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Steve Hackett - Defector
31/10/2015
( 2533 letture )
L'irreversibile mutazione stilistica che era stata intrapresa dai Genesis dopo l'abbandono nel 1975 da parte di Peter Gabriel, insieme al cambio di line-up, ha portato uno sconvolgimento nell'equilibrio del gruppo: i riflettori si sono spostati e diverse personalità si sono emancipate rispetto ad altre. A soffrire di questa situazione più di tutti è Steve Hackett, che vede messi da parte i suoi spunti creativi sempre più frequentemente, sia per la virata stilistica, sia per un cambio di leadership, con Tony Banks alle redini del gruppo. Grazie all'aiuto di Phil Collins e di Mike Rutherford, il chitarrista trova comunque una valvola di sfogo, dando vita ad un meraviglioso Voyage of the Acolyte. Evidentemente però non è abbastanza e, al successo dell'esordio, Hackett percepisce una sensazione di libertà espressiva che poi riverserà in altri dischi successivi di altissimo spessore. Trovandosi particolarmente a suo agio come solista e, sentendosi sempre più stretto nei Genesis, nel 1977 avvenne l'inevitabile separazione. La notizia fu un'autentica bomba, da un punto di vista mediatico non al pari dell'abbandono di Gabriel, ma sicuramente di incredibile rilevanza per l'assetto del gruppo. Per quanto non vi sia nulla di apparentemente positivo nella notizia, non tutti i mali vengono per nuocere e forse per un attimo è bene soffermarsi a pensare ai vari corsi storici possibili: sarebbe stato meglio avere ancora il chitarrista con la formazione prog, offuscato e poco produttivo? A giudicare dalle gioie che ci son state regalate negli anni da parte di Hackett, francamente sono più che felice di come la storia abbia fatto il suo corso, grazie alla sua "defezione".

Il flauto delicato e fiabesco del fratello John Hackett, affermato musicista all'interno del panorama della musica classica, apre uno dei migliori brani dell'intero disco, nonché uno dei miei preferiti. The Steppes è un meraviglioso brano strumentale che miscela delle atmosfere cupe con influenze orientaleggianti e a tratti addirittura tribal. Quello che sentiamo è prog nel senso più classico e puro del termine. La Les Paul conduce l'intero pezzo con maestria, grazie ad un suono ricercato ed estremamente fluido, quasi liquido. Tra incursioni sinfoniche e stacchi in cui il chitarrista mostra la sua abilità da solista, il tutto assume delle connotazioni epiche ed emotivamente molto trascinanti. Il drumming di John Shearer, per quanto relativamente semplice, risulta perfetto e azzeccatissimo: è inutile dire quanto, con i suoni moderni, il brano dal vivo al giorno d'oggi mozzi il fiato prendendo un taglio a dir poco maestoso, soprattutto grazie all'incedere così scandito e lento del tempo. Le nuvole iniziano a diradarsi rapidamente con la successiva Time to Get Out, pezzo leggero e divertente. Nonostante l'apparente semplicità, tra cambi di tempo e sezioni ritmiche non banali, la canzone vanta qualche dettaglio piacevole anche per i più esigenti. L'assolo finale dal sapore rock non eccede, evitando di essere troppo invadente e pretenzioso.

Penso che a quel tempo vi fosse il sentimento che ogni cosa stesse quasi per esplodere. So che ero molto deluso di come fosse il mondo in quegli anni. Suppongo ora che fosse una visione fin troppo cinica. Sentivo soltanto che ognuno si fosse dovuto levare di mezzo.
(Steve Hackett)


