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Flying Colors - Second Flight: Live at the Z7
07/01/2016
( 2341 letture )
Fermarsi per non morire, dicevano. Stagione ricca di live album di caratura superiore, questa. Infinite poesie e ricami di musica con la M non solo maiuscola ma anche persistente nel tempo, come un aroma nel legno o un possente flavour d'incenso e miele. Come spesso accade, ci troviamo a recensire musicisti con anni e anni di storia alle spalle, grandi album, svolte stilistiche e personali, retaggi che poggiano su assi e putrelle degli anni '60 e '70, nonché grandi innovatori del settore. Dopo un Natale altalenante e ricco di imprevisti, rieccoci sulle nostre pagine web preferite con una novità di fine anno: il nuovissimo live album in cd/blu-ray/4-K HD/Triplo LP del supergruppo prog per eccellenza, ovvero gli strutturati e compattissimi Flying Colors, ennesimo progetto capitanato dalla piovra-Portnoy insieme a musicisti dalle disparate e ricchissime influenze: da Steve Morse (Deep Purple) alla chitarra, Neal Morse (exSpock's Beard; Steve Morse Band); Dave LaRue (Steve Morse Band) e il cantante/chitarrista Casey McPherson, leader dell'interessante band pop-rock Alpha Rev.

Non abbiamo neanche cominciato a versare il the che ci ritroviamo per mani una quantità di informazioni notevolissima. Ma procediamo con ordine: per chi non lo sapesse, la band ha pubblicato, oltre al suddetto live album, due LP in studio (Flying Colors nel 2012 e Second Nature nel 2014), nonché un altro tassello dal vivo, il semplicemente intitolato Live in Europe a supporto del primo tour europeo del 2013, subito dopo l'uscita del debut omonimo. Un lavoro che definire intenso sarebbe quantomeno riduttivo e inappropriato. Così, dopo un ouverture che apre il platter con un crescendo emozionale dal minutaggio ridotto, partono le danze con Open Up Your Eyes, prima traccia del secondo album e forse pezzo più articolato, complesso e debitrice delle influenze di ogni singolo componente. La suite di 12 minuti si propone elegantemente ai nostri padiglioni auricolari con il piano intrigante e nudo di Neal Morse, per poi sfociare in un tributante up-tempo in cui Steve Morse e lo stesso Neal duellano in un baccanale di sentimenti e solismi progressivi. Uno snello e sotto-articolato arco di partenza dietro al quale si erge un monumentale e pirotecnico (sebbene a tratti contenuto) Mike Portnoy, che non lesina tocchi di classe e genio, così come un'accelerazione in doppia-cassa, suo trademark sin dagli albori con i Majesty. Al terzo minuto il basso grasso e crudo di LaRue ci sconquassa le budella per poi danzare con chitarra e tastiere, in un artistico e bilanciato dipinto in bilico tra prog metal, Camel e rock, grazie anche al timbro caldo e avvolgente di McPharson, cantante sottovalutato e interessante non solo in studio, ma anche in sede live. L'aspetto retro-prog è tutto concentrato nella prima traccia, quindi, come se una pellicola ci avvolgesse all'interno di una stanza buia adibita a teatro dei sogni personale. Open Up Your Eyes è un gran pezzo di stimato progressive che non inventa ma dipinge colori volanti all'interno del suo impegnativo minutaggio che, tuttavia, non stanca e anzi coinvolge nel suo bridge prolungato che richiama i lavori solisti del talentuoso e instancabile Neal Morse così come il pomp-rock dei Magnum nella melodia principale.
La resa dal vivo suscita emozione e divertimento, anche se l'impatto è molto simile alla traccia da studio, con pochissime differenze, compreso il finale corale che riprende il tema portante della canzone aumentando l'impegno dei musicisti che, all'unisono, ci consegnano una prova strumentale da dieci e lode, subito prima del codino da ''manuale 70's'' posto in chiusura, con tastiere, Hammond e la batteria a vapore di Portnoy a infiammare la sala. Un saluto veloce alla Svizzera, poi una rock ed esaltante Bombs Away prende piede con il riff classico di Steve Morse che trasuda passione e rituali settantiani nel suo connubio riuscitissimo di rock classico, venature blues e ritornello pop, sempre a cura di un lucidissimo McPharson, che ci prepara il fertile terreno all'assolo pizzicato e groovy di S. Morse, privo di orpelli e decisamente convincente. La particolarità del brano sta nel collegare parti distanti in un unico suono organico, come le tastiere antiche e ridondanti di Neal che scatenano il pubblico scaldandolo a dovere. Echi di Goblin nostrani e passate sinfonie ci investono prima che il ritornello torni a martellarci la mente, i gusti e la memoria.
Non possiamo respirare troppo: parte un'ondata di applausi a ritmo prima che il singolo Kayla, tratto dal grandissimo debut album, ci colpisca in una versione un po' più naif e slabbrata rispetto all'originale, con la sua vellutata delicatezza e il suo spirito senza tempo né confini prestabiliti. In poco più di 5 minuti abbiamo tutto ciò che ci serve: melodia, arpeggi e grande song-writing, per una dimostrazione di coesione e forma-canzone eccelsa. Non solo un progetto e un divertissment, ma una band vera e propria, che muta a seconda delle necessità e dei bisogni di scrittura. Ancora un solo di Steve Morse ci colpisce al cuore facendoci danzare con le mongolfiere di Second Nature, regalando applausi e sorrisi.
La resa audio è eccelsa, mentre il volume del pubblico incrementa a ogni breve pausa, anche prima della quarta traccia, un'infuocata esecuzione della arcinota Shoulda Coulda Woulda che riporta in auge un power-rock dal ritmo grasso e sudato, con un incedere bellicoso e decisamente poco prog, quanto più ferale nelle sue ritmiche spezzate e notturne. Cori di Neal Morse e Casey McPherson si alternano in un potente tornado di anime che sfocia in un divertente assolo di S. Morse che pesca a piene mani dal rock and roll. Mani alzate al cielo durante il bridge dominato dalla batteria e dai cori del pubblico pronto a dare il 110%. Ci siamo già persi all'interno del puzzle musicale dei Flying Colors che, magistralmente, ci hanno confuso e deliziato dopo soli quattro brani di influenze e minestre sempre fresche e piccanti, a volte auto-celebrative, a volte divertenti e a volte complesse come poche. Il finale di Shoulda Coulda Woulda, che sfocia nell'heavy metal manda la folla su Plutone, con pezzi di corpi, anima e cuore sparsi nella stratosfera cosmica del prog. Un The one and only: Mike Portnoy! chiude la parentesi sconquassante dello spettacolo, poi le luci soffuse, blue e calde ci introducono la novella Fury of My Love, brano drammatico e profondo come gli occhi di chi amate da sempre e il suo ritornello ricco di pathos e tessuti invernali. Piano e tastiere contornano il brano numero sei progredendo a braccetto verso il suo sviluppo tradizionale (ma non per questo banale), verso un bridge più incalzante, dove gli strumenti prendono coraggio e la voce di Casey McPherson ci introduce un vigoroso e barocco assolo di chitarra, fiammeggiante, conciso e intrigante quanto basta per farci capitombolare sulla ripresa finale del ritornello e della chitarra solista, mai così ''viva'' e intensa come nell'ultimo dialogo musicale del brano. Perla.

