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New Disorder - Straight to the Pain
20/10/2015
( 1258 letture )
Negli ultimo tempi la scena underground romana si fa sempre più sentire, nel bene e nel male, con prodotti per tutti I gusti, ed in questo caso a portare sulle scene un nuovo lavoro sono i New Disorder, quartetto alternative/metalcore -definizione molto lacunosa secondo noi, se non sbagliata, almeno in parte- formatosi nel 2009 con già due lavori alle spalle -rispettivamente nel 2011 e nel 2013- che dopo un sostanziale cambio di formazione torna in studio per produrre questo album che dovrebbe sancire il classico: “tutto nuovo, tutto diverso”. La band attraverso gli anni ha acquisito una discreta fetta di pubblico, facendosi conoscere e riuscendo ad imbarcarsi anche in un tour europeo, conquista sicuramente non indifferente. Ma passiamo ad analizzare la nuova fatica che, sinceramente, tende a lasciare abbastanza spiazzati, in quanto mette in evidenza tutti i propri punti forti della band ma anche molte -e spesso troppe- debolezze.

Il disco sin da subito si mostra molto mutevole; scelta coraggiosa ma che alla fine fa decisamente accusare il colpo, in quanto non si comprende bene dove il gruppo voglia andare a parare. Le idee ci sono, sono molte e spesso anche di buona fattura, ma nessuna risulta essere sviluppata fino in fondo; vengono esposte ma nessuna di queste viene approfondita fino a lasciare l’ascoltatore piacevolmente sorpreso, fatto di cui ci rammarichiamo. Il disco sembra dividersi in due metà, dove la prima risulta caotica, mal congeniata e senza un filo logico, la seconda , invece, molto più riuscita, piacevole e ben studiata. Nei primi cinque brani -esclusa l’inutile intro- il gruppo sembra non riuscire a trovare un’identità e quindi cerca di spaziare e provare in più direzioni, partendo dalla dura Never Too Late To Die. Il brano è spedito, con una parte strumentale molto buona su cui però non riesce a sposarsi la voce del cantante Francesco Lattes, né quella in pulito né tantomeno quella in growl. Tutto ciò crea un connubio molto contrastante: da una parte si è attirati dai sincopanti riff e dalle buone ritmiche mentre dall’altra la voce impedisce una completa immedesimazione nel brano che finisce poi per stopparsi proprio nel momento clou, chiudendo con un finale decisamente deludente. A Sentless Tragedy è il miglior pezzo della prima parte e si comporta meglio del precedente, con uno strumentale e delle vocals che riescono a sposarsi in maniera più decisa ma che comunque non convincono. Ciononostante il brano è godibile e riesce a far presa più facilmente. Judment Day e la title track presentano gli stessi identici problemi di Never Too Late To Die con diverse pesanti aggiunte nel secondo caso. Straight To The Pain non è sicuramente uno dei brani migliori della band ma la collaborazione con Eleonora Buono contribuisce a renderlo uno dei peggiori. Ci teniamo a chiarire che la cantante ha una strepitosa voce da soprano ma in questo brano risulta completamente fuori contesto e unita a quella del vocalist crea un effetto che rende il ritornello semplicemente fastidioso. Nessuna menzione particolare per What’s Your Aim? (Call It Insanity), la quale scorre senza pigli di alcun tipo. Finalmente con Lost In London il disco inizia a trovare una propria dimensione, grazie ad un brano dalle tinte agrodolci; una ballata che finalmente riesce a mettere in evidenza i punti forti del gruppo romano, quali un songwriting discreto fuso a delle parti strumentali che quando vengono studiate nell’insieme della traccia riescono a creare degli ottimi passaggi. Love Kills Anyway vince a mani basse, in quanto ci si trova di fronte ad un pezzo simile ai primi proposti, sia per pesantezza che per velocità ma che riesce ad armonizzare molto meglio le vocals, spostandole su un registro più basso ed interpretativo, dimostrando di poter dare molto di più di quanto sentito in precedenza. Bitch On My Wall, segue il buon filone del brano precedente per connubio di parti ma cambia totalmente le voci, andandole ad impostare su toni molto più alti, che non risplendono per riuscita ma la composizione resta comunque apprezzabile. Molto buoni anche i momenti solisti presenti -come anche quelli di Lost In London- che danno il giusto guizzo al brano. Si passa quindi ad una semi-ballad, anche questa dominata da un tristezza nemmeno troppo velata, che si sposa con lo spirito del disco, in quanto la band con questo lavoro: “Vorrebbe intraprendere un viaggio attraverso varie forme di sofferenza e dolore non fisiche, ma psicologiche e mentali” afferma lo stesso vocalist. La traccia esplode effettivamente dopo circa un minuto, mutando in una sorta di mid-tempo. Il pezzo è interessante ma la costante resta la stessa, ovvero la voce non riesce ad essere realmente piacevole e purtroppo rischia di sabotare più di una volta anche i migliori episodi. La chiusura viene lasciata a The Beholder e ad una versione acustica di Lost In London. La prima risulta mettere troppa carne al fuoco, unendo insieme arpeggi, pesanti riff e fraseggi che poco c’entrano tra loro, mentre la seconda si riconferma come miglior pezzo del disco, competendo addirittura con la versione elettrica.

