atmosfere, per quanto addolcite dall’abbandono della chitarra distorta, rimangono tremendamente oscure e perdute. In ogni piega, in ogni trama dell’ordito dell’armonia si poteva assaporare, riconoscere la disarmante malinconia, il conflitto e il desiderio d’identità che animava come un inestinguibile fuoco l’intera scena black dei fiordi norvegesi e svedesi. Per questo, al tempo stesso, Kveldssanger rappresenta una specie di unicum e naturale continuum ideologico di quella determinata scena, ben inquadrandosi in quel contesto.
Il titolo dell’album è la fusione di due parole norvegesi, “kveld” che indica la sera, il “morire del giorno” più precisamente, e da “sang”, nel titolo usato al plurale, “sanger”, termine che nelle lingue d’area germanica indica essenzialmente il canto. Dunque, “Canzoni della sera”. Ciò dichiara fin da subito l’intima voce sepolcrale e notturna, oscura e seducente del capolavoro degli Ulver. Nella sua natura, Where at Night the Wood Grouse Plays non si discosta da questo alone notturno e quasi mistico. Il “wood grouse” è il gallo cedrone, un particolare uccello dai colori scuri e cinerei, che vive nei boschi di montagna, in boschi di coniferi e faggi, tra piante secolari, e specialmente nelle vaste foreste della Scandinavia e della Russia.
Il rapporto tra i due album è dato, innanzitutto, dalla natura acustica e più propriamente folk delle composizioni. Se per gli Ulver, come abbiamo avuto modo di dire, ha rappresentato una specie di frattura, per gli Empyrium, a mio avviso, essa rappresenta la naturale evoluzione del proprio sound. Infatti, fin da A Wintersunset… possiamo ammirare un certo gusto per l’estetica acustica dei bavaresi, capaci di creare una proposta di metal immaginifica ammantando l’armonia acustica dei colori e delle sfumature della distorsione delle chitarre. Songs of Moors and Misty Fields, immaginifico e spettacoloso epigono, è lo scrigno che perfettamente raccoglie al suo interno l’apice di questa esperienza musicale, che riesce a trasmettere quel sentimento di mortale desiderio e struggimento proprio dell’arte romantica.

And many a-moon shall arise…

… And lead me into the cold embrace of the night.
Here we drown in grey, drown in absence of light,
Here’s no shelter, no escape from our hearts,
Entwined in this tragic embrace, we fear and bemourn to depart.


E molte lune ancora s’alzeranno…

… guidandomi nel freddo abbraccio della notte.
Qua, ‘ove ci n’abissa nel grigiume, ‘ove ci n’abissa, nell’assenza di luce,
qua, ‘ove non v’è sicuro rifugio, né fuga alcuna dalle emozioni,
avvinghiati in questo tragico abbraccio, tremiamo e temiamo la dipartita.
(The Blue Mists of the Night)


Da questo apice, v’è l’evoluzione e il cambiamento. Quindi, Where at Night the Wood Grouse Plays, non condivide con Kveldssanger quel ruolo di unicum innanzitutto nella discografia del gruppo e, soprattutto, nel proprio contesto di genere. Da una parte, infatti, abbiamo un gruppo, gli Ulver, che con il seguente Nattens Madrigal torneranno su sonorità più esplicitamente black metal, prima della svolta più propriamente ambient e avant-garde, mentre Empyrium, con Weiland - Naturmystik In Drei Kapiteln, continueranno ad esplorare quelle tematiche acustiche e romantiche già ampiamente espresse in questa release, percorso questo che sarà seguito da altre band doom, quali gli Agalloch, e che in parte avevano affrontato anche gli Anathema.
La tematica della morte, della notte, della sepolcralità (passatemi, vi prego, questo orrendo neologismo) del canto e della musica, in entrambi i dischi si rincorrono, si rinnovano e plasmano quella sublime bellezza di fronte alla quale l’uomo non può che rimanere sospeso, bellezza che l’uomo non può far a meno di desiderare e bramare.
I punti di contatto, in tal senso, sono molteplici, sia da un punto di vista puramente lirico, che da un punto di vista esclusivamente musicale.

Ord:

Ikke bør den love aa vandre I mørket,
Som ikke har sett natten.


Non esser colui che promette di vagare nell’ombra
senza aver veduto la notte.


