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Mekong Delta - Lurking Fear
06/12/2015
( 984 letture )
Parlando dei Mekong Delta è inevitabile iniziare col solito cappello nel quale ci si duole per l’incredibile assenza di riscontri che una simile band ha raccolto e continua a raccogliere, nonostante l’altrettanto incredibile talento e qualità delle pubblicazioni rilasciate nel tempo. E’ qualcosa di inconcepibile, in effetti. Nonostante tutti i critici del mondo o quasi si prodighino in sperticate ed elucubrate esaltazioni della band tedesca, della sua tecnica sopraffina, del suo essere sempre e comunque avanti, progressiva nella migliore accezione del termine, originale, unica nel suo genere, poi nella realtà il più delle volte il muro della diffidenza resta invalicabile. La verità è che forse questo continuo mettere le mani avanti nei loro confronti, questo continuo dolersi del fatto che la band non ottiene i riscontri meritati e al contempo questo continuo sottolineare quanto particolare sia la loro proposta, invece di invogliare all’ascolto, scoraggia i più. Quindi, l’idea sarebbe quella di lasciar perdere i pregiudizi e i presupposti che aleggiano attorno alla band e concentrarci invece esclusivamente sulla loro proposta e sulla sua qualità intrinseca e di enorme levatura.
La formazione inizia i suoi passi già nel 1985, con il celebrato e meritevole intento di fondere all’interno della corrente thrash influenze provenienti tanto dal prog quanto dalla musica classica. Il gruppo sceglie inizialmente il più totale anonimato sulla identità dei suoi componenti, tutti in realtà provenienti da altre band più o meno underground e più o meno destinati a raccogliere gli allori della fama, con altre formazioni. L’approccio è decisamente unico e come per altre band dedite ad una musica molto particolare e originale, troppo diversa da quella di tutti gli altri, l’ostracismo nei confronti di questi misteriosi e particolari musicisti è molto forte, legato anche alla difficile reperibilità dei dischi ed alla non eccelsa qualità della produzione, che finisce per danneggiare fortemente una proposta già così proiettata in avanti e di difficile catalogazione. Le melodie oblique, le strutture sfuggenti, le scelte dissonanti, assieme alla veemenza dell’approccio thrash, sono un piatto ricco per palati fini e non a tutti piace dover durare fatica per estrapolare il contenuto di un album. Molto semplicemente la storia potrebbe ridursi qua ed esaltare dischi strepitosi come The Music of Erich Zann, The Principle of Doubt e Dances of Death, rischia di essere assolutamente inutile, dato che per molti tutto questo resta solo sulla carta. Fatto sta che il mastermind del progetto, il bassista/chitarrista Ralph Hubert, viste l’impossibilità di mantenere una line up stabile e l’assenza di riscontri commerciali, decide di mandare la sua creatura in stasi nel 1996. Un’epoca quella nella quale già il thrash attraversava momenti di pura crisi e la musica dei Mekong Delta appariva ancora più fuori posto di quanto non lo fosse già.
Eppure, quello che covava sotto le ceneri non aveva mai smesso di bruciare. Piano piano i vari musicisti coinvolti nel progetto cominciavano a farsi un nome internazionale (primo di tutti Jorg Michael, che stava conoscendo la fama con gli Stratovarius e poi con i Saxon) e il nome dei Mekong Delta ricominciò a girare, sempre a livello underground, ma in maniera consistente. I dischi cominciarono ad essere ristampati e rimasterizzati da Ralph Hubert, rendendo meno difficile reperirli e affrontarne l’ascolto, finché il musicista decise che era tempo di rimettere mano alla sua creatura e darle una nuova vita. Reperiti dei compagni in grado di affrontare e dare un senso alle sue partiture, in particolare il chitarrista Peter Lake, proveniente dai Theory in Practice e il batterista Uli Kusch (Helloween, Masterplan etc.) che aveva già fatto parte del gruppo alla fine degli anni 80, e rintracciato un cantante molto particolare, ma perfettamente nella parte come Leo Szpigiel, tutto era pronto per riprendere il percorso e pubblicare, grazie alla AFM Records, il disco del ritorno, il qui presente Lurking Fear.

