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Billy Sherwood - Citizen
12/02/2016
( 1889 letture )
Citizen … Walks along the edge of time. Citizen … Travels through time.

E' nuovamente tempo di prog con il nuovissimo album solista di Billy Sherwood, bassista degli Yes e poli-strumentista ricco di idee e buon gusto.
Il nuovo parto è qualcosa di accostabile, per atmosfere e musica, al bellissimo debutto dei Mabel Greer's Toyshop sul quale, non a caso, ha partecipato anche lui, rivestendo un ruolo importante per le parti di basso e tastiera. Essendomi occupato in prima persona di quell'album così evocativo, non posso che essere felice e fiero di recensire anche la nuova creatura in studio, che esce a cavallo tra 015 e 016 per la nostrana e sempre attiva Frontiers Records. Un traguardo molto sentito per Sherwood, che in questo lungo e articolato Citizen non si lascia sfuggire nulla, suonando praticamente tutti gli strumenti, partendo dal primario spot al microfono. Una prova ardita e difficile, lungo gli oltre 70 minuti di musica sfaccettata e pensante, delicata e leggera. Frughiamo ogni dubbio fin da subito dicendovi che sì, questo Citizen è un concept-album cangiante e solenne, lungo e ben studiato, ma non retrò nel senso stretto del termine. Le intenzioni sono sicuramente quelle di proporre all'ascoltatore qualcosa di differente e nuovo, ma nello stesso tempo classico e tributante. Così si sprecano, nel corso dell'album, le gocciolanti influenze dei sixties, con soventi richiami modernizzati ai Beatles. La fresca e spensierata Escape Velocity è un esempio: con un ritmo in levare e un mid-tempo dettato dalla soffice batteria, il basso lineare e l'effettistica particolare di mister Jordan Rudess, pirotecnico mago delle tastiere, che dona quella marcia e quel ''quid'' in più al pezzo, trasformandolo in un piccolo e ingegnoso brano rock, con le influenze passate e future del prog che noi tutti conosciamo bene. È un brano ritmato ma tutto sommato soft, diametralmente opposto alla marcia solenne e cupa dell'opener Citizen, che ci grazia con una fanta-atmosfera cinematografica, voce filtrata e linee di basso divine a cura del compianto Chris Squire, genio e storico bassista degli Yes. Il brano vede la partecipazione straordinaria anche del talentuoso Tony Kaye alle tastiere, ed è un'introduzione perfetta per il concept e, in generale, per quello che sarà l'andamento primario dell'album.

Citizen on the assembly line... Machines that seem synchronized.

Meccanismi e marchingegni del passato introducono la bellissima Man & the Machine, con Sherwood che intaglia una semplice melodia vocale e una valida linea di synth a effetto. Qui la chitarra solista, a cura di un ''certo'' Steve Hackett (Genesis), ricopre un ruolo di accompagnamento, fondamentale per i contrappunti durante il ritornello aperto e infarcito di riverberi e cori sintetizzati. Il brano rafforza l'idea base del concept, ovvero quella di un'anima che si reincarna in diversi periodi storici, apprendendo ogni volta qualcosa di nuovo sull'umanità e sull'evoluzione, tra Impero Romano, prima guerra mondiale, periodo Darwiniano, Wall Street, fino a Nostradamus per il finale di Written in the Centuries.
A proposito dell'album, Sherwood racconta che l'emozione più grande è stata registrare la title-track in compagnia di Chris Squire, facendo diventare il brano di apertura l'ultimo pezzo registrato dal maestro scomparso. Questo aspetto è importante per cercare di capire cosa si celi dietro le tracce del viaggio sonoro a cavallo dei secoli, l'intenzione di Billy di creare un fil-rouge emozionale e storico che tributasse la vita, il Mondo, i musicisti coinvolti e anche gli amici scomparsi. Tutta la passione del poli-strumentista passa attraverso la delicatezza quasi perfetta della traccia numero ''3'', quella Just Galileo and Me, graziata da un'interpretazione vocale di Moulding (XTC) ad alto tasso tecnico/emozionale, con un velluto su ogni strofa e una poesia su ogni ritornello. Il piano e le tastiere di Sherwood accompagnano le acustiche bucoliche e una batteria decisa ma mai invasiva, prima di un assolo di armonica assolutamente azzeccato. Un brano sicuramente sopra la media, che ci fa pensare di trovarci davanti a un vero e proprio viaggio sonoro, vasto, storico, eccentrico e ben curato.

