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Keep of Kalessin - Armada
06/02/2016
( 1807 letture )
Ad un anno di distanza dal fortunato EP Reclaim, che nella sua mezz’ora scarsa aveva raccolto pareri positivi anche grazie ai nomi illustri in gioco (niente di meno che i seminali Attila Csihar e Frost), la storia per i Keep of Kalessin sembra ripetersi: il chitarrista e compositore Obsidian Claw si ritrova con il destino della propria creatura nelle proprie mani, diviso tra la seducente tentazione di cedere e la volontà di non lasciare che qualche imprevisto metta fine all’ambizione. Radunata una nuova line-up, che vede il ritorno di Vyl alle pelli, il chitarrista lascia che il rettile cambi pelle ancora una volta e risorga dalle proprie ceneri, in una nuova incarnazione.
Passati altri due anni, ecco venire alla luce Armada durante la primavera del 2006, prima parte di un ciclo di tre dischi che molto hanno contribuito ad accrescere la fama della band (portandola persino ad esibirsi all’Eurovision, in un duetto con Alexander Rybak) e a definirne un’ulteriore volta le sonorità. Gli elementi di novità emergono in modo forte, ma senza creare una rottura troppo netta con la precedente pubblicazione: già nel 2003 si era potuta intravedere la mutazione nella mano di Obsidian C., fattasi troppo tecnica per poter essere definita semplicemente black eppure troppo estrema per essere solamente prog; aggiungendo il contributo dei nuovi membri della band (su tutti le vocals di Thebon) la nuova proposta dei Keep of Kalessin si fa inquadrare come un black dalle forti tinte epiche e battagliere, in cui ancora una volta le vicende dei romanzi di Ursula le Guin sono protagoniste delle liriche.
Il tono solenne dei brani emerge dal lavoro sinergico dei vari strumenti: in primis le asce -assolute protagoniste di questo lavoro- creano tappeti ritmicamente molto elaborati, tra pennate che si susseguono in modo forsennato come una pioggia di frecce (Vengeance Rising, Many Are We, Into the Fire) ed episodi in cui la vena melodica assume reminiscenze moresche (Crown of the Kings, Armada) talvolta per nulla celate (vedasi il magnifico break centrale di The Black Uncharted). L’epicità del riffing viene esaltata dal lavoro ritmico tritaossa di Vyl, tentacolare quando la mano destra di Obsidian C. incalza le pennate ed al tempo stesso groovy quando i tempi rallentano ed emerge l’anima più raffinata della band in scelte armoniche per nulla banali (come nell’intermezzo di Crown of the Kings), purtroppo meno fortunato è l’apporto del bassista Wizziac, udibile solo di rado seppure fondamentale nell’economia del sound con l’operato delle chitarre spostato verso le frequenze medio-alte. Infine, a coronare i brani la prova al microfono di Thebon, caratterizzata da un frequente uso di timbriche sporcate più che dello scream propriamente detto (a questo sono riservate specifiche occasioni nelle quali l’ugola del cantante non si risparmia affatto) ma in grado di produrre anche cori puliti di grande effetto, come nel ritornello di The Black Uncharted:

Cross upon the Black Uncharted
Formless the shape in the sky

Black through glass night
Horned Mastery
Cold infinity


Il lavoro vocale si contraddistingue non solo per l’alternanza di numerosi stili, ma anche per l’impeto nell’interpretazione, che non viene snaturata nelle parti più melodiche né gonfiata quando è necessario tirare fuori una dose maggiore di aggressività, mettendo in luce la versatilità del cantante a più riprese.
A coronare un’opera così ben congeniata dal punto vista compositivo ed altrettanto bene interpretata nella performance dei singoli strumenti c’è una produzione in grado di suonare moderna ma naturale al tempo stesso, che esalta l’operato dei singoli strumenti (fondamentale per pattern ritmici così concitati) senza ricercare un’eccessiva patinatura e riesce a dare impatto all’insieme, caratteristica non così scontata nelle future produzioni del quartetto.

In definitiva, Armada è un ottimo esempio di come si possa pescare a piene mani da un genere, riuscendo a sviluppare una personalità riconoscibile, ibridandone gli elementi costitutivi senza dimenticare le proprie radici; un disco in cui la ferocia, la tecnica e il pathos vanno a braccetto e rappresentano i tre volti tra loro ben integrati dei Keep of Kalessin. Una collezione di brani in grado di trasportare l’ascoltatore nelle vicende del ciclo di Earthsea, dipingendone le atmosfere desertiche e sulfuree, rendendone percepibile la calura ed incitando allo scontro sotto la guida del capitano dall’artiglio di ossidiana.
Tuttavia, se questa uscita rappresenta un vertice per il quartetto di Trondheim (e la qualità racchiusa nei cinquanta minuti di ascolto non lo mette in dubbio), va segnalato che raramente in futuro la formazione riuscirà a ritrovare l’ottimo bilanciamento raggiunto in questa release, nonostante il supporto di Nuclear Blast e l’accresciuta fama.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
73.85 su 7 voti [ VOTA]
Textures
Giovedì 11 Febbraio 2016, 22.58.11
3
Grandissimo disco!!!!
Luca
Lunedì 8 Febbraio 2016, 23.22.20
2
Totalmente morti dopo il capolavoro through times of War
Doomale
Sabato 6 Febbraio 2016, 13.04.05
1
Voto giusto...diverso dai suoi predecessori...ma per me ugualmente un gran disco..epico e potente.purtroppo forse l'ultimo..da qui in poi li ho un po' mollati. Crown of kings e into the fire sono cavalli da battaglia. 85
INFORMAZIONI
2006
Tabu Recordings
Black
Tracklist
1. Surfacing
2. Crown of the Kings
3. The Black Uncharted
4. Vengeance Rising
5. Many Are We
6. Winged Watcher
7. Into the Fire
8. Deluge
9. The Wealth of Darkness
10. Armada
Line Up
Thebon (Voce)
Obsidian Claw (Chitarre, Tastiere)
Wizziac (Basso)
Vyl (Batteria)

Musicisti Ospiti
Kine C. Nielsen (Voce nella traccia 3)
Terje Olsen (Voce nella traccia 5)
Haakon-Marius Petersen (Tastiere)
Alessandro Elide (Percussioni nella traccia 3)
 
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