Fuori dal tempo in maniera costante e orgogliosa, i Mekong Delta non fanno un passo indietro rispetto a quella che era la loro caratteristica e natura progressiva. Ecco quindi che Lurking Fear riproduce in tutto e per tutto l’approccio caratteristico della band, trovando però una qualità nella produzione che in pratica quasi mai avevano avuto e ricercando, pur con tutti i distinguo del caso, un approccio appena più melodico nelle linee del cantato, con Szpigiel che sceglie uno stile classic heavy metal con ampio uso di gorgheggi e scale ascendenti che faranno la gioia di tutti i fan di Bruce Dickinson e Jon Arch. In effetti, sarà difficile anche soltanto immaginare che le melodie presentate siano facilmente cantabili o memorizzabili. La dissonanza la fa da padrona e altrettanto l’assenza di veri e propri ritornelli da intonare tutti assieme. Eppure, sarebbe ingiusto non riconoscere lo sforzo di produrre un qualcosa di facilmente intellegibile, magari dopo qualche ascolto e d’altra parte il tono baritonale e la bella estensione del cantante, meritano senz’altro gli elogi, così come la sua capacità di incastrare la propria interpretazione su una base così mutevole e particolare. Al tempo stesso, sarà difficile non riconoscere al chitarrista Peter Lake una qualità tecnica davvero strabordante, sia nelle ritmiche di scuola thrash/prog che nell’incredibile varietà di assoli presenti lungo tutta la scaletta. Le armonizzazioni, la continua ricerca negli assoli, le ritmiche indiavolate e dissonanti, tutto contribuisce a rendere la prestazione di Lake una vera delizia per chi ama il chitarrismo metal evoluto. Certo anche in questo caso non si potrà dire che l’ascolto sia facile o che prenda al primo colpo, dato che ci vogliono almeno quattro/cinque ascolti anche solo per capire cosa stia effettivamente succedendo e cogliere le evoluzioni proposte da chitarra e basso, ma perché scoraggiarsi, se poi appena entrati nella logica della band, tutto diventa chiaro e la qualità della musica e delle soluzioni proposte resta elevatissima? Appena più problematico in questo senso appare il giudizio sull’operato di Kusch dietro la batteria. Che si tratti di un musicista di elevato spessore è indubbio e in effetti la sua potenza, così come l’uso ripetuto e continuo del doppio pedale, ben si adattano alla particolare musica creata dai suoi compagni, donando una solida quadratura che ancora l’ascolto e rende più facile seguire l’intreccio dei brani, pur senza far mancare una qualità tecnica evidente. Eppure, resta un po’ il dubbio che a livello di fantasia qualcosa manchi e che nonostante il talento e la qualità, il suo sia il contributo più in ombra e che forse uno stile più ricercato avrebbe dato qualcosa in più alle canzoni.
Scendendo nel dettaglio del disco, troviamo dieci brani dei quali tre strumentali, Allegro Furioso, Moderato e Allegro. In particolare questi tre si rivelano come il punto debole del disco, pur ribadendo l’amore di Hubert per la musica classica e offrendo un ulteriore spaccato della proposta della band. Moderato è infatti un collage di arie provenienti dal cinema come dalla musica classica, mentre Allegro Furioso e Allegro sono più propriamente dei brani, che però nulla aggiungono o tolgono al resto del disco basandosi sugli stessi assunti degli altri brani. Forse in questo caso, Hubert avrebbe potuto osare qualcosa in più, in particolare con la sua chitarra classica, che invece viene usata con parsimonia. Molto meglio allora l’iniziale Society in Dissolution, che spiazza fin dalla prima nota ma regala uno sviluppo splendido e carico di pathos, con un finale disturbante e ossessivo. Ancora superiore la successiva Purification, con una bella linea melodica e una parte centrale nella quale Lake dà veramente il meglio di sé. Le tre canzoni che seguono, Immortal Hate, Rules of Corruption e Ratters sono forse le più classiche del lotto, ma non necessariamente questo significa le migliori, per quanto in particolare la seconda ci regala un momento di quadratura al centro dell’album assolutamente necessaria e che sembra proporre una traccia perfetta per essere suonata dal vivo e Ratters si rivela l’unica quasi cantabile, con Szpigiel che diventa protagonista. Il meglio arriva comunque con le due tracce poste in coda: tanto Defenders of the Faith quanto Symphony of Agony danno la misura dell’identità della band e della sua qualità tecnica e di scrittura, con Lake e Hubert che dispensano lezioni a chiunque in lungo e largo.

