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Angellore - La Litanie des Cendres
24/12/2015
( 999 letture )
È capitato un po' a tutti di andare a vedere al cinema un film, con la speranza nel cuore di passare un'oretta abbondante di goduria, galvanizzati dal plurivisionato trailer, magari ben caricato di effetti speciali o del mezzo secondo di scena suspense, o che il più delle volte magari è semplicemente il sequel di quel bel predecessore un po' più marcio ma così geniale. Ma, allo stesso modo, molte volte, subito dopo quell'oretta, il numero che si riferisce al parametro “ricordi” inizia invece a tendere allo 0, come un asintoto che guarda verso l'asse delle X o delle Y, a causa della cocente delusione innescata dalla sua visione. Parallelamente, in ambito musicale, si può andare incontro alle stesse sensazioni ascoltando il secondo album di una band forse non eccezionale, ma che pure col suo debutto aveva lasciato intravedere ampi margini di miglioramento. Così, a dispetto di un ambizioso sforzo teso a surclassare gli esiti dell'opera prima, nonostante alcuni assi nella manica come i tre anni investiti per elaborare e processare meglio le idee, la line-up rimasta pressoché inalterata negli anni e il cambio di etichetta concretizzatosi con l'approdo nelle fila della giovane e motivata Shunu Records (che tra l'altro si avvale della capillarità in ambito distributivo della Season of Mist), il risultato può consistere invece in un calo qualitativo sia pur con qualche punto di attrito nella caduta che fortunatamente ne ha evitato il collasso totale.
Il caso di specie riguarda i transalpini Angellore e l'album risponde al nome di La Litanie des Cendres.
Il lavoro in questione è stato presentato e promosso facendo leva soprattutto sul particolare formato con il quale è stampato, ovvero un lussuosissimo digipack in edizione limitata con tanto di ruderi di una chiesetta in cartonato 3D e una bella croce componibile con le pagine del booklet per avere una panoramica di tutti i testi. Se da un lato questa ideazione fa indubbiamente la gioia di tutti i golosoni delle edizioni più particolari e limitatissime, dall'altro, invece, secondo una diversa prospettiva, agevola il dubbio che questi barocchismi possano rendere più appetibile un lavoro che presentato su un ignorantissimo jewel case non otterrebbe le stesse attenzioni, finendo così per suscitare addirittura un effetto boomerang proprio perché eccessivamente pacchiani.

Ma anche non limitandosi alle impressioni estetiche e focalizzando l'attenzione sulla parte saliente, ovvero l'ascolto di quest'opera, i dubbi iniziano a tramutarsi in certezze. Essendo possibile l'eventualità che si sia innescata una sorta di autocondizionamento in negativo e pur concedendo a questa “litania delle ceneri” settimane di ascolti, seguiti metodicamente da pause di metabolizzazione, l'effetto iniziale non si smorza, anzi, al contrario, si rafforza perché è ormai chiara l'idea che, quando si impiegano delle risorse per dare vita a un album, queste devono essere necessariamente bilanciate su ogni suo livello. Così, se ad esempio ci si concentrasse sulla produzione, si scoprirebbe una totale inadeguatezza rispetto alla pomposità e allo scintillio che ammantano il primo impatto col digipack: le chitarre infatti risultano eccessivamente dolci nelle distorsioni, quanto ingenue nella scelta delle frequenze per le parti soliste, mentre la batteria, eccessivamente gonfiata di bassi e riverberi, contribuisce a dare un senso di “ovattato”, disperdendo la potenza e la solennità tipica del doom (genere che la band dichiara di trattare).
Nonostante queste evidenti pecche, il disco potrebbe comunque fare leva sulla capacità di trasmettere piacevoli vibrazioni emozionali dimostrando delle buone capacità di scrittura e arrangiamento; in questo caso il bersaglio è centrato in parte. Detto che anche su questo livello il genere proposto è molto lontano dalla definizione di doom, anche nel senso più lato, l'album può essere suddiviso in due sezioni. Nella prima, costituita dalla coppia d'apertura A Shrine of Clouds e Still Glowing Ashes, gli Angellore percorrono soluzioni gothicheggianti, che si riverberano in melodie fin troppo accessibili e accattivanti nelle quali vengono incorporati episodi solistici di chitarra le cui note divengono prevedibili, troppo spesso ruffiane e che inevitabilmente appesantiscono l'impalcatura del pezzo. Non giovano alla resa complessiva anche alcuni pattern di batteria, che lasciano interdetti per via di un dualismo continuo tra soluzioni sicuramente elementari per quanto riguarda la sezione dei tamburi e un eccesso di ghirigori sui piatti. Aggiungiamoci il fatto che, sempre all'interno di questi stessi brani, troviamo degli spunti con alcuni passaggi di accordi veramente toccanti (come ad esempio l'intermezzo a circa un terzo del viaggio di A Shrine of Clouds) e le perplessità raggiungono il loro apice.
Arriva a donare finalmente un po' di respiro la seconda parte dell'album, rimarcando che la classe c'è e necessita solamente di essere gestita con più calma, esperienza e equilibrio tra ambizioni e capacità reali. Gli arrangiamenti si fanno più snelli ed efficaci, come in Twilight's Embrace, in cui intelligenti inserzioni di violino e di piano e le voci pulite e solenni sono finalmente capaci di donare quel quid che innesca un senso di tristezza e abbandono che appare invece sfumato nei due episodi precedenti. Anche Inertia, una bella ballata gothic rock, ideologicamente segue l'approccio del precedente episodio, ma paradossalmente l'impalcatura leggera e meno artificiosa risulta ideale, perché l'accoppiata dei due cantati puliti maschile e femminile si innalzano a dare finalmente un senso di riuscito. Un episodio ambiguo è invece la lunga suite Moonflower, che alterna qualitativamente alti e bassi, come l'apertura efficace affidata alle note di un piano assolutamente sconnessa al riff successivo o come il finale in crescendo, che annulla quanto di buono viene magistralmente proposto (ritornello escluso) nella parte più interna e portante del brano.

Mettendo sui due piatti della bilancia, rispettivamente, pregi e difetti di La Litanie des Cendres, è ormai chiaro da quanto descritto che il piatto dei difetti tenderà a prevalere, seppur non in maniera assoluta, ma quanto basta perché, come un sequel poco riuscito di un film, il risultato non sia memorabile. Ovviamente il peso oggettivo è differente da quello relativo non appena si richiamino le prospettive aperte dal buon debutto Errances. L'auspicio è che gli inciampi, visti da un punto di vista “ottimistico” e nell'ottica della possibile crescita della band, servano per ricordare al terzetto che la sostanza, nella peggiore delle ipotesi, è importante quanto la forma.



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
78 su 3 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2015
Shunu Records
Gothic
Tracklist
1. A Shrine of Clouds
2. Still Glowing Ashes
3. Twilight's Embrace
4. Inertia
5. Moonflower
Line Up
Rosarius (Voce, chitarra, basso, tastiere)
Walran (Voce, tastiere)
Ronnie (Batteria)

Musicisti ospiti:
Lucia (Voce)
Cathy (Violino)
 
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