Utreise:

I blinde gaar jeg.
Redd meg, ikke.
La natten føre meg
Bestanding.


Cieco vago.
Non condurmi a casa.
Lascia che la notte mi guidi
in eterno.


The Sand Song of the Wind:

Be still, O wand’rer!
Dost thou not hear the sad song of night?
How the wind does beckon thee to the rest of a while
And to lend him thine ear?

What woeful tale does it tell tonight?
What tragedy of old?


Fermati, passante!
Non odi forse la triste canzone della notte,
come il vento t’intima di fermarti un momento
e prestargli orecchio?

Quale dolorosa favola racconta stanotte?
Quale antica tragedia?


Il tema del viaggio nella notte ricorre, dunque, in entrambi i dischi. Ma mentre in Kveldssanger rimane un viaggio di natura più intimistica, quasi mistica, all’interno della propria notte, della propria solitudine, della propria oscurità insomma, in Where at Night… esso assume contorni maggiormente realistici. Non è difficile immaginare, infatti, che sia lo stesso gallo a intimare al passante di fermarsi e di ascoltare il canto del vento, in modo da poter udire la storia della fanciulla fantasma, la “maiden ghost” intorno alla quale gira l’intera trame del disco.
Dunque, ciò che contemporaneamente è punto di contatto, è allo stesso tempo il punto che separa questi due grandissimi capolavori. Da una parte, dunque, rimaniamo nella componente dell’Io, la cui solitudine è la realtà e il cui desiderio è appassito tra le pieghe di quello stesso fuoco che lo alimentava, e del quale ora non rimane che cenere che s’arabesca in bianchi nugoli di fumo. Dall’altra, l’Io è spettatore del desiderio dell’Altro, è unicamente il tramite esperienziale della “Sehnsucht” di un altro individuo, che è al tempo stesso patologica e psicopatologica, e intorno alla quale intreccia le sue trame e i suoi orditi.
La vicinanza, da un punto di vista musicale, è sottolineata da quella voce baritonale che contraddistingue il cantato di Garm e di Schwadorf. Le loro voci profonde si fanno perfetti interpreti della malinconia e della nostalgia, arrampicandosi sulle delicate pennellate delle chitarre e dei flauti. Da una parte, gli Ulver decidono di lasciare molto spazio alla musica, introducendo la voce spesso in singoli cori piuttosto che in vere e proprie parti cantate, lasciando all’immaginazione dell’ascoltatore di plasmare l’immateriale sogno delle canzoni, mentre Schwadorf è spesso protagonista, se si eccettuano Wehmut, A Pastoral Theme e Abendrot, regalandoci più un enigmatico romanzo nel quale l’ascoltatore è più spettatore che vero e proprio protagonista.
Dunque, questi due capolavori sono indissolubilmente legati l’uno all’altro da similitudini che, al tempo stesso, sono le differenze che li animano. Due romantiche perle, così vicine e così lontane, figlie di una sensibilità unica e sublime, dolce eco di emozioni primeve e ancestrali.

II. LA FIGURA DELLA “MAIDEN GHOST”
La vera protagonista di questo Where at Night the Wood Grouse Plays è una fanciulla, chiamata “maiden ghost”.
La sua figura ci appare per la prima volta nella seconda traccia, A Dying Brokenhearted, dove Schwadorf ce la descrive in punto di morte.

A bed of moss was granted;
She laid down with a sigh,
Embraced by the green blankets
She kissed the world goodbye.


Le fu concesso un letto di muschio;
vi si sdraiò con un sospiro,
e abbracciata da coperte di foglie
diede il bacio d’addio al mondo.


La voce è lontana, quasi come se fosse vento. La musica tratteggia sapientemente la scena, consegnando all’ascoltatore una bellezza eterea e fragile, da occhi di cristallo e intorbidita dalla morte. All’arpeggio della chitarra di base vanno accompagnandosi diverse melodie, ora ordite dalla chitarra ora dal flauto di Mölter. L’atmosfera sembra essere spaccata in due: più dolce e rilassata all’inizio, finché la voce non soffia nelle nostre orecchie, quando questa si fa più chiusa e oscura, dominata da suoni più gravi, e che ci accompagna alla conclusione del pezzo, lasciando nel nostro cuore un alone di tristezza.
Da qui si schiude l’episodio centrale, The Shepherd and the Maiden Ghost. La canzone descrive l’incontro tra un pastore e la fanciulla. In una sera di tarda estate, una voce risuonò nell’aria e risvegliò la curiosità del pastore.