Il thrash progressivo dei Mekong Delta non è per tutti. A questo dobbiamo rassegnarci. Molti preferiscono qualcosa di meno disturbante e di meno impegnativo all’ascolto e non è detto che questa sia una colpa. D’altra parte, gruppi di questo genere meritano il plauso di tutti, anche di chi non li apprezza, perché scelgono coscientemente di non seguire il sentiero battuto, di avere una propria identità, a qualunque costo e di farlo preferendo non dare punti di riferimento e anzi ostentando una ricerca costante di soluzioni melodicamente dissonanti e mai facili. Per chi apprezza, è come trovare un tesoro, unico nel suo genere. Lurking Fear ha costituito a suo tempo un disco di capitale importanza per la band. Nato dopo undici anni di silenzio, diede un nuovo impulso ai Mekong Delta, che rimasero fedeli a sé stessi, riproponendo tutti i canoni specifici del loro essere, con una veste migliore da un punto di vista produttivo e anche di packaging, col ritorno dello scheletro violinista. A livello complessivo, non è forse il migliore dei loro album e non raggiunge il livello dei dischi del periodo d’oro, soffrendo per qualche alto e basso e per qualche eccesso di ostracismo musicale. Al contempo, almeno metà della scaletta tocca delle vette che fin troppe altre band non saprebbero raggiungere in tutta una carriera e questa è la pura realtà dei fatti. Gli impegni dei membri di questa line up impediranno al gruppo di effettuare una promozione adeguata e i soliti problemi ricominciarono subito ad affliggere il povero Hubert che ancora una volta si ritrovò costretto a reinventare la propria creatura. Eppure, questo disco di ritorno stabilì ancora una volta il primato dei tedeschi in questi territori: canzoni come Society in Dissolution, Purification, Defenders of the Faith e Symphony in Agony, sono semplicemente troppo belle e particolari per non meritare ben più che un distratto e insoddisfacente ascolto. Che gli amanti del thrash tecnico si facciano avanti dunque, così come i fans di gruppi apparentemente distanti, come Voivod, Death, Watchtower et similia. Lunga vita ai Mekong Delta!



VOTO RECENSORE
76
VOTO LETTORI
71 su 2 voti [ VOTA]
Aceshigh
Mercoledì 26 Febbraio 2020, 15.50.26
2
Non male, ma un po’ pochino per essere un comeback dopo più di dieci anni di silenzio. Gli elementi del loro stile ci sono tutti, grandi strumentisti, chi vuole roba complessa qui trova (come sempre) pane per i suoi denti. Però risulta tutto un po’ freddo, asettico, anche dopo più ascolti. Non può reggere il confronto con un Dances of Death, ma nemmeno con il più vicino splendido Vision Fugitives. Insomma, non lo consiglierei mai a chi non conosce questa band. Il successivo Wanderer on the Edge of Time è decisamente più vario e riuscito (anche perché LeMar secondo me è molto meglio di Szpiegiel). Voto 73
Luka 2112
Venerdì 21 Febbraio 2020, 23.36.20
1
Sono gia passati 13 anni sembra incredibile, presi questo disco perché fu l’unico che trovai, avevo letto ma l’ho su di loro ed ero molto curioso, nonostante mi piacciano le proposte strane e ricercate non sono riuscito ad apprezzare del tutto questo album, effettivamente la Batteria non mi strapiace ma nemmeno la produzione, trovo il suono medioso è alto, mancante dei bassi che dovrebbero rendere il sound avvolgente che al mio orecchio risulta spigoloso ,ho trovato da poco il primo CD ed il suono lo preferisco a questo.Comunque una band senz’altro preparatissima e originale.
INFORMAZIONI
2007
AFM RECORDS
Prog/Thrash
Tracklist
1. Society in Dissolution
2. Purification
3. Immortal Hate (Accepting Prayers of Supremacy)
4. Allegro Furioso
5. Rules of Corruption
6. Ratters (Among the Dead)
7. Moderato
8. Defenders of the Faith
9. Symphony of Agony
10. Allegro
Line Up
Leo Szpigiel (Voce)
Peter Lake (Chitarra elettrica, Chitarra acustica)
Ralph Hubert (Basso, Chitarra classica)
Uli Kusch (Batteria)
 
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