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Rosetta - The Galilean Satellites
09/01/2016
( 1630 letture )
Lo Spazio.
Ultimo regno dell’ignoto in un’epoca in cui tutti tutto sanno e di tutto discettano, graniticamente convinti che quattro clic su un motore di ricerca configurino una “competenza”.
Ultima frontiera dove il silenzio dell’infinito soffoca i rumori molesti di una specie che in millenni di evoluzione ha imparato soprattutto a distruggere se stessa e ciò che la circonda.
Ultimo anelito di speranza rimasto in un’ipotetica versione moderna di un vaso di pandoriana memoria da cui siano già sciamati tutti i mali previsti dai castighi divini.
Così, mentre generazioni di umani hanno alzato lo sguardo a volte alla ricerca di segni, a volte per invocare interventi, a volte semplicemente rapite dalla potenza delle visioni, pochi eletti hanno avuto la fortuna di solcarlo davvero, quel “cielo” che in tutte le culture rappresenta la porta al contatto con la nostra storia e il nostro destino. A questi Ulisse (nella declinazione dantesca) contemporanei che hanno saputo sfidare gravità, magnetismo, forza ed energia oscura, un quartetto di Filadelfia ha deciso di dedicare un’ipotetica colonna sonora, per riassumere il senso di un viaggio che trascende il ristretto orizzonte fisico per trasformarsi in metafora collettiva.

La carriera dei Rosetta (nessun richiamo alla stele egizia, solo una scelta figlia della musicalità ispirata dal nome ai membri del gruppo) inizia di fatto con questo The Galilean Satellites, che, fin dal titolo, manifesta tutte le velleità astronomiche concepite dalla band, rimandando alle quattro lune in orbita intorno a Giove (Io, Ganimede, Europa e Callisto) scoperte dal grande scienziato pisano e destinate a dare il colpo di grazia al sistema eliocentrico tolemaico. In realtà, il collegamento con la storia della scienza è poco più di un accenno confinato nel titolo, il cuore dell’album pulsa altrove, a bordo di un’astronave che sta abbandonando un pianeta presumibilmente in rovina alla ricerca di una nuova dimora che faccia da culla a una nuova umanità. Ad accompagnare il tragitto verso la meta, ecco allora quella “musica per astronauti” concepita da Michael Armine e compagni rifiutando quella definizione di post metal che pure, in senso strettamente tecnico, mai come in questo caso si adatta alle sonorità che trasudano dalle tracce.
Chiariamolo subito, The Galilean Satellites non è un album facile e dalla fruibilità immediata, a cominciare dalla stessa “architettura” che lo sorregge: due cd distinti, cinque pezzi segnati da fango, fumo e fiamme e gli stessi cinque riproposti liofilizzati in chiave drone/ambient, a suggerire un ascolto in contemporanea da fonti sonore diverse per meglio apprezzarne le potenzialità di amalgama. Un semplice capriccio ad alto tasso di cerebralità, in apparenza, ma in realtà una magnifica intuizione per sottolineare la duplice natura dello spazio, luogo di placidi vuoti che favoriscono la contemplazione ma anche teatro di fenomeni dalla violenza inaudita e inimmaginabile per le umane menti. A un primo impatto, per la verità, la resa complessiva risulterà fortemente sbilanciata sul versante tellurico dell’ispirazione, complice il ruolo in primo piano dello scream lancinante di Armine, che apre ferite sanguinose sulla trama dei brani, sommato a un lavoro spesso abrasivamente schizofrenico della sei corde, ma una serie ripetuta di ascolti agevola l’emersione in superficie degli elementi atmosferici custoditi negli antri più oscuri della fucina dei Rosetta. E’ solo a questo punto che ci si potrà avventurare con sufficiente costrutto nell’ascolto del secondo cd come “stand alone”, diversamente le strutture sottilissime e dilatatissime del lato contemplativo rischiano di spiazzare e appesantire staffe, incudini e martelli dei meno devoti all’ambient/drone più rarefatto, rischiando di generare prematura sazietà.