Le insofferenti parole del chitarrista sul periodo in cui venne inciso Defector contestualizzano maggiormente il disco e l'ascolto di alcuni brani. La terza traccia del platter infatti è un vero e proprio incubo musicale, nel quale prendono vita tutte le follie delle ideologie politiche. Slogans è un pezzo da novanta, aperto dalle tastiere maestose e nervose al tempo stesso, che fin dai primi momenti creano una grande suspense che si rompe intorno al primo minuto con un gioco tecnico a dir poco clamoroso. Le mani di Hackett e Magnus si muovono all'unisono in una serie di scale dall'alto tasso di difficoltà, tra tapping e rapide sequenze alternate, mentre il basso di Dik Cadbury gioca sulla sezione ritmica evitando di relegare il proprio ruolo al semplice accompagnamento. Tutto il pezzo risente moltissimo dell'aria tirata e nervosa che si respira in alcuni pezzi di Larks' Tongues in Aspic (1973) dei King Crimson: non a caso sono presenti anche alcuni cromatismi e alcune sfumature dissonanti nei fraseggi. Dopo una sezione finale del tutto inaspettata il clima si rilassa su un tappeto soffice di synth. Rientra la voce di Peter Hicks in Leaving, brano che tratta l'argomento dell'abbandono, dalle cause alla difficoltà nel prospettarsi una via e delle certezze. Nonostante la durata, in questi tre minuti c'è un'alta concentrazione di lirismo, sia attraverso le immagini evocate dalle parole cantate, sia dall'arrangiamento profondo e delicato. L'introspezione scava ancor di più nell'anima grazie a Two Vamps as Guests, in cui a far da protagonista è l'acustica di Hackett: partendo dal tema che chiudeva il brano precedente, il breve brano strumentale evolve attraverso dei fraseggi tecnici in cui emerge tutta l'impronta classica che ha reso celebre il chitarrista.

Defector ai tempi della sua uscita in vinile vedeva i primi cinque brani sul lato A del disco e gli altri cinque sul lato B. Per questo troviamo un netto stacco di atmosfere -sembra quasi di cadere improvvisamente dalle nuvole- con l'inizio di Jacuzzi. La canzone è guidata da un filo conduttore melodico e spensierato, che presto però va a tendersi in maniera più nervosa e angosciante. Il cambio nella sezione centrale, infatti, va a riprendere le influenze citate anche per Slogans. Dopo uno stacco finale, entrano le meravigliose note di pianoforte di Hammer in the Sand: le mani di Nick Magnus compongono una melodia estremamente toccante, alternando sezioni più sentite e lente ad altre in cui le sue dita sembrano scivolare velocemente sui tasti, come se nulla fosse. Accompagnato da un tappeto di synth, il romantico brano strumentale passa in un battito di ciglia, lasciandoci con la sensazione di voler sentire molto altro. The Toast, tra la voce pacata di Hicks e i tappeti sonori, dipinge un quadro dai tratti eterei e delicati. La dimensione onirica e notturna della seconda metà ci avvolge facilmente, lasciandoci chiudere gli occhi, cullati da una musica a dir poco meravigliosa. Dik Cadbury con il basso che apre The Show si adopera per risvegliarci dal torpore della traccia precedente. La canzone descrive allegramente la vita itinerante della rockstar, ma non mancano le frecciatine al music business.

Yes, rock music should be free
Money's worth less and less
And the walls should be cracked
(The Show)


"Il rock dovrebbe essere gratis, i soldi dovrebbero valere sempre meno e i muri andrebbero abbattuti": un brillante trio di versi che già negli anni ottanta aveva un valore, oggi (trentacinque anni dopo), risulta ancora più appropriato e contemporaneo. Il brano, tra i più semplici di tutto il disco, allenta un po' il carico emotivo e ci avvicina alla chiusura. Sentimental Institution è un omaggio al periodo delle Big Band e dello swing, risultando infatti un brano che sembra uscire fuori direttamente dagli anni trenta. In conclusione non possiamo non storcere la bocca, poiché questa traccia è forse l'unica vera nota dolente dell'opera, è del tutto decontestualizzata e stona fortemente con il tiro emotivo di tutto il platter.

Parlando dell'abbandono, tema che dà vita al titolo del disco e alle parole di un brano, nonché fulcro del periodo storico di Hackett ai tempi di Defector, ho sempre pensato che la sofferenza sia un sentimento riservato a chi resta, non a chi va. Per quanto questa riflessione sia legata a temi pesanti e importanti della vita e può non essere sempre vera, è inevitabile pensare (con maggiore leggerezza) a quanto i Genesis abbiano perso dall'abbandono di un talento simile. Dai primi dischi visionari e prog, alla parentesi puramente classica di Bay of Kings (1983) e Momentum (1988), arrivando a platter moderni come Wolflight abbiamo un'artista estremamente prolifico e con un tasso qualitativo altissimo. Non che non ci siano stati lavori meno riusciti, ma il livello medio è veramente elevato. Per tornare quindi alle considerazioni che aprivano la recensione, osservando la piega che hanno preso i Genesis negli anni ottanta/novanta e messa a confronto con quanto fatto da Hackett nel medesimo periodo, non si può che gioire di come siano andate le cose. Defector è uno dei punti più alti della carriera solista del chitarrista britannico e ci dimostra, con facilità, come a volte abbandonare per trovare i propri spazi sia la scelta migliore. Ciò che se ne può ricavare è una grande miscela di atmosfere, emozioni e una libertà compositiva sfrenata.