What sweet voice does sing in such a woebegone tone?
What maiden does wander the heather alone?


Qual dolce voce canta ‘sì triste melodia?
Qual fanciulla mai passeggia solitaria nei campi d’erica?


Così, incantato dal canto trasportato dal vento, il pastore si alza e si decide a seguirlo. Vicino a una cascata, seduta su di un masso coperto di muschio, trova la fanciulla piangente. Segue, dunque, il dialogo tra i due.

[The Shepherd]:
Why art thou dreary? What happened to thee?
What song didst thou sing so woefully?

[The Maiden]:
Go wither, O shepherd! Don’t sadden thine heart.
Thou canst not help me, – no thou, who thou art!
An old man who’s been born in a cradle of wood
Of a tree that at least a hundred years stood,
Cut boy who at heart is still pure, –
Could be my redeemer, if he knew that he could.


[Il pastore]:
Perché piangi? Che t’accadde?
Quale canzone canti così addolorata?

[La fanciulla]
Vattene, pastore! Non rattristare il tuo cuore.
Non puoi aiutarmi, non tu così come mi appari.
Un vecchio che sia nato in una culla di legno,
del legno di un albero che almeno cento anni ha vissuto
e che sia stato tagliato da un ragazzo puro di cuore,
può essere il mio redentore, se sapesse di potere.


La voce della fanciulla è distante, quasi ultraterrena. Le sue parole sono enigmatiche, affondano le radici in un misticismo ancestrale, arcaico. Sono pronunciate a mo’ di incantesimo, ammantate di un qualcosa di profetico, ma altro non sono che il ricordo lontano del desiderio dell’amore che l’ha consumata fino a portarla alla morte. A rivelarcelo è l’ultimo episodio, il capolavoro del disco, Many Moons Ago…, ballata dal vago gusto medioevale e stupenda chiusa di questa release.

A night of december so dark and cold,
I walked a path ages old.
The moon amongst the clouds revealed
Lightning valleys, forest and field.

Embraced by silence, I wandered the moor –
An endless landscape by my side!
When in the mist I saw a light
Dancing through the hazy night.

I stood and watched the play in awe,
Was deeply touched by what I saw.
I told my friends what I did see,
And what they told me did tremble me!

It’s said the ghost of a young, fair maid
Is cursed to dwell beneath the shade
Of the olden oak she died below.
O That was many moons ago!


Una notte di dicembre fredda e scura,
camminavo lungo un sentiero vecchio di ere.
La luna filtrando i suoi raggi tra le nuvole rivelava
splendenti vallate, foreste e brughiere.

Circondato dal silenzio, passeggiavo lungo la brughiera –
uno sconfinato panorama al mio fianco!
Quando, d’un tratto, tra le nebbie vidi una luce
danzare nella caliginosa notte.

Mi fermai e osservai in estasi lo spettacolo –
ero intimamente toccato da ciò che vedevo.
Riferii ai miei amici ciò che avevo visto,
e ciò che mi dissero, mi travolse!

Si dice che il fantasma di una giovane, bella fanciulla
sia condannato a riposare all’ombra
dell’antica quercia sotto la quale morì.
Oh, questo avvenne molte lune fa!


La fanciulla è stata trascinata dal suo desiderio alla morte e, da questo stesso desiderio, è riportata a nuova vita. La sua maledizione è l’estrema tensione dell’agonia romantica, il ricordo e il desiderio di bramare quella stessa redenzione che, al tempo stesso, spezzerebbe l’intrinseca nostalgia del ricordo consegnando lo spettro alla vera morte.
È la metamorfosi della donna angelo del dolce stilnovo nella donna dalla bellezza medusea, torbida di morte, distante e spettrale. Non ha alcuna caratteristica fisica specifica, Schwadorf ci dice unicamente che essa è “young”, quindi giovane, e “fair”, termine che può indifferentemente significare “bella”, “pura” e “bionda”. Il sostantivo “maiden” tratteggia la virginea bellezza della fanciulla, ma al tempo stesso il sostantivo è contrasto e ambiguità. Le parole, i pensieri, ciò che veicola la fanciulla, infatti, non può essere “fair”, dunque “puro”, ma quanto meno “foul”, “impuro”, in un concetto moralistico. La stessa maledizione non sono che la condanna di un desiderio che è stato dolore e sensualità. Per questo, la bellezza della fanciulla, non sappiamo alcunché, se non che questa non può che essere corrotta dalla morte, pur apparendoci brillante e stupenda.
Il suo mistero, il suo enigma, non viene svelato. L’ascoltatore è invitato a partecipare, ad avvertire i profondi e vibranti desideri della fanciulla, ma non gli è concesso di conoscere la sua storia e la sua tragedia. La cosa avvolge in una componente di magica spiritualità la figura della protagonista, consegnandoci una di quelle storie perdute dal passato, una voce muta e trapassata.