Così si chiude un lavoro abbastanza caotico, coraggioso in diversi spunti e buono in altri. Il disco nella sua interezza -che non c’è- risulta eccessivamente sovraccarico di elementi differenti, con fraseggi che vorrebbero fare verso al prog, growl spolverato a destra e a manca senza un apparente motivo e tante, troppe idee sviluppate senza cognizione e filo logico. Per essere più chiari: la band di idee ne ha, ed alcune anche interessanti, ma si perde nel volerle sviluppare tutte senza preoccuparsi di come lo stia facendo. Tutto ciò porta ad una commistione di generi e stili differenti, che possono andare dalle sonorità più moderne e radiofoniche ad un alternative di matrice ormai conosciuta -da sottolineare la completa assenza di uno dei generi con cui la band si identifica, ovvero il Metalcore, in quanto non basta piazzare dei momenti in scream/growl per essere considerati tali-. Ciò che riesce a far presa sono i brani con uno stile più coeso e studiato, dove il gruppo non si perde in inutili miscugli di dubbia qualità, come il duetto ascoltabile nella titletrack. Tra le cose positive possiamo poi sottolineare una base ritmica molto solida e dei buoni spunti chitarristici che riescono a bilanciare i brani con momenti interessanti, i quali vengono però inevitabilmente -e troppo spesso- affossati da delle linee vocali che non sembrano all’altezza del compito che spetta loro. Nella maggior parte dei casi la voce risulta fuori contesto, non si armonizza correttamente con la parte strumentale e tutto ciò contribuisce ad abbassare la soglia d’attenzione generale. Riesce a regalare qualche momento migliore sulle ballate, quando lavora su registri più bassi e classici e dovrebbe esimersi dal cercare di arrivare a tonalità più alte dove risulta addirittura fastidiosa. In definitiva il l’album presenta una brutta prima metà ed un’altra che si assesta su toni discreti, non facendo dimenticare gli episodi precedenti, ma almeno controbilanciandoli. Il consiglio che possiamo dare ai New Disorder è di “raddrizzare il tiro”, cercare di sistemare i problemi mostrati e creare pezzi precisi, che possano entrare realmente nelle loro corde, visto che quando lo fanno riescono a regalare momenti decisamente buoni.



VOTO RECENSORE
58
VOTO LETTORI
87.36 su 11 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2015
Agoge Records
Alternative Metal
Tracklist
1. Into The Pain
2. Never Too Late To Die
3. A Senseless Tragedy (Bloodstreams)
4. Judgement Day
5. Straight To The Pain (feat. Eleonora Buono)
6. What’s Your Aim? (Call It Insanity)
7. Lost In London
8. Love Kills Anyway
9. Bitch On My Wall
10. The Perfect Time
11. The Beholder
12. Lost In London (Acoustic Version)
Line Up
Francesco Lattes (Voce)
Fabrizio Proietti (Chitarra)
Alessandro Cavalli (Chitarra)
Ivano Adamo (Basso)
Luca Mancini (Batteria)

Musicisti Ospiti
Eleonora Buono (Voce traccia 5)
 
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