In effetti, questo Citizen è ricchissimo e coeso nonostante gli ospiti, le venature e le tante sfumature musicali. Non è esente da pecche, prima su tutte la prolissità di alcune soluzioni e, più in generale, la durata media dei singoli brani che, in alcuni casi (The Great Depression) è leggermente eccessiva. Ovviamente questo aspetto non inficia assolutamente l'emozionalità e le intenzioni del musicista che, come ampiamente detto prima, riesce a dimostrarsi a suo agio in tutto quello che fa e il risultato è più che ottimale. La moderna e fantasiosa Empire, dopo la sopracitata Just Galileo and Me vince la palma di brano migliore del lotto, con un compattissimo riff di chitarra heavy e diretto, sorretto dall'ugola di Alan Parsons, teatrale e adagiato sul ritmo ''spezzato'' della canzone, mai scomposta ma quanto più debitrice del prog d'annata come del rock più moderno. Il brano presenta un bridge che ci riporta alle atmosfere noir e urbane dei primi anni '90, con un assolo di tastiere sintetizzato e suadente diviso in due stanze, a cavallo tra il bridge e il codino strumentale.

I ran through the trenches, as a messenger in 1914. All that remains are the ghosts that fell under fire... No man's land.

E se Empire suona moderna e antica, la pulsante e riuscita No Man's Land ci porta direttamente nel campo di battaglia, con voci filtrate e il basso di Sherwood in primissimo piano, cesellato e intelligente, tecnico e pulsante. È un mare di progressive rock arpeggiato e sognante, con un piglio in parte nostalgico in parte attuale, elettrizzato da un bellissimo solo di chitarra di Steve Morse, conciso e letale quando si tratta di impreziosire un break o un bridge strumentale. Così, anche No Man's Land guadagna quota nella seconda parte, tra frecciate melodiche e la strumentazione che molla gli ormeggi per salpare insieme alla nostra memoria, tra lidi di assoli liquidi e tastiere stupefacenti, in un pacifico porto fatto di stelle e cieli tersi.
Geoff Downes (Yes) impreziosisce la non eccelsa Age of the Atom, troppo simile per melodie e costruzione alla precedente No Man's Land, ma non per questo malvagia o trascurabile. Anzi, il brano si muove su coordinate ''sicure'' e decisamente prog-rock, ma non brilla di luce propria, non come dovrebbe, sebbene la complicità strumentale tra i due musicisti sia evidente specialmente nello stacco centrale, in cui si duetta tra synth e organi Hammond prima di riprendere il mood primario e lineare che si concede poi un finale energico, possente e modulato.

Locked in a tenuous stalemate. Citizen of the state striving to annihilate.

Ancora delicatezza rock nella lunga e gradevole Trail of Tears, in cui Sherwood fa il buono e il cattivo tempo, giocando con una miscela di strati, umori e suoni notevole, a partire dal basso fantasioso. Si passa successivamente per la semplice ed efficace batteria, arrivando alle sfaccettatissime tastiere, qui non virtuose ma atmosferiche, in un andirivieni cinematografico/panoramico, tra arabeschi a forma di alberi secolari e graziose punte retrò che ci fanno venire in mente Camel e Traffic. La chitarra lascia spazio a un breve ma ondulato assolo di tastiere, facendoci sprofondare in un bellissimo oceano di riflessi e colori caldi. Anche in questo caso la forma-canzone viene un po' protratta nel tempo, con una seconda parte non all'altezza della prima per fascino e composizione, tra giri di basso, riverberi vocali e la melodia medio-orientaleggiante.
Così, dopo quasi un'ora di musica, passiamo a un episodio alquanto diverso, che merita di essere analizzato: parliamo della particolare A Theory All It's Own, che pare essere uscita (almeno in parte) dalla penna del regista/produttore/scrittore e musicista John Carpenter, specialmente nei primi secondi strumentali, figli indiretti di ''Grosso Guaio a China Town'' (1986), con un forte impatto sonoro anni '80. Curioso perché il pre-chorus e il ritornello sono tipicamente progressivi, direi quasi tradizionali, ancora una volta adagiati su fiori profumati di Beatles e psichedelia. Il breve assolo e il vocal box centrale ci permettono di apprezzare uno stacco di batteria leggermente più tecnico, prima di un coro a base di frutti esotici e il finale del brano, che riprende le influenze degli anni '60 e le mescola in un mid-tempo rilassato e disteso, figlio degli ultimi Yes.

