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Brant Bjork - Jalamanta
10/10/2015
( 2234 letture )
È mattino presto, ma tu non sei andato a dormire.

Aspettavi il sole, fuori e dentro la tua anima tormentata, così piena di passione e rammarico. Ne hai accesa una, poi un'altra, dieci, venti, hai perso il senso dei numeri e delle cose attorno a te.
Sei stanco, d'altronde hai fatto molto: in soli dieci anni, tre di luminescente zenit artistico, hai dato vita e posto fine ad un genere intero, un modo di pensare, un mondo di suoni riverberati e pillole psichedeliche ricolme di sabbia e vento del deserto americano.
Tutto questo con i tuoi compagni di sempre, tre come te -semplici cazzoni con il punk in testa e una bomba al tetraidrocannabinolo in mano-, che si facevano chiamare come un personaggio di Dungeons&Dragons, un mostro pronto a fagocitare mercati discografici e malelingue con il portafoglio pieno: Kyuss.
Sei triste, ora tutto questo non c'è più. Dopo aver creato tre album da consegnare ai posteri, girato il mondo e conosciuto belle ragazze, la tua batteria è destinata a prendere polvere. Un banale alterco, un'insormontabile divergenza artistica con l'altro mastermind della band, Josh Homme, ha fatto sì che tutto il vostro meraviglioso pianeta di riff e droghe naturali implodesse impietosamente.
Mancano dodici mesi al nuovo millennio, tutti fremono in attesa di un "rinnovato nulla" a cui appigliarsi, in cui lasciarsi naufragare... beh, non tutti. Tu sei Brant Bjork.

Dal 1995 in poi, anno di ...And the Circus Leaves the Town, non sei stato fermo un istante: hai prodotto LP, partecipato come guest-star in produzioni desertiche (come Fu Manchu, Che, Mondo Generator), aiutato tuoi ex amici a completare il loro sogno discografico, mettendoti dietro la console di uno studio di registrazione o prestando le tue bacchette alle loro canzoni stonate.
Ora è però tempo per te di risplendere, di lasciarti andare in maniera definitiva: decidi di affittare il Rancho de la Luna, mecca artistica di tutto il desert sound, a te così cara ed evocativa; ci passavate molto tempo, spesso distorto con agenti stordenti, tu ed i tuoi amici di Palm Desert. Imbracci la chitarra ed il basso, nuovi strumenti con cui far esplodere il tuo suono -pacato, mai esplosivo- e componi il miglior disco della tua carriera: il primo, il più sentito.
Lo imbevi di tutto il tuo credo musicale, di ogni distillato di ritmo e saggezza che il tuo dissennato vivere, nel bene e nel male, ti ha donato. Ed ecco che quasi dal nulla, in pochi mesi di lavoro e flusso creativo, dodici perle tremendamente erotiche e ricche di groove prendono forma. Il groove, sì, quello che ti caratterizza, lo stesso su cui costruirai solide uscite discografiche per tutto il nuovo millennio a venire, quello sporco incedere che non si impara -tranne che, forse, dal susseguirsi di situazioni al limite del paradossale a cui, purtroppo o per fortuna, si fa l'abitudine- e non si insegna: un riff, un intreccio melodico tanto semplice quanto essenziale, una rullata in controtempo su cui costruire testi psichedelici eppure mostruosamente ancorati alla quotidianità.

Ti riesce tutto con una facilità che è destinata solo ai grandi, forse ne sei consapevole: le canzoni si incasellano una dietro l'altra, perfette, fluide e sporcate di pigrizia tipicamente ispanica. D'altronde, a Palm Desert il caldo ti opprime i sensi, bisogna pur difendersi. Defender of the Oleander è un bagno dilatato nel mare della mente, Waiting for the Coconut to Drop è il tipico pezzo da fine del mondo (o anche solo del week-end!); Cobra Jab è auto-esplicativa fin dal titolo -insidiosa e suadente- e Too Many Chiefs... Not Enough Indians è una sorta di inno politicizzato alle differenti entità umane che si trovano, loro malgrado, a coesistere. Non dimentichi i tuoi maestri, come potresti! Per questo scegli di farti affiancare dal messia di tutto ciò che è desertico o anche solo sporcato di sabbia, il re Mida dei Fatso Jetson: Mario Lalli. Con lui componi Toot, sei minuti scarsi di classe e musicalità veramente da brividi.
Il resto è oro colato, manco a dirlo. Basta il riff antologico, due accordi neanche, di Automatic Fantastic ed il suo reprise incattivito in Low Desert Punk per spegnere qualsiasi dubbio sulla tua effettiva abilità artistica.

Tiri un sospiro di sollievo, il più è fatto: speri di aver lasciato un'impronta decisa nell'immenso calderone musicale, sai di averci messo tutto te stesso. Accendi l'ultima, questa volta lo è davvero, e metti su un disco pregno di vibrazioni anni Settanta, quelle che ti piacciono tanto.

L'alba non è mai stata bella come oggi.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
95 su 2 voti [ VOTA]
MiltonKeef
Lunedì 26 Ottobre 2015, 20.01.15
2
@Alessandro: assolutamente!
Alessandro Bevivino
Lunedì 26 Ottobre 2015, 16.12.59
1
Yeah
INFORMAZIONI
1999
Man’s Ruin Records / Duna Records
Stoner
Tracklist
1. Lazy Bones
2. Automatic Fantastic
3. Cobra Jab
4. Too Many Chiefs...Not Enough Indians
5. Sun Brother
6. Let's Get Chinese Eyes
7. Toot
8. Defender of the Oleander
9. Low Desert Punk
10. Waiting for the Coconut to Drop
11. Her Brown Blood
12. Indio
Line Up
Brant Bjork (Voce, Chitarra, Basso, Batteria)
Mario Lalli (Voce, Chitarra nella traccia 7)
 
RECENSIONI
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