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Axis - No Man`s Land
17/11/2015
( 914 letture )
L’assemblea è soddisfatta di tutti i suoi effettivi, ci sono pure io. Tutti ben vestiti e chiamati straordinariamente a presenziare circa l’argomento. La trepidazione è alle stelle, non siamo stati informati neanche noi di cosa tratterà la cerchia ristretta di presunti pseudo-esperti. “L’utilità filosofico-sociale del Rischiatutto condotto da Mike Portnoy” e “le forze fisiche in campo durante i tricks con le bacchette di Mike Bongiorno”. Ok, forse c’è un po’ di confusione. Anche invertendo i nomi la situazione non migliorerebbe. Sempre la stessa domanda frullerebbe nelle menti. Cui prodest? A chi giova tutto ciò? Sicuramente gli esperti e gli affascinati seguitori dell’uno e dell’altro sarebbero un po’ interessati a riguardo, ma questo è ancora al vaglio della procura di Enna Bassa.
Perché il delirio? Quale il motivo? Il recensore non impazzito, o almeno così ha scritto Basaglia nel suo referto. Dico ciò perché quello che si troverà qui di seguito è materiale particolare e normalissimo allo stesso tempo. È No Man’s Land degli Axiis e sarà mio compito parlarvene.

Gli Axiis sono una band americana formatasi negli anni 80 sulla quale abbiamo pochissime notizie biografiche in quanto si è sempre mossa nel sottoterra musicale dell’epoca. Nel 1988 incisero la loro prima e ultima fatica: No Man’s Land, in musicassetta. A distanza di più di trent’anni la band decide di rimasterizzare il tutto in chiave digitale e di questo tratterà la recensione. Risulta necessaria e palese la domanda circa l’essenzialità di una mossa del genere, volta soddisfare solo la cerchia degli “ascoltatori di genere” che non aspettavano altro che un album sconosciuto di una band sconosciuta che, ahiloro, non troverà riscontri nella parte alta e più ascoltata del metal per il resto dei suoi giorni. La questione rimane aperta e sarà impossibile venirne a capo. Ma analizziamo il disco, la proposta. Il genere proposto da questi ormai signori è un hard and heavy molto classico che prende come esempio gruppi quali Queensrÿche per il lavoro chitarristico e ritmico e Kiss per quello vocale. C’è da ammettere però che se nel primo caso i nostri, pur non godendo di una qualità e una produzione degna di essere chiamata tale (troppo scarna nelle chitarre e con gli altri strumenti che sembrano ricoperti da una patina di polvere) mettono in mostra una buona qualità nel comporre riff pieni di cambi di tempo e soluzioni abbastanza intricate, nel secondo caso non c’è proprio storia. La voce del cantante è sempre al limite della stonatura negli acuti e non proprio piacevole sul registro basso per non parlare dei cori che sono spesso dissonanti, ciò non è un bene soprattutto se rapportato ad un genere che ben altre prestazioni meriterebbe. L’album si apre con The King che sembra far ben presagire: ottima la prova del chitarrista e del batterista, peccato per la voce che riesce a rovinare un ottimo brano con cori non all’altezza e linee vocali banali. Si prosegue con Line of Duty dall’ottimo groove e un ottimo assolo di chitarra, per la voce vale lo stesso discorso fatto prima. Bringin’ me Down avrebbe pure delle buone linee vocali, rese però in modo insufficiente. L’intro della titletrack ricorda molto Fade To Black dei Metallica, nonostante il genere poi sia diverso (e anche la qualità, se dobbiamo dirla tutta) nonostante ciò questa ballad risulta molto piacevole e si candida ad essere il brano più riuscito dell’album, ricordando a tratti i Bon Jovi. Bewilderness parte piano ma acquista un ottimo incedere e si fa notare per un bellissimo assolo di chitarra, non l’unico dell’album degno di nota. Desire è un altro brano piacevole giocato tutto sui funambolici giochi chitarristici e ritmi serratissimi, si torna a respirare aria pulita. L’album fortunatamente viene chiuso in modo più che degno da Over the Edge, un’ottima cavalcata che chiude questo, troppo, lungo album.

Tirando le somme, è giusto premiare quest’album con il sei politico soprattutto per il lavoro svolto dai musicisti che meritavano sicuramente migliori palcoscenici e cantanti. La mole di buona musica ordita da questi fanatici dell’heavy è tantissima e di qualità pregiata, però rimane impossibile scindere il prodotto finale dal cantato che deve fungere da moltiplicatore di emozioni, siano essere positive o negative. Perciò la votazione dev’essere una media tra l’ottima prova dell’ensemble e la semi-catastrofe del cantante. L’idea di fare una musica che fosse un ponte tra i Queensrÿche e Paul Stanley si è rivelata un flop nel momento in cui il cantante riuscì a rendere alla perfezione quest’ultimo però col maldigola. Probabilmente in questo risiederà la motivazione dell’anonimato di quest’album, o nella sfortuna, o nelle troppe riempitive che rendono l’album troppo lungo e prolisso, non possiamo saperlo e non lo sapremo mai. Ma, anche se fosse, a chi gioverebbe saperlo? Fare musica non sarà mai un problema, semmai è la risposta, alle volte data male, alle volte azzeccata ed estenuante. Stavolta non v’è andata tanto bene, rimandati.



VOTO RECENSORE
60
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2015
No Remorse Records
Hard Rock
Tracklist
1. The King
2. Line of Duty
3. Bringin' me Down
4. Here Today, Gone Tomorrow
5. No Man's Land
6. Bewilderness
7. Top of the Hill
8. Desire
9. Road to Somewhere
10. Piece of the Action
11. Faith
12. Right Combination
13. Over the Edge
Line Up
Douglas Bjerke (Voce)
Mike Schlenker (Chitarra)
Dave Sailer (Basso)
Brian Reidinger (Batteria)
 
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