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Neurosis - Souls at Zero
13/02/2016
( 1840 letture )
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Così, dalla filosofia presocratica di Empedocle alla chimica sperimentale di Lavoisier, decine di generazioni hanno imparato a fare i conti col fatto che il nostro universo sensibile, presumibilmente sconfinato, è in realtà un sistema chiuso, governato da leggi inflessibili che, sulle lunghe distanze, finiscono per circoscrivere varianti e possibilità di combinazioni. Se poi a questo sommiamo gli esiti della gita alle Galapagos di Darwin e il suo approdo (scientificamente impeccabile, beninteso) evoluzionista, sorge spontaneo più di qualche dubbio sugli spazi davvero creativi riservati alla specie che crede di imperare onnipotente sul terzo pianeta del sistema solare. Per sfuggire al vago senso di claustrofobia apparecchiato dalla Scienza, dunque, non resta che rivolgersi all’altra metà del cielo dell’umana esperienza, là dove le Muse e Apollo presiedono l’ispirazione artistica ed estetica.
Tocca anche alla musica, allora, offrire il proprio contributo al superamento dei limiti fissati dalla legge della conservazione della massa, regalando importanza e rinnovata dignità alla scintilla della creazione piuttosto che alla rassicurante traiettoria della trasformazione. Certo, per azzardare l’impresa non è sufficiente saper imbracciare strumenti, girare interruttori, accendere microfoni e far risplendere led, ma quando il sacro fuoco dell’ispirazione si presenta fosse anche nella più scalcinata cantina di periferia, si può davvero provare il brivido di assistere al grande mistero della nascita.
Ed è proprio qui, in una sala prove trasformata all’improvviso in nursery, che all’inizio degli anni ’90 una band californiana decideva di dare una svolta a una carriera fino a quel momento relativamente canonica all’interno degli orizzonti core, per tracciare rotte destinate a mutare per sempre i confini del metal conosciuto. La storia dei Neurosis, infatti, si era aperta sullo spegnersi dell’onda lunga del punk che, compiuta la traversata transoceanica dalla culla britannica alle lande del Nuovo Mondo, resisteva ancora ostinatamente in alcune roccaforti come la West Coast, anche se ormai depurato della dimensione “way of life” e circoscritto alla componente puramente musicale. Così, i due album di debutto dei ragazzi di Oakland (Pain Of Mind e The Word As Law) si erano collocati in una tradizione fatta di spigolosità, distorsioni e dissonanze, dedicando un’attenzione (eufemisticamente parlando) limitata alle strutture dei brani e all’impegno sulle lunghe distanze.
Ma proprio quando sembrava consolidarsi tutt’al più una prospettiva di onesta manovalanza sulla rotta tracciata dai debut, ecco che il quintetto (da poco potenziato in termini di impatto grazie all’ingresso in line up di Steve von Till e Simon McIlroy) stupisce il mondo regalando un diamante dalla purezza sconvolgente. Lungi dall’essere una semplice somma di brani, Souls at Zero si colloca infatti nella ristrettissima cerchia degli album “totalizzanti”, quelli in grado cioè di inchiodare l’ascoltatore a un’esperienza multisensoriale, di cui l’udito è solo una componente e forse, in definitiva, nemmeno la più sollecitata. A dipanarsi nell’ora di viaggio è una vera e propria rappresentazione teatrale, costellata di colpi di scena, cura minuziosa nell’edificazione dei fondali, ingressi sorprendenti di maschere nei coni di luce proiettati sulla ribalta, azione e contemplazione che trasudano da ogni anfratto, mentre i Nostri sembrano rintanarsi in una sorta di golfo mistico che faccia da accompagnamento o contrappunto allo spettacolo. Con queste premesse, è del tutto logico che sul palcoscenico finiscano per essere catapultati spunti provenienti dai generi più disparati che, un minuto dopo l’avvenuta materializzazione, perdono contorni e identità contribuendo ad ingrossare la portata di un fiume che ad ogni ansa acquisisce nuovi colori. Se a questo aggiungiamo il ricorso a strumenti generalmente estranei alla tradizione del metal (viole, violoncelli, violini, flauti e trombe), si può avere il quadro completo della “dirompenza” di un simile esperimento, di cui però i Neurosis mantengono sempre con mano saldissima il controllo, registi impeccabili dello show.
Il tempo di alzare il sipario e si viene investiti dalle onde telluriche sollevate dall’opener To Crawl Under One’s Skin, che intreccia su una base vagamente orientaleggiante cavalcate di chiara ascendenza core (marcata soprattutto nelle parti vocali e negli strappi delle sei corde), in una sorta di scontro permanente tra fango e aspirazione all’ascesi. Si cambia subito registro con la titletrack, col suo carico di allucinazione e inquietudine che la candida a potenziale colonna sonora alternativa della celebre sequenza del triciclo kubrickiano di Shining, lanciato nei tortuosi corridoi della mente. Sono ancora onde lisergicamente malate, quelle che innervano l’avvio della successiva Flight, ma stavolta Kelly e compagni hanno in serbo ben altro esito, con la chiamata in campo di fiati e archi declinati solo in apparenza in funzione di cammeo folk/acustico ma in realtà perfettamente funzionali a sostenere la tensione dell’insieme. Si arriva al giro di boa della tracklist con la monolitica The Web, dove i Nostri hanno modo di liberare quelle pulsioni tribalistiche destinate a diventare uno dei loro marchi di fabbrica più caratteristici, grazie alla sempre mostruosa prova di Jason Roeder alle pelli.
