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Steve Hackett - Voyage of the Acolyte
30/01/2016
( 2909 letture )
I delicati equilibri che hanno animato la storia dei Genesis attraversano nel 1975 un periodo decisamente turbolento: l'abbandono di Peter Gabriel cambia lentamente i ruoli all'interno della formazione e le personalità degli altri musicisti si adattano ad essi. Nel medesimo anno, Steve Hackett, nonostante sia ancora nel gruppo, si dedica alla produzione del primo disco solista. Parliamo infatti del meraviglioso Voyage of the Acolyte, un esordio con il botto per un chitarrista di pura classe. Il platter preso in analisi quest'oggi, tuttavia, non è un semplice sfoggio di poesia musicale, ma è il frutto di un lungo lavoro e di una condizione psicologica alquanto particolare. Lo storico chitarrista iniziò le prime stesure di alcune composizioni già nel periodo di Foxtrot (1972) e con il passare degli anni -soprattutto nel cruciale 1975- si consolidò la brillantezza di un lavoro profondamente intimo. Negli ultimi tempi all'interno dei Genesis, molte delle idee di Hackett vennero scartate o messe da parte, poiché il gruppo stava prendendo una strada diversa da quella lo aveva reso celebre. Questa situazione portò il chitarrista inglese ad accumulare molto materiale per un proprio repertorio solista, oltre alla sempre più pressante voglia di poter dare spazio alla propria "voce". La luce emanata infatti da questo titolo, nonché il suo punto di forza, proviene proprio dal senso di libertà provato e dalle condizioni che per un lungo lasso di tempo si sono consumate prima della sua uscita. Voyage of the Acolyte inoltre viene arricchito dalla presenza dei preziosi Phil Collins e Mike Rutherford: non è un caso che l'unico che non partecipò al progetto fu il tastierista Tony Banks, che prese le redini dei Genesis dopo l'abbandono di Gabriel ed ebbe diversi dissapori di natura stilistica con Hackett.

Con questo esordio tuttavia non si parla di sola musica, ma anche di concetti profondi e vi è una struttura studiata per tutta l'opera. Il meraviglioso artwork dipinto da Kim Poor (artista brasiliana e moglie di Hackett dal 1981 al 2007) raffigura l'accolito con delle tinte leggere ed eteree. Il tema del viaggio iniziatico, inteso come interpretazione del mondo esoterico e simbolico dei tarocchi è infatti al centro del disco, mostrando come vi sia l'intenzione, all'interno di esso, di procedere in un percorso alla ricerca di se stessi. Ciò che ci si può aspettare dal contenuto è esattamente quello che la copertina trasmette: la maestosità delle incursioni sinfoniche, la meraviglia della scoperta attraverso le sperimentazioni e un delicato gusto romantico e barocco. Musicalmente infatti il platter risulta coeso e ricco di numerosi spunti, ripresi poi in diversi momenti del disco come se fossero dei leitmotiv.

La carta divinatoria ad aprire il viaggio è l'asso di bastoni (Ace of Wands) ed esso rappresenta la più alta e pura forma di energia, atta a muovere l'accolito alla ricerca delle proprie verità e rivelazioni. L'introduzione improvvisa e scattante ci lancia rapidamente in uno stato di euforia, alternando tempi radicalmente differenti, chitarre elettriche ed acustiche, flauti e campane. Per quanto nella prima parte del brano vi sia una sorta di struttura, andando avanti quest'ultima viene meno rendendo il tutto altamente imprevedibile, come ad esempio nel brusco cambio di direzione che vi è dopo l'effetto dell'esplosione e il conseguente ritmo prog jazz. La sinergia generata con gli storici compagni Collins e Rutherford è a dir poco strabordante in tutto il brano, con una sezione ritmica che ha un gran bel tiro. Dopo un'opener molto forte, le atmosfere fiabesche e romantiche tanto care al chitarrista prendono la scena in Hands of the Priestess (Part I), aperta dalla chitarra acustica e dal flauto del fratello John Hackett. Il mood calmo e rilassato, arricchito dai morbidi violini sintetizzati di John Acock, fa da scenario all'incontro dell'accolito con la papessa, custode di molti segreti e figura sfuggente che terrà per sé ogni rivelazione, giudicando il viaggiatore ancora troppo immaturo e giovane. Una serie di errori e di sfortunati eventi portano alla carta della morte e della distruzione: la torre raffigurata da un fulmine che la abbatte (A Tower Struck Down) è segno di un nuovo percorso, ma solo dopo la completa distruzione del precedente. Musicalmente infatti vi è una miscela che punta molto sui synth, le effettistiche e il suono prepotente del basso di Percy Jones. Ad un primo impatto l'atmosfera strizza l'occhio ai King Crimson con suoni acidi, dissonanti e a tratti spigolosi. Nel crescendo spunta quella che sembra una vera e propria marcia di guerra, accompagnata da pesanti cori che ripetono in loop "Sieg Heil!", che esplodono poi in una fragorosa deframmentazione che annienta tutto. La catastrofe predetta dalla carta è l'annientamento del genere umano attraverso se stesso ed il concetto viene espresso, in maniera a dir poco magistrale, dalla composizione con una -neanche troppo velata- critica ai totalitarismi. L'effetto finale delle note che chiudono il pezzo diffondono un'inquietudine molto forte, che viene tuttavia spazzata via da Hands of the Priestess (Part II). Il mondo è collassato su se stesso e dalle sue rovine ne nascerà uno nuovo. Il richiamo alla parte precedente non è solo melodico ma anche concettuale, poiché attraverso il dolore, l'accolito è maturato e ha raggiunto un livello più alto di conoscenza. Il velo dei segreti della papessa viene squarciato e una nuova via, quella dell'eremita, nona carta degli Arcani Maggiori dei tarocchi, viene mostrata.