Il live in questione è quello che ci aspettiamo dai Flying Colors: potenza ed espressività artistica e musicale, grandi menti e grandi interpreti. A Place in Your World richiama i primi Rush con il suo intro strumentale da giostra del cielo, prima che un basso pulsante e la melodia di voce e chitarra sussurri vecchie storie mai narrate alle nostre orecchie. È un live d'intenti e di volontà, di richiami alla memoria e a grandi performance a base di note cangianti ad arcobaleno. A Place in Your World, tratta dal secondo album in studio, convince e merita di essere ascolta in questa veste più spoglia e ''viva'', con gli intrecci vocali oltremondo e gli intrighi strumentali degni dei migliori applausi. Un vero senso di appartenenza verso i musicisti si scatena durante il bridge, con le sue tastiere che piovono direttamente dal 1970 e dalla melodia di Morse e McPherson, perfettamente incastonati nel pentagramma volante. Don't turn away, don't turn away! I want a place in your world..., e poi il ritornello finale ci sistema comodamente nella nostra prog-poltrona, mentre la batteria serena e mai scomposta di Portnoy ci enfatizza le ultime note, che sembrano fatte apposta per creare un polveroso ponte verso la successiva Forever in a Daze, eterea e blueseggiante nel contempo, con il suo minutaggio ridotto ma la sua forma-canzone ben presente e definita. Brano che si colloca a metà strada tra nuovo e vecchio, prog e rock d'autore, in un melodico frutto che potrebbe appartenere al 1992 come al 2022. Slap e uno stacco funky/groove di LaRue ai limiti dell'umano fa tremare gli assi del palco, mentre luci duellano cercando di stare dietro alla furia e all'amore musicale della super-band che si spreca donando e trasmettendo un'energia positiva e concreta, nonostante la difficoltà di esecuzione dei brani e alle complesse melodie.

