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Chris Cornell - Higher Truth
11/11/2015
( 4727 letture )
"Negli ultimi anni mi sono aperto a svariate collaborazioni, che mi hanno divertito e da cui ho imparato molto. Tuttavia al tempo stesso ho iniziato a desiderare di fare qualcosa che fosse mio al 100% e che non fosse influenzato dalle aspettative di altri […] Ho iniziato a pensare alla purezza dei miei bambini che mi guardavano mentre agitavo davanti a loro delle chiavi e mi sono ricordato di quanto sia bella la vita in quel momento. Non esistono corruzione, vanità o disagio. Questo è ciò che la frase ‘higher truth’ significa per me: quello stato naturale. Queste canzoni vivono davvero in quel mondo che è buono".

Nelle dichiarazioni che hanno preceduto e seguito la pubblicazione di Higher Truth, Chris Cornell ha specificato che l’idea per questo disco è nata già negli anni 90, dalla cover acustica di Rusty Cage che il vecchio leone Johnny Cash realizzò portando credibilità e riconoscimento mainstream ai Soundgarden e alle reazioni del pubblico di fronte al rifacimento di Billie Jean da parte dello stesso Cornell. Scevra dalla produzione e dai suoni ottantiani, proposta con l’unico accompagnamento acustico, la canzone di Michael Jackson emergeva nella sua "purezza", permettendo al testo e all’atmosfera ben più grave e pesante di quanto normalmente si riconosca a questo grande successo discografico di assurgere a protagoniste. La combinazione di questi elementi ha lentamente scavato nella coscienza autoriale del cantante/musicista di Seattle, fino alla composizione dei brani che vanno a costituire il suo nuovo disco solista. Un disco importante per il suo autore, in maniera sincera e sentita, tanto che per realizzarlo ha voluto avvalersi unicamente dell’aiuto di Brendan O’Brien, famoso produttore, qui nelle vesti anche di polistrumentista e dare al tutto un connotato prevalentemente acustico, salvo qualche raro intervento di strumenti amplificati, ma lontani da alcuna distorsione elettrica, e di impianto prevalentemente pop e folk, con qualche intromissione rock autoriale.
Chi conosce Chris Cornell e i suoi successi con Soundgarden, Temple of the Dog ed Audioslave, sa che parliamo non solo del possessore di una delle più belle voci rock di tutti i tempi, ma anche di un autore tra i più talentuosi della sua generazione. Uno che è riuscito nel compito di "normalizzare" il caleidoscopio musicale impazzito dei Soundgarden portandoli al successo mondiale senza fargli perdere un’oncia di qualità e realizzando una operazione artistica tra le più difficili e compiute nell’intero circus rock mondiale. Un'operazione che è costata la coesione interna alla band e la sua fine, salvo poi il ritorno dopo che i rancori avevano lasciato posto al desiderio di ricominciare, con King Animal e il tour che ne è scaturito. Eppure, quello stesso grande autore, dopo lo scioglimento della band madre, ha mostrato qualche incertezza oscillando con indubbia qualità e classe tra tentazioni pop rock e collaborazioni dubbie, senza trovare la quadratura di una carriera solista fatta di alti e bassi. Cosa aspettarsi dunque da Higher Truth partendo dalle dichiarazioni rilasciate dal suo autore e attore principale?

In un certo senso, quando si dichiara che si va componendo un disco solo proprio, fregandosene delle aspettative altrui, si stanno in realtà mettendo avanti le mani giocando di rimessa. Come dire "se non vi piace, problema vostro, l’ho fatto per me e forse siete voi a non averlo capito". Un ottimo artificio retorico difensivo: chi può mettere in questione i sentimenti e le profonde motivazioni personali, se non l’autore stesso? Quindi volendo l’unica risposta, quando sincera, sull’effettiva qualità di Higher Truth dovrebbe derivare proprio dallo stesso Cornell, in merito alla capacità di queste canzoni di raggiungere o addirittura superare le aspettative del loro autore. Ma questo non sarà, se non tra qualche anno. Quindi per adesso, inevitabilmente, a contare saranno le aspettative e l’analisi di chi ascolta.