Enshrouded by darkness
A figure slowly forms
Through many years of banishment
No shelter from the storm
To find this slave of solitude
You'll know him by his star
Then take his hand, he'll lose himself
Knowing who you are
(The Hermit)


The Hermit è il primo brano cantato di Voyage of the Acolyte e vede come assoluto protagonista Steve Hackett alla voce e alla chitarra acustica, in una ballad profonda ed introspettiva. L'esperienza della solitudine è lunga e dolorosa, priva di comodità e di gusci che ti riparino dalla tempesta, ma fondamentale ed indispensabile per il proprio percorso formativo. Delle delicate armonizzazioni di chitarra elettrica e il corno inglese di Robin Miller si alternano ad accarezzare la melodia principale del pezzo, impreziosendo di fatto il brano. Le atmosfere ritornano su toni più leggeri non appena la stella (Star of Sirius) si manifesta agli occhi dell'accolito. Chitarra acustica, oboe e mellotron aprono la traccia in maniera sognante e fiabesca, lasciando poi spazio alla voce di Phil Collins, che -ironia della sorte- prenderà poi il posto di Peter Gabriel nei Genesis. La traccia, forse un po' troppo lunga rispetto alle idee messe sul piatto, gode comunque di un'ottima sezione ritmica e un tiro molto trascinante soprattutto nella seconda parte, dove i lick e i solismi di Steve Hackett conferiscono brillantezza al tutto. L'accolito, diventato ormai saggio, trova la fine del proprio viaggio e l'amore (The Lovers). Il breve strumentale acustico è uno dei classici interludi che troveremo in molti dischi solisti del chitarrista. La carta divinatoria che si contrappone all'eremita è quella degli amanti e musicalmente possiamo riscontrare quest'ossimoro nell'ultima parte del pezzo, dove si sente la sezione strumentale di The Hermit riprodotta al contrario. La figura del papa (Shadow of the Hierophant) è l'emblema della saggezza più pura e il brano legato ad essa rappresenta il punto più alto, maestoso ed epico dell'intera opera. La lunga suite si apre con la chitarra elettrica che dipinge un'elegante linea melodica sopra dei synth ariosi e ampi, alternandosi con il soprano cristallino di Sally Oldfield, che dà una tinta nettamente classica alla composizione. Durante l'esecuzione seguono le legature magistrali di Hackett in un lento crescendo che sfoggia in una seziona aperta e solista tutta la sua tecnica e il suo sound unico e peculiare. Le note delle campane tubolari introducono ad un volume bassissimo l'ossessivo refrain finale del pezzo, che andrà lentamente a crescere fino a culminare in un'ascendenza che andrà poi a sfumare e a chiudere l'album. Shadow of the Hierophant è una canzone mastodontica, che ci lascia fino all'ultimo secondo con l'impressione di essere di fronte a qualcosa di titanico e meraviglioso, facendoci perdere in microcosmo di sensazioni che alternano stupore e apprensione.

Lost in thought in search of vision
As the moon eclipsed the sun
Tears fill the fountains breaking their promise to heal
Rippling the waters mirror an ended ideal
Deep in thought but robbed of vision
As the moon eclipsed the sun
(Shadow of the Hierophant)


Un finale ambiguo che ci lascia una profonda riflessione attraverso le metafore cantate nel testo: la figura dell'accolito, divenuto saggio e cambiata con il tempo, non è più visibile, se non attraverso la sua ombra. Nei tarocchi il papa ha una doppia valenza: se la carta è diritta rappresenta il giusto equilibrio fra spirito e materia, nel caso sia rovesciata rappresenta il falso moralismo e il bigottismo. Rimane dunque, in conclusione, il dubbio se il viaggio dell'accolito abbia portato a qualcosa di positivo o negativo. Non troveremo risposta -almeno nel disco- nel cercare di capire se la ricerca di se stessi e della verità sia un circolo vizioso che porta ad altri problemi, creando un ciclo perpetuo ed indistruttibile, tuttavia è probabilmente questo il punto di riflessione di quest'opera incredibilmente profonda. La mancata risoluzione al quesito sprona pensieri, congetture e ragionamenti e questo non è altro che un grande valore aggiunto.