A scaldare i motori in vista della partenza provvede l’avvio dell’opener Departe, solcato da increspature psichedeliche che anticipano l’accensione vera e propria del primo stadio, pronto a deflagrare in un’esplosione di luci e colori. Una pausa del ritmo sembra suggerire l’avvenuto distacco dall’impero terrestre della gravità, sorta di attimo da dedicare malinconicamente a un ultimo sguardo verso il pianeta (morente?) in attesa di essere catapultati a forza verso una nuova dimensione. Ed eccola, sullo sfondo di un cielo reso incandescente dai riverberi della luce del sole, la meta, Europa, avvolta da spire fumanti oltre le quali si intravvede la possibilità di un ritorno in una “casa” declinata non nella sua dimensione fisica ma in quella di una purezza originaria. Tocca alle venature prog di Absent aprire nuovi scenari narrativi, per un approdo che sfiora esiti quasi avantgarde grazie al perfetto gioco di rimandi tra una sei corde in distorsione, il tribalismo distillato dalle pelli incalzate senza tregua da Bruce McMurtrie Jr. e un synth che richiama le divagazioni di Zofia Wielebna Fras in casa Obscure Sphinx. Un trittico di tale potenza non poteva non generare un accumulo di tensione ai limiti della sopportabilità, e non stupisce a questo punto la virata psichedelica di Itinerant, sorta di colonna sonora di un interminabile viaggio a fari spenti in un universo permanentemente avvolto da fumo e nebbia. Creata ormai un’atmosfera praticamente priva di densità, la chiusura è affidata a Au Pays Natal, brano in cui i Nostri mostrano tutto il loro debito nei confronti della tradizione post metal più nobile. Così, dalle brume di una visione che si è fatta via via più sfuocata, sembrano emergere quelle figure spettrali magistralmente materializzate dagli Isis (a proposito, dietro l’artwork si nascondono tocchi artistici e incubi di sua maestà Aaron Turner) o dai Cult of Luna, per un finale segnato da un’inquietudine che non scioglie i dubbi sull’esito dell’impresa titanicamente azzardata, perché :
Shell of man, your dream died today
Shell of man forgotten
Shell of man. Living on borrowed time.


Potente ed evocativo, ma all’occorrenza capace di tracciare linee di rara delicatezza, perfettamente a suo agio nel descrivere il fragore di particelle che si scontrano così come nella contemplazione della rarefazione dei gas che riempiono le distanze intersiderali, arricchito da una sorta di trasposizione in musica di quella radiazione cosmica di fondo che è l’unica traccia rimasta del big bang primigenio, The Galilean Satellites è un album che entra di diritto nell’olimpo di un genere, nessuno scaffale che si professi devoto al post metal può permettersi di restare sprovvisto del marchio di fabbrica Rosetta.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
82.5 su 2 voti [ VOTA]
Macca
Martedì 26 Gennaio 2016, 23.03.11
3
Gran bell'album davvero, atmosfere spaziali e pezzi stupendi: sono tra i migliori nell'intero panorama a rendere questo tipo di sonorità eteree. voto 80
AdeL
Sabato 9 Gennaio 2016, 18.25.36
2
Decolli e atterraggi dilatati. I Rosetta esplorano uno "spazio" diverso. Magnifici viaggi Europa e Itinerant.
Ubik
Sabato 9 Gennaio 2016, 15.49.24
1
Disco ottimo, di poco inferiore a Wake. Itinerant pezzo che spicca sugli altri.
INFORMAZIONI
2005
Translation Loss
Post Metal
Tracklist
Disco 1
1. Departe
2. Europa
3. Absent
4. Itinerant
5. Au Pays Natal

Disco 2
1. Deneb
2. Capella
3. Beta Aquilae
4. Ross 128
5. Sol
Line Up
Michael Armine (Voce, Tastiere)
J. Matthew Weed (Chitarre, Violino)
David Grossman (Basso)
Bruce McMurtrie Jr. (Batteria)
 
RECENSIONI
 
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