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Harem Scarem - Live at the Phoenix
06/12/2015
( 1113 letture )
Perché abbia un senso, un live album dovrebbe esaltare una serata indimenticabile, nella quale una band e il pubblico vanno oltre sé stessi, divenendo un’unica cosa e raggiungendo una dimensione nuova in un luogo incredibile e indimenticabile, lontano, nel quale il tempo perde di valore e il tutto diventa una esperienza totalizzante. La seconda ipotesi, è che il live fotografi un momento unico nella carriera della band, uno degli snodi fondamentali, oltre i quali qualcosa cambierà per forza. Tutto il resto, è puro compendio.
Gli Harem Scarem sono una delle principali band hard rock/AOR nate dopo il periodo d’oro ottantiano, una di quelle che in maggior maniera hanno contribuito a mantenere vivo il ricordo di quello che fu un genere amatissimo e al tempo stesso a traghettarlo verso una nuova epoca. Forti di una tecnica individuale notevolissima e di una evoluzione che li ha via via portati verso un suono più aggressivo e potente, che univa i classici refrain ultramelodici a più voci tipici del genere a un approccio decisamente più legato al riffing compresso e monolitico tipico invece degli anni novanta, i canadesi sono a tutti gli effetti uno degli esempi più completi e riusciti di hard rock moderno. I loro brani si reggono sulla bellissima voce di Harry Hess quanto sul riffing tecnico e potente di Pete Lesperance e sulle ripetute armonizzazioni di tutti e quattro i membri della band. Senza mai forzare troppo sull’indulgenza strumentale, i quattro hanno scelto di mantenere un approccio lineare e diretto, preferendo semmai una evoluzione "matura" del proprio sound, avvicinandolo alla realtà rispetto ai canoni ideologici dell’AOR ottantiano e portandolo a contatto col senso di smarrimento e dolore tipici del mondo occidentale post-guerra fredda. Non è pertanto nella complessità degli arrangiamenti, piuttosto che nella sontuosità delle parti strumentali che troveremo il meglio della band, anche se in effetti le qualità dei singoli sono talmente evidenti che sottovalutarle sarebbe commettere un grave errore, ma piuttosto nella solidità delle canzoni, tutte ottimamente costruite, con una qualità melodica vicina alla perfezione e nel bilanciamento tra potenza e melodia, tra atmosfere vintage e approccio moderno.
Tornati alla ribalta dopo qualche anno di pausa, resosi necessario dopo un periodo non felicissimo nel quale il richiamo della band era andato scemando anche nelle tradizionali roccaforti giapponese e canadese, i quattro rocker sembrano aver ritrovato la forma migliore, riprendendo esattamente da dove avevano lasciato e forti di un contratto con Frontiers, pubblicano oggi questo Live at the Phoenix. Per una band che ha dato vita a tredici dischi in oltre venti anni di carriera, i nostri non sono certo nuovi alla pubblicazione di un live album, essendo questo praticamente il loro ottavo, ma era ovvio che dopo un disco come Thirteen, che ha rilanciato la carriera e il nome dei canadesi, non potesse mancare una consacrazione davanti al pubblico di casa, da sempre il più ricettivo nei loro confronti.