Higher Truth è un disco come detto dall’impianto essenzialmente acustico, salvo poi l’intervento in fase di arrangiamento di altri strumenti, che comunque si limitano al classico repertorio rock di basso, batteria, chitarra elettrica, piano e qualche strumento ad arco, piuttosto che qualche synth. Niente di più che la chitarra e la voce, talvolta accompagnate da altro, ma nella totalità dei casi protagoniste assolute della scena. Ovviamente questo comporta che la sostanza del disco vada tutta a trovarsi nella qualità delle composizioni e dell’interpretazione, senza cadere nel "tranello" dell’aggressione strumentale, della distorsione elettrica, dell’acuto strappato al fine di sovrastare il magma sonoro degli altri strumenti. Su questo terreno Cornell dovrebbe giocare sul velluto: le qualità di interprete, il talento, la naturale dotazione vocale, le qualità di songwriter, la libertà espressiva ed artistica. Tutto gioca a favore dell’intento del cantante e sembra predisporre il terreno per la più facile e clamorosa delle uscite destinate a lasciare segno di sé per il resto della Storia del Rock.
Purtroppo, non è andata così. Almeno, non fino in fondo.
Tutto il grande movimento fin qui creato e messo in conto produce alla fine un disco piacevole e perfetto nella forma, dotato di fin troppi alti e bassi e nel complesso non esaltante, come sarebbe stato lecito attendersi, con anche qualche rischio di noiosità tutt’altro che latente. Chi ricorda la clamorosa Seasons, canzone realizzata in solo per la raccolta Singles, piuttosto che un brano come Like Suicide o l’intero Euphoria Morning, sa che Cornell non ha bisogno delle sovrastrutture elettriche per marchiare a fuoco una canzone e lasciare segni profondi nell’ascoltatore. Quindi il problema non consiste nella scelta acustica, piuttosto che nel substrato pop e folk di molti brani o nell’andamento rilassato, solare, rurale e leggero della maggior parte degli episodi. Niente di tutto questo. Il problema è che tolta la perfetta e grandiosa produzione di O’Brien, una vera opera d’arte di per sé, qua è spesso proprio la sostanza a latitare. Le canzoni scorrono con un ricco parterre di buone idee e splendide intenzioni, ben diversificate e con tanto potenziale da esprimere, salvo poi arrivare in fondo con poco di concreto effettivamente raggiunto. Fa rabbia sentire una voce stupenda come quella di Cornell incantare per profondità e intenzione, salvo poi passare come acqua su una roccia, senza toccare le profondità emotive che sembrano sempre pronte per esplodere e invece arrivano solo raramente. Non basta ridurre all’osso una canzone e realizzarle attorno un arrangiamento apparentemente scarno ma in realtà perfetto e capace di esaltarne al massimo il contenuto, se poi è esattamente quello a mancare. Certo, la professionalità, la qualità e come detto anche le idee non mancano davvero: di episodi degni la scaletta sembrerebbe piena, a partire dall’opener Nearly Forgot My Broken Heart, a metà tra l’ultimo Soundgarden e Euphoria Morning (o a Dead Christmas dei Monster Magnet) e la successiva e bella Dead Wishes, che sembra andare decisamente più a fondo e costituisce infatti uno degli episodi più convincenti del disco. Si prosegue con Worried Moon, dal bel refrain; ancora molto belle la malinconica Before the Window, senza dubbio un altro colpo a segno e grande rimpianto su quello che avrebbe potuto essere e Murderer of Blue Skies, dalla melodia perfetta e dal buon bilanciamento dinamico con gli interventi elettrici, per poi mettere in campo la doppietta Higher Truth e Let Your Eyes Wander, in quello che è il momento più alto del disco, prima della chiusura con Only this Words che nasconde diverse citazioni, la piacevole Circling e Our Time in the Universe, pezzo che dimostra ancora la superiorità del lavoro compiuto in fase di arrangiamento. Nel mezzo, tante buone idee e qualche sbadiglio di troppo, per un disco destinato a crescere negli ascolti, che piace ma non incanta e sa di occasione mancata.