VOTO RECENSORE
91
VOTO LETTORI
73.5 su 4 voti [ VOTA]
Le Marquis de Fremont
Venerdì 6 Novembre 2015, 18.17.07
6
Infatti, Monsieur ayreon, il pop commerciale di Collins e Banks li ha fatti ricchi. Ma la musica dice poco. D'accordo con lei, nessuno dei fuoriusciti dai grandi gruppi progressive degli anni '70 ha fatto molto di interessante. Forse qualcosa Peter Hammill. Certo che la chimica e la creatività di quei gruppi è ineguagliabile da un solo componente. Au revoir.
ayreon
Martedì 3 Novembre 2015, 17.05.02
5
d'accordo con te,ma comunque i genesis del dopo hackett hanno fatto sold out in america e venduto molti più dischi di prima,hackett da solo ha fatto dei bei pezzi strumentali e dischi di dubbio valore ( momentum,il tributo a satie,till time have faces,cured) in cui spiccavano al massimo 3 brani,ha tentato il successo con i gtr ma poi non sono andati avanti,il bello è che c'è gente che per andare dietro a lui si è persa una gran fetta dei gruppi new prog.concludendo ,penso che a parte rick wakeman nessuno dei musicisti usciti da gruppi prog abbia soddisfatto molto i fans.
Le Marquis de Fremont
Lunedì 2 Novembre 2015, 14.28.37
4
Sono assolutamente convinto che i Genesis, come gruppo progressive, siano finiti con l'uscita di Hackett. Collins e Banks, hanno poi portato il gruppo e fare più "hit" e a scadere sempre più verso un pop commerciale. Hackett, però, senza i Genesis, ha perso molto e pur producendo moltissimo, non è più arrivato ai livelli dei Genesis, soprattutto quelli storici con Gabriel. Concordo quindi, con Monsieur ayreon. Va detto, tuttavia che ha fatto molta musica interessante. Personalmente avevo apprezzato Voyage, Spectral Morning e questo (questo un po' meno...). Pezzi ottimi e cose riempitive o fatte male. L'ho riascoltato con Out of the Tunnel's Mouth e mi è piaciuto. L'ultimo è bello.. Fuori discussione che sia un grande del progressive. Au revoir.
Steelminded
Domenica 1 Novembre 2015, 13.45.19
3
Assolutissimissimamente d'accordo con ayreon... Senza ombra di dubbio.
ayreon
Domenica 1 Novembre 2015, 12.36.08
2
pur essendo fan dei genesis,vado un po controcorrente.ho ascoltato quasi tutto di lui,visto almeno 3 volte (escludendo il tour di "genesis revisited"),penso che come cantante sia alquanto scadente, e che,a parte "spectral morning" e i primi due da solista ,la sua carriera ha sempre vissuto di alti e bassi anche all'interno dei dischi,e poi quello che non ho mai gradito è che ai suoi concerti la stagrande maggioranza ci va e spera sempre faccia qualcosa dei genesis,(non a caso quando è andato in tour con "genesis revisited" ha riempito i palazzetti ),di defector mi piacciono solo "steppes,jacuzzi,hammer in the sand",per cui trovo il voto troppo alto. "sentimental institution " poi è di una noia mortale già al primo ascolto
Hard`n`Heavy
Sabato 31 Ottobre 2015, 15.20.41
1
Lo dico in breve io del Signor. Steve Hackett ho: Highly Strung – Cured ‎– Defector – Spectral Mornings – Please Don't Touch! per me tutti ''MASTERPIECE'' da avere!!!! La loro media come voto è sopra il 90/100
INFORMAZIONI
1980
Charisma Records
Prog Rock
Tracklist
1. The Steppes
2. Time to Get Out
3. Slogans
4. Leaving
5. Two Vamps as Guests
6. Jacuzzi
7. Hammer in the Sand
8. The Toast
9. The Show
10. Sentimental Institution
Line Up
Steve Hackett (Voce e Chitarre)

Musicisti Ospiti:
Peter Hicks (Voce)
Nick Magnus (Tastiere)
John Hackett (Flauto)
Dik Cadbury (Basso, Cori)
John Shearer (Batteria, Percussioni)
 
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