Voyage of the Acolyte è un platter strutturato e complesso, che pur ripescando a piene mani dal sound tipico dei Genesis non ne rimane schiavo. Nonostante sia proprio il chitarrista a guidare i pezzi, non vi è mai una forma di egocentrismo, anzi viene messa in risalto la capacità di Hackett di gestire un songwriting estremamente variegato e complesso. I musicisti che lo accompagnano offrono delle performance di incredibile qualità, da Phil Collins alla batteria al fratello John Hackett al flauto, che risulta uno dei protagonisti del disco. Nel periodo apogeo del progressive, Voyage of the Acolyte è un'altra fondamentale e brillante scintilla di pura poesia e musica, ed è lo specchio di quel guizzo che verrà a mancare poi nei Genesis due anni dopo. A distanza di quarant'anni, con il senno di poi, sembra che il viaggio iniziatico di Hackett non sia ancora finito: non ci resta che gioire, sperando che ciò accada il più tardi possibile, poiché incredibilmente nonostante il passar del tempo, l'accolito continua ad avere cose da dire e da scoprire.



VOTO RECENSORE
92
VOTO LETTORI
97.37 su 8 voti [ VOTA]
robby
Giovedì 4 Febbraio 2016, 20.27.29
7
affascinante!
ayreon
Martedì 2 Febbraio 2016, 14.45.49
6
niente da ridire,per me la sola "spectral morning" è un pezzo che certi chitarristi si sognano anche di notte,resta il fatto che ,per quanto originale,come dici tu ha alternato capolavori a cose meno belle,e poi non avrebbe mai dovuto cantare
red
Martedì 2 Febbraio 2016, 13.46.41
5
Mi pare che Le Marquis de Fremont abbia detto tutto quello che andava detto. Voyage of the Acolyte è bellissimo Hackett, insieme a Banks (che però si è perso nel nulla) era la mente dei Genesis. Dissento solo sulla qualità della discografia di Hackett post Genesis; non tutto è di alto livello, e quello che è peggio è che nello stesso album si potevano trovare brani vicino al capolavoro assieme a pezzi messi lì un po' a caso. Forse avrebbe dovuto centellinare di più le uscite Ma stiamo comunque parlando di un signore che ha fatto la storia...(e che storia!)
ayreon
Lunedì 1 Febbraio 2016, 13.20.58
4
beh,allora "the geese and the ghost " di Anthony Phillips al confronto cos'è,la bibbia ?
Voivod
Lunedì 1 Febbraio 2016, 10.54.20
3
Azzardo una bestemmia: l'ho sempre trovato superiore anche a molti album dei primi Genesis!
Le Marquis de Fremont
Lunedì 1 Febbraio 2016, 10.02.37
2
Un grande album prog, pieno di idee e suonato benissimo. Questa sarebbe stata la strada dei Genesis post-Gabriel se Tony Banks non si fosse innamorato delle "hits" (e dei soldi conseguenti) che imbastiva con Collins, facendo diventare i Genesis un gruppetto pop da MTV (dove ad un certo punto erano diventati onnipresenti, mi ricordo...). Steve Hackett ha preferito continuare ed evolvere la direzione originale dei Genesis in ambito progressive e la ottima discografia che ne è seguita, è la prova. Qui siamo ancora nel prog dei primi anno '70 (affascinantissimo!) e anche nel successivo Please don't Touch si rimarrà sul seminato. Poi soluzioni nuove ma sempre ad alto livello, mentre gli altri suoi ex, facevano canzonette e ballabili. Au revoir.
Maurizio
Sabato 30 Gennaio 2016, 12.46.11
1
capolavoro! niente altro da dire
INFORMAZIONI
1975
Charisma Records
Prog Rock
Tracklist
1. Ace of Wands
2. Hands of the Priestess (Part I)
3. A Tower Struck Down
4. Hands of the Priestess (Part II)
5. The Hermit
6. Star of Sirius
7. The Lovers
8. Shadow of the Hierophant
Line Up
Steve Hackett (Voce, Chitarra, Mellotron)
John Hackett (Flauto)
John Acock (Mellotron, Pianoforte)
Mike Rutherford (Basso)
Phil Collins (Voce, Percussioni, Batteria)

Musicisti Ospiti
Sally Oldfield (Voce nella traccia 8)
Robin Miller (Oboe e Corno inglese nelle tracce 5 e 6)
Nigel Warren-Green (Violoncello nella traccia 5)
Percy Jones (Basso nella traccia 3)
Johnny Gustafson (Basso nella traccia 6)
 
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