CONCLUSIONE
Sono ben consapevole di non aver fatto una recensione. Soprattutto, sono ben consapevole, e spero che lo siate anche voi, di aver trattato le tematiche in maniera superficiale. Il mio intento era quello di creare un parallelo, un argomento che potesse essere di discussione più che un mero e semplicistico giudizio su di un album, anche se è questo il mio lavoro. Perciò, mi scuso se aveste trovato questo scritto noioso, superficiale o poco approfondito.



VOTO RECENSORE
92
VOTO LETTORI
85 su 1 voti [ VOTA]
Bloody Karma
Domenica 27 Settembre 2015, 19.04.13
5
complimenti per la bellissima recensione e per l'azzeccato paragone con gli Ulver. A me il disco piace da morire, e metterlo su in una domenica autunnale di pioggia è qualcosa di incredibile...
Francisarbiter
Domenica 27 Settembre 2015, 8.36.12
4
@Razor Buongiorno! "Sepolcralità" non è presente nel mio vocabolario, ci sta che in edizioni più vissute fosse indicato e che ora il termine sia semplicemente decaduto, dovrei informarmi meglio. Comunque, l'aggettivo, rimane "sepolcrale"
Razor
Domenica 27 Settembre 2015, 6.54.37
3
ma perché "sepolcralità" sarebbe un neologismo? credo che come parola esistesse in italiano esattamente come i "morte" e "notte" della stessa frase, è un aggettivo, o mi sbaglio? per quanto riguarda il disco, invece, trovo questo "where at night..." molto molto bello, ma anche io gli preferisco "weiland". l'ultimo "turn of the tides" mi è giunto parecchio inaspettato come sonorità, è più ricco e pieno, forse un pelo meno ...hmmm, mistico... però comunque bello, progetto di assoluto spessore gli empyrium
Theo
Sabato 26 Settembre 2015, 14.20.21
2
Voto abbastanza troppo alto per quanto mi riguarda (non sarei proprio andato oltre al 90 con questo) ma che se non altro ben rende lo spessore della band e del disco in questione. Non il loro migliore a mio parere, sia "Weiland" che soprattutto "Songs Of Moors & Misty Fields" se lo magiano... Tuttavia grandissimo disco anche questo (come ogni loro uscita). Sono d'accordo anche col commetto qui sotto che pone un bel parallelo azzeccatissimo con i DCD ed in particolare le atmosfere di quel loro lavoro. A conti fatti, questo, per me è migliore solo del debutto... Ma poco da dire, questa considerazione non fa che rendere ancor più onore alla band ed al suo operato in tutti questi anni. Sicuramente un disco da avere per ogni fan delle (variegate) sonorità incluse nel platter.
ocram
Sabato 26 Settembre 2015, 10.59.05
1
capolavoro! forse un gradino sotto al meraviglioso A Wintersunset..., ma davvero un ottimo album. Ma per me l'album definitivo degli Empyrium è l'ultimo, The Turn of the Tides, forse perchè assomiglia tanto ad Anastasis dei Dead Can Dance che per me è davvero speciale.
INFORMAZIONI
1999
Prophecy Productions
NeoFolk
Tracklist
1. Where At Night The Wood Grouse Plays
2. Dying Brokenhearted
3. The Shepherd and the Maiden Ghost
4. The Sad Song of the Wind
5. Wehmut
6. A Pastoral Theme
7. Abendrot
8. Many Moons Ago…
9. When Shadows Grow Longer ‘99
Line Up
Ulf Theodore Schwadorf (Voce, Chitarra, Basso, Batteria)
Nadine Mölter (Flauto)
 
RECENSIONI
92
87
 
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