La voglia di ascolto continuo e distacco dalla realtà che ci circonda cresce esponenzialmente con la breve suite di Peaceful Harbor, con chitarre acustiche in primo piano e organi del cuore, fischi commossi tra la folla e un'aurea quasi sacrale ci trasporta in un porto di pace, dove le colorate e citate mongolfiere di Second Nature atterrano tra foglie autunnali, pennellate chitarristiche e richiami ai Queen, in un crescendo strumentale centrale da brividi, lacrime e ricordi che non vogliono né possono andar via.
La band torna al gran completo per la seconda parte del brano, forse punto focale/emozionale primario del concerto, con il suo traghetto emotivo troppo imponente per essere ignorato. Sussurri, piano e corde libere per una ripresa finale in cui il pubblico accompagna in sottofondo le melodie dettate dalla sei corde di Steve Morse. Impareggiabili.
Anche le tracce meno note come One Love Forever rischiano di rubare la scena alle altre, in un continuo alternarsi di influenze e sensazioni: ora è il folk rock a prendere posizione sotto il riflettore principale. Bianco e poi colori psichedelici adagiati su un prato di perfette armonie cantautoriali. E' l'orecchiabilità a fare il buono e il cattivo tempo con questo brano, altro esempio di come la dimensione live sia quella giusta per la band americana. Stesso discorso vale per la successiva e splendida ballad strappa-lacrime Colder Months, inizialmente scritta dal cantante-chitarrista C. McPherson per la sua band Alpha Rev nel 2007.

Dopo tanto materiale, tante sfumature, tanta partecipazione e tanto sudore della fronte, affrontiamo la parte finale di questo live manifesto, costituita da piccole chicche e piccoli capolavori firmati Flying Colors, partendo dalla hit The Storm, che inizia dolcemente per poi traghettarci nel suo refrain così ricco e multi-sfaccettato e così semplice nel suo ritmo devitaminizzato e totalmente devoto al rock senza l'hard. Steve Morse accompagna la portata principale con eleganza non invasiva, con idee chitarristiche sopra la media. Il break centrale sembra scritto e congegnato per i Dream Theater, ma è un attimo immerso in questo oceano di musica che ci travolge come la più voluttuosa delle tempeste nella successiva traccia-monumento Cosmic Symphony, divisa in tre sotto-movimenti: Still Life of the World; Searching for the Air e Pound for Pound.
Tre movimenti, tre movenze, tre sipari per un brano di chiusura degno del palco principale, con gli sguardi dei paganti esterrefatti e le mani che si muovono a ritmo, in una ola robotica e quasi tantrica. Cosa capita? Gli effetti di Neal Morse e Mike Portnoy ci sollevano verso la seconda tratta del brano, che sembra esplodere strumentalmente ma che si adagia su un delicato e minuzioso contrappunto prog che profuma di Ian Anderson e Jethro Tull. Piano subdolo che passeggia tra i versi e le melodie intrecciate a mo' di circo delle emozioni, in una commedia drammatica dove solo la chitarra infervorata di Steve Morse può vincere nel trionfante primo ''finale'' del brano, dove una tempesta in lontananza pittura l'orizzonte di viola. Slide e chitarre acustiche, poi alcune diapositive dal passato ci ricordano l'infanzia disteso sotto il cielo primaverile e disincantato. E' il tempo per C. McPherson di risalire in cattedra con una prestazione vocale – musicale che va ben oltre le aspettative, riuscendo non solo a convincere ma anche a sgretolare le nostre guance con sincere lacrime di professionale adorazione lirico-musicale. Searching for the air, searching for the air that I've found.. E' una sinfonia cosmica o cosa, dopotutto?

Raccoglimento, riflessione, un sospiro per l'emozionante stanchezza dell'esperienza live e poi via con gli ultimi step dello Z-7, ovvero: Mask Machine, che incontra il rock moderno dei Muse e si apre verso un diretto refrain dal sapore alternative che non stona affatto con la complessa strumentazione della band, sempre attenta a regalare chicche al proprio pubblico con contrappunti chitarristici e tastieristici a volte impercettibili, a volte palesati dal talento dei musicisti. Si può portare come esempio il muscoloso break solista di batteria che precede la sezione sulla tre-quarti, a cura di un inossidabile e neoclassico assolo di Steve Morse, invigorito e iper-vitaminizzato da un'accelerazione in doppia-cassa tutta da ricordare. La canzone viene cantata e seguita dai presenti con verve e intensità notevole, mentre le vocals filtrate della seconda parte danno il la' a un tornado di batteria e luci pirotecniche, in un condensato di progressive rock potente e al passo con i tempi, che non si vergogna di mischiare, mescolare e divertirci nei suoi oltre 7 minuti di arrembante assalto cristallino.