Come era lecito attendersi, l’atmosfera del live è resa in maniera molto elegante ma piuttosto precisa, con gli interventi del pubblico tra un brano e l’altro e poi una resa dei brani quasi identica a quella da studio, senza in realtà quel quid in più che giustificherebbe l’acquisto di un disco del genere piuttosto che quello di un best of qualsiasi. D’altra parte, vale ancora la pena sentire quattro musicisti davvero capaci e un cantante formidabile come Hess alle prese con la resa dei loro classici dal vivo e quindi, dopo l’entusiastica ancorché meritata introduzione, eccoci già proiettati sul palco per la opener Garden of Eden, traccia di apertura anche di Thirteen. Si capisce che il gruppo è assolutamente impeccabile in ogni sua componente e che addirittura tutte le armonizzazioni vocali vanno a segno con una precisione quasi impressionante e che a dirla tutta solleva anche qualche dubbio, tanto è perfetta, con un solo evidente “buco” in Sentimental Bvd., canzone interpretata dal batterista Darren Smith che sul refrain lascia un piccolo vuoto. Ma scordiamoci per un attimo l’approccio "da critico" e lasciamo che le canzoni scorrano trasportandoci avanti e indietro negli anni, con il classico Mood Swings (1993) a farla da giusto padrone, con ben sei tracce presentate (secondo posto per Thirteen con ben cinque canzoni) e tante splendide sensazioni legate a classici come Saviours Never Cry, Distant Memory e Mandy, piuttosto che Slowly Sleeping Away, primo singolo della carriera. Piano piano, emerge sempre più la vicinanza della band canadese con un altro gruppo che ha fatto delle armonie dal vivo un punto di forza: gli inglesi Def Leppard, gruppo al quale gli Harem Scarem devono proprio tanto e che è davvero difficile non sentir risuonare in molte delle canzoni qua presenti, come ad esempio Stranger than Love o All I Need. Spazio anche per un piccolo e dovuto cammeo ad opera del solo Pete Lesperance con Turn Around, breve quanto intenso saggio di classe e tocco, in un disco dal vivo nel quale sono evitati come la peste i vari "momenti-assolo" che di solito si ritrovano in questo tipo di pubblicazione. Altro piccolo momento di defaillance appena notabile è l’inizio di Saints and Sinners, con basso e batteria non proprio perfettamente coordinati rispetto alla chitarra, e il tutto che rientra all’altezza del refrain. In una scaletta così lunga e così omogenea da un punto di vista dell’approccio, al di là di quelli che sono i momenti legati alle immancabili ballad o piuttosto all’alternanza alla voce tra Hess e i suoi compari, sembra mancare però una o più tracce capaci di staccarsi per un attimo dalle strutture serrate, strofa-ritornello-strofa-assolo-ritornello che caratterizzano praticamente tutti i brani, o anche qualche canzone più veloce o dall’atmosfera "particolare" e diversa dalle altre. Di fatto, salvo qualche traccia appena più rockeggiante come All I Need, So Blind e Change Comes Around, più o meno anche a livello dinamico si viaggia quasi sempre sulle stesse coordinate e se questo in un disco da studio si sente molto meno, dal vivo e con un doppio album a disposizione dall’elevato minutaggio, si tratta di un particolare che piano piano scava nel piacere dell’ascolto e limita le soluzioni a disposizione della band per andare a segno in maniera definitiva, con la sola Voice of Reason a rappresentare la vena più particolare del sound del gruppo. Ad ogni modo, si arriva alla conclusiva ultraclassica No Justice abbastanza velocemente e non si può dire che manchi la voglia di ricominciare da capo e questo è già un buon indice della qualità proposta.

Per una band che ritrova sé stessa e il proprio pubblico dopo anni di silenzio, la consacrazione dal vivo del nuovo corso è semplicemente fondamentale. Certo si potrà obbiettare sull’effettiva necessità di un ennesimo live album per gli Harem Scarem, ma è indubbio che il repertorio continui ad aumentare e la qualità invece non diminuisce, quindi perché vietarsi il piacere di sentire come rendono i nuovi brani o lo stato della forma per una band che sembra non invecchiare mai? D’altro canto, qualcosa nella scaletta complessiva sembra un po’ mancare e forse ci sarebbe stato spazio anche per altro, scacciando un po’ la sensazione del Best Of, che in qualche caso aleggia qua e là, restituendo invece l’epidermico piacere per il calore della musica suonata e interpretata da una grande band. Ad ogni modo, si tratta di un doppio live importante e dalla bella veste grafica, che non mancherà di trovare nella versione DVD il maggior coinvolgimento che magari viene inevitabilmente a mancare su CD. Le qualità del gruppo non sono assolutamente in questione ed anzi trovano un’ulteriore conferma, tanto nella voce di Harry Hess, quanto nella chitarra di Lesperance e nell’ottimo interplay dei quattro. Se siete fan della band, sapete cosa fare. Se volete scoprirli, ho sempre pensato che un disco dal vivo fosse la maniera migliore, anche se non tutti concordano con questa visione, preferendo accordare la preferenza ai dischi da studio. In ogni caso, qua abbiamo una band strabordante al meglio delle sue capacità, non c’è altro da dire o da chiedere.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
94.33 su 3 voti [ VOTA]
Ivano
Martedì 16 Febbraio 2016, 18.33.41
3
assolutamente d'accordo che, dopo così tanti anni, siano più famose band come i The Calling con un singolo, che una band come gli Harem Scarem ai primi posti per qualità e capacità. Buon per noi che ce li godiamo!!!
danybg
Martedì 8 Dicembre 2015, 15.42.37
2
una band troppo sottovalutata........almeno da noi. il livello qualitativo di tutta la loro carriera ha ben pochi eguali.........grandissimi
edward 64
Domenica 6 Dicembre 2015, 17.32.29
1
Ottima band..... live impeccabile.
INFORMAZIONI
2015
Frontiers Records
Hard Rock
Tracklist
CD 1
1. Garden of Eden
2. Hard to Love
3. Saviors Never Cry
4. Dagger
5. Distant Memory
6. The Midnight Hours
7. Mandy
8. Killing Me
9. Slowly Slipping Away
10. Troubled Times

CD 2
1. Sentimental Blvd.
2. Turn Around
3. Stranger Than Love
4. All I Need
5. Saints and Sinners
6. So Blind
7. Human Nature
8. Voice of Reason
9. Change Comes Around
10. No Justice
Line Up
Harry Hess (Voce, Chitarra)
Pete Lesperance (Chitarra, Voce)
Stan Miczek (Basso, Voce)
Darren Smith (Batteria, Voce)

Musicisti ospiti
Michael Vossoros (Chitarra su traccia 14)
 
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