Le qualità di scrittura e di interprete di Cornell non le scopriamo oggi, sono patrimonio della musica rock da più di venticinque anni, così come l’originalità del suo approccio melodico e la particolarità delle sue liriche, qua invero volutamente più dirette e molto meno metaforiche del solito. Non sarà quindi a queste che dovremo appigliarci per valutare positivamente e oltre i propri meriti Higher Truth nel suo complesso. Troppi alti e bassi, con gli alti che mai arrivano in realtà a vette tali da giustificare entusiasmi che apparirebbero francamente fuori luogo. L'edizione che comprende sedici brani, con la versione alternativa di Our Time in the Universe e altri tre inediti, appare la più corretta per inquadrare l’opera nel complesso, con le tre bonus tracks che confermano tanto i punti di forza quanto quelli di debolezza del resto delle tracce, in particolare per quanto riguarda la stupenda Wrong Side e Misery Chains. Cornell e O’Brien cercano la purezza, la forza dell’attimo senza sovrastrutture e infingimenti, guardando la realtà con gli occhi di un bambino che nulla aggiunge alla bellezza eterna di quello che vede. L’intento è lodevole, il risultato meno. Metà della scaletta non è altro che un perfetto e riuscito esercizio di stile, mentre il resto compensa solo in parte la sensazione che sì, Higher Truth avrebbe potuto essere un disco grandioso e non lo è. Non siamo di fronte al nuovo Harvest, né tanto meno al nuovo Nebraska e fa rabbia constatare che partendo da un patrimonio decisamente più elevato, non si arrivi neanche alla purezza vera del Vedder di Into the Wild pur essendo nel complesso superiore e si resti anni luce anche dal blues/folk maledetto di Mark Lanegan, pur risultando più universalmente apprezzabile dato il suo essere sostanzialmente mainstream. In effetti, si potrebbe dire che un disco del genere faccia un gran bene al pop becero e vuoto di oggi, più che al rock. Il lato positivo di tutto questo è che nel suo essere fuori dal tempo, un album del genere potrà essere ascoltato oggi come tra trent’anni e risulterà comunque archetipico, senza aver perso niente della sua immediatezza e della sua qualità. Disco piacevole, importante per il suo creatore, buono per quei brani, e ce ne sono, nei quali riesce a toccare le giuste corde, ma non si spinge oltre a questo nel complesso. Purtroppo.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
85.76 su 13 voti [ VOTA]
freedom
Sabato 20 Maggio 2017, 11.15.29
4
Ascoltato a ripetizione da ieri. Grande album, sottovalutato come tutta la sua produzione da solista. Ciao Chris.
Tommaso calvino
Mercoledì 28 Dicembre 2016, 9.09.03
3
Bellissimo ed emozionante. Voto: 100
terzo menati
Martedì 1 Dicembre 2015, 18.08.25
2
Disco notevole ma Chris raramente o mai sbaglia
Absynthe
Mercoledì 18 Novembre 2015, 13.15.08
1
Dal punto di vista artistico, si configura sicuramente come l'uscita più matura e coesa della sua produzione solista. Tuttavia, destano perplessità alcune scelte che fatico a comprendere: innanzitutto, la perdita di concentrazione che si manifesta nel superare la dozzina di brani, cui fa coro una qualità altalenante degli stessi; in secondo luogo, il permanere di determinate scelte sugli arrangiamenti che, pur evitando l'effetto estraniante dato dalla matrice folk anni '60, in alcuni casi mi riportano alla mente i precedenti colpi di testa (vedi Scream coi suonacci di Timbaland). A mio gusto, anziché relegare una perla come Bend in the Road fra le bonus tracks e proporre ben due versioni di Our Time in the Universe (pezzo già di per sé assolutamente soprassedibile), avrei preferito una scaletta assai più compatta - tenendo fuori e, a quel punto sì, come Bonus, una Before We Disappear, una Josephine e asciugando una title-track dispersiva come poche cose mai fatte da Cornell in vita sua. Ecco, in buona sostanza, è proprio questa la componente che sembra caratterizzare in parte il pur ottimo lavoro proposto: nella sua piena godibilità, a tratti non può che suggerire dispersione, sia stilistica sia per ciò che attiene alla qualità della stesura. Ho dato 80, perché Worried Moon mi ha riportato alla mente il miglior Tom Waits, perché il singolo apripista è quanto di più accattivante composto nella sua carriera trentennale, perché Through the Window rappresenta il meglio della tradizione folk statunitense, perché Let your Eyes Wander trovo sia la più pura professione di sentimenti che si potesse condensare in una canzone folk, e perché Bend in the Road sembra l'abbia scritta conoscendomi. Alla fine di tutto, resta Chris Cornell, nei suoi picchi e nelle sue contraddizioni. E, forse, è proprio in virtù di queste ultime che resta l'autore che amo di più.
INFORMAZIONI
2015
Universal Records
Rock
Tracklist
1. Nearly Forgot My Broken Heart
2. Dead Wishes
3. Worried Moon
4. Before We Disappear
5. Through the Window
6. Josephine
7. Murderer of Blue Skies
8. Higher Truth
9. Let Your Eyes Wander
10. Only this Words
11. Circling
12. Our Time in the Universe
13. Bend in the Road (Bonus track)
14. Wrong Side (Bonus track)
15. Misery Chain (Bonus track)
16. Our Time in the Universe (Remix)
Line Up
Chris Cornell (Voce, tutti gli strumenti)
Brendan O'Brien (Tutti gli strumenti)
 
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