Ultima pagina del nuovo, entusiasmante libro dei Flying Colors arriva con il brano forse più amato dai fans, l'immensa suite di chiusura Infinite Fire, che aveva sigillato l'omonimo debutto discografico con grande determinazione e speranza per il futuro. Futuro radioso e assolutamente intrigante quello della band americana, che sfoggia le sue mille facce e i suoi dadi non truccati nei tredici minuti dell'ultimo brano, checkpoint finale di una maratona a base di progressive rock passionale e dannatamente vivo. I'll be with you... again., e un breve quanto barocco assolo di Steve Morse ci apre le porte alla stanza del bridge, dove ponti di pietra e nidi di alcioni corredano l'ambiente con innovative infrastrutture dell'ignoto: assoli incrociati che scaldano i fans di tutto il mondo, riportandoci in bilico tra 1978, 1992 e il presente musicale, con i padrini Yes sempre in mente e il rock ''colto'' che porta con se anche tanto divertimento e spensieratezza. Non tutto ciò che impegna annoia, ed ecco la prestazione sentita di McPherson a reggere le fila del Gran Finale, con coriandoli in bella mostra e una pacatezza che ci copre di tepore e belle parole. Il tempo scorre e noi siamo ancora svenuti nel cuore pulsante della nostra musica, tra un incitamento e l'altro, le lancette impazzite e il castello al centro del Labirinto che lentamente si sgretola perché nessuno ha il potere di distogliere la nostra attenzione dalle note che ci cullano e persuadono a migliorarci sempre.

Il live, a volte, non è un semplice espediente per fare uscire nuovo materiale. In certi casi (come in questo) è un vero e sentito ringraziamento e testamento visivo/musicale, che ci serve per entrare nell'atmosfera della band, del luogo, dei musicisti e ovviamente dei fans, in un lievitante quanto impareggiabile affresco di rock classico. Staccate la spina e dirigetevi verso i colori, non rimarrete di certo delusi.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
85.5 su 6 voti [ VOTA]
HeroOfSand_14
Lunedì 11 Dicembre 2017, 11.38.26
8
Live spettacolare, band coesa è tecnicamente superiore. Canzoni splendide, chicche da novanta come Colder Months che non conoscevo e che mi ha commosso. Da qui ho capito quanto valga come compositore McPherson, che oltre ad avermi impressionato vocalmente (non ha sbagliato nulla, preciso come pochi altri anche con il falsetto) ha scritto grandi brani. Kayla e Infinite Fire sono da assaporare, bellissima anche la rece
Janko
Venerdì 15 Gennaio 2016, 9.28.51
7
Grandissimi! Visti dal vivo e sono fantastici. Ho il blu Ray e li si apprezza in tutto la loro maestria. Il più bel lavoro live del 2015
ayreon
Domenica 10 Gennaio 2016, 9.26.58
6
come supergruppo gli sono superiori solo i transatlantic
plin
Domenica 10 Gennaio 2016, 9.22.25
5
Concordo con tutti i commenti qui sotto. Ci troviamo di fronte a una band di caratura superiore, prog e rock suonati alla grande. Bellissimo album. Rece approfondita che segue passo passo l'evolversi del live.
roxy35
Venerdì 8 Gennaio 2016, 23.42.22
4
Questo è un album rock/prog di grande impatto emotivo. Morse e Company non sbagliano una virgola , una vera chicca per gli amanti del genere Rece straordinaria, scritta non solo con la penna ma anche con passione. Complimenti!
CK63
Venerdì 8 Gennaio 2016, 16.59.36
3
Album superlativo! Coinvolgente, musica di gran classe, band tosta, che spacca. Recensione dettagliatissima, di una competenza come poche se ne leggono, bravo Metalraw ! Ascoltate questo live, ragazzi ed ex, ne vale veramente la pena. Woohhh
ayreon
Venerdì 8 Gennaio 2016, 4.48.13
2
Qui si sbava di brutto.complimenti per la rece dettagliatissima, si vefe che li apprezzi molto
jo-lunch
Venerdì 8 Gennaio 2016, 0.02.20
1
Band compattissima, di grande spessore. In questo live si intrecciano alla grande rock e prog d'autore. Dopo averlo ascoltato e riascoltato ti senti volar via. Grandissimi!
INFORMAZIONI
2015
Mascot
Prog Rock
Tracklist
1. Ouverture
2. Open Up your Eyes
3. Bombs Away
4. Kayla
5. Shoulda Coulda Woulda
6. The Fury of My Love
7. A Place in your World
8. Forever in a Daze
9. One Love Forever
10. Colder Months
11. Peaceful Harbor
12. The Storm
13. Cosmic Symphony
14. Mask Machine
15. Infinite Fire
Line Up
Casey McPherson (Voce, Chitarra)
Steve Morse (Chitarra)
Neal Morse (Tastiere)
Dave LaRue (Basso)
Mike Portnoy (Batteria)
 
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