Citizen unlike all the rest, born in 1503 south of France. Written in the centuries, ancient words of prophecy.

E proprio di Yes che parliamo nel gran finale del concept, incentrato sull'interpretazione di Jon Davison che si immedesima nell'anima del Citizen facendolo rinascere nei panni di Nostradamus. Il brano, lungo e articolato, chiude nel migliore dei modi il viaggio intrapreso tempo fa: eleganza e arpeggi, chitarre acustiche, cori e contro-cori, con un piccolo sipario a forma di ''Yes'', con riminiscenze nostalgiche del Arjen A. Lucassen solista, divagazioni rock a tout-court e momenti di sinfonico dramma esistenziale. Il bridge è goduria in salamoia, con il progressive anni '70 a prendere il sopravvento insieme a un crescendo musicale mai sentito prima nel corso di tutto il platter, mentre la seconda parte del brano vede di nuovo protagonista Davison, adeguatamente supportato dai cori solenni di Sherwood e dagli ultimi 50 secondi di musica, plasmati da un pregevole assolo di chitarra che si allunga e distende su un improvviso letto tastieristico, in un salto quantico improvviso e declamatorio, che sancisce la fine del viaggio e il riposo dell'anima.

Citizen travels through time... Watching over as history's made. He's a life and time explorer.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
76.75 su 4 voti [ VOTA]
plin
Domenica 14 Febbraio 2016, 9.47.05
2
Bella recensione e voto più che giusto per un album elegante che coinvolge musicisti di grande spessore. Sherwood, Hacket, Parson, Squire e tutti gli altri danno vita ad una musica prog che strizza un occhio al passato ma nello stesso tempo si proietta nel presente. Molto belle le interpretazioni acustiche suonate con maestria e tanta passione. Bello davvero...
jo-lunch
Venerdì 12 Febbraio 2016, 20.42.40
1
Citizen è un ottimo album solista di Sherwood coadiuvato da un team di grandi musicisti e, lasciatemelo dire, io l'ho ascoltato con una punta di malinconia per l'ultima performance di Chris Square. Citizen non sarà un album perfetto ma la presenza di guest star del calibro di Steve Hacket, Morse , Parson e altri, la mescolanza di stili diversi e quel pizzico di nostalgia che ogni tanto fa capolino tra un brano e l'altro , lo rendono un album prog di grande impatto. E anche "Metalraw", con i suoi scritti , mi emoziona un po'. Sarà che divento vecchio, chissà! ������
INFORMAZIONI
2015
Frontiers Records
Prog Rock
Tracklist
1. The Citizen
2. Man & the Machine
3. Just Galileo and Me
4. No Man's Land
5. The Great Depression
6. Empire
7. Age of the Atom
8. Trail of Tears
9. Escape Velocity
10. A Theory All It's Own
11. Written in the Centuries
Line Up
Billy Sherwood (Voce, Chitarra, Tastiera, Basso, Batteria)

Musicisti Ospiti:
Colin Moulding (Voce nella traccia 3)
Alan Parsons (Voce nella traccia 6)
Jon Davison (Voce nella traccia 11)
Steve Hackett (Chitarra nella traccia 2)
Steve Morse (Chitarra nella traccia 4)
John Wesley (Chitarra nella traccia 10)
Tony Kaye (Tastiera e Organo Hammond nella traccia 1)
Geoff Downes (Tastiera nella traccia 7)
Patrick Moraz (Tastiera nella traccia 8)
Rick Wakeman (Tastiera e Pianoforte nella traccia 5)
Jordan Rudess (Tastiera nella traccia 9)
Chris Squire (Basso nella traccia 1)
Jerry Goodman (Violino nella traccia 6)
 
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