Chiunque fosse (eventualmente) riuscito fin qui a non farsi trascinare dai fuochi d’artificio apparecchiati dalla band, è comunque destinato inesorabilmente a crollare sotto i colpi della seconda metà di Souls at Zero, autentico capolavoro nel capolavoro aperto dall’afflato mistico di Sterile Vision, brano potenziato e “ibridato” dall’incursione di una tromba che i devoti del post metal ritroveranno con pari funzione in chiusura di quella Following Betulas che sarà uno dei vertici creativi dei Cult Of Luna (non a caso allievi prediletti della visionarietà di casa Neurosis). Ma a far deflagrare davvero la miscela provvede A Chronology For Survival, probabile vertice qualitativo dell’album e con un posto di grandissimo rilievo nell’intera discografia dei californiani. Per metà percorso epifania di divinità ctonie in marziale emersione da chissà quale profondità sotterranea, tronca all’improvviso il flusso narrativo per operare una sorta di flashback che evochi sul palco quale arcano ne abbia provocato il risveglio. Ed eccolo, il novello pifferaio magico, che questa volta, però, non brandisce un flauto bensì un tappeto di archi, che, come ad Hamelin, non lasciano alternative se non il totale abbandono.
Giusto il tempo di lasciar sfumare la magia e la giostra riparte con Stripped, autentica perla prog-avantgarde con i suoi tocchi acustici, i violini in funzione stavolta melodica, i cori monastici e un flauto jethrotulliano, per una resa dai forti contorni settantiani, sia pure tormentati dalla corrosione abrasiva dello scream della coppia Kelly/von Till. Gli effetti speciali ormai disposti a profusione trovano compimento in Takeahnase, dove un approccio sostanzialmente doom (impossibile non cogliere riflessi della tradizione sabbathiana nel maestoso incedere dei passaggi più atmosferici) imbarca striature ad alto tasso psichedelico. Ed è proprio qui, nelle improvvise lacerazioni di architetture armoniche in faticosa edificazione, che risiede la pietra filosofale (e l’atto di nascita) di quel post metal di cui i Neurosis saranno universalmente considerati fondatori, padri nobili e vertice praticamente inarrivabile. Spente le luci sull’ultima cascata di sogni e allucinazioni, non resta che accompagnare lo spettatore verso la calata del sipario, che si materializza con la brevità essenziale di Empty, per involucro poco più di un filler temporale ma per contenuto la scelta perfetta per scatenare la standing ovation… in sala.

Calderone fumante riempito di tutti gli isotopi radioattivi in grado di combinarsi sconvolgendo ipotetiche tavole periodiche dei generi costituiti, brodo primordiale in cui fermentano tutti gli aminoacidi indispensabili alla nascita della vita, assalto artistico al cielo del determinismo scientifico, Souls at Zero è un album che travolge, sconvolge, commuove, esalta, toccando tutte le corde irrazionali dell’umano sentire. Se mai a qualcuno dovessero sorgere dei dubbi sul motivo per cui il pianeta metal si è meritato un ruolo nella musica contemporanea, i Neurosis sono una delle risposte. Definitive e immortali.



VOTO RECENSORE
94
VOTO LETTORI
94.8 su 10 voti [ VOTA]
AdeL
Mercoledì 17 Febbraio 2016, 10.40.56
7
"Our hope unborn has died", le cose andranno diversamente e si riparte da zero! "Souls at zero" é il luogo da cui ricominciare, é una piazza affollata in cui confluiscono distintamente almeno 8 generi musicali che da lì in poi cambieranno aspetto.
metalraw
Lunedì 15 Febbraio 2016, 15.05.22
6
Complimenti per la recensione di Gabriele. Album fondamentale.
Simo
Domenica 14 Febbraio 2016, 22.09.43
5
capolavoro
Ubik
Domenica 14 Febbraio 2016, 20.25.07
4
Enorme! L'esplosione totale del talento dei Neurosis, da qui a Given To The Rising è quasi tutto perfetto. Brani come A Chronology... e Stripped sono epocali.
enry
Sabato 13 Febbraio 2016, 15.10.46
3
Grandissimo disco, forse il mio preferito insieme a Through, e parla uno che di base non impazzisce per queste sonorità, ma a questi livelli c'è solo da togliersi il capello...90
Malleus
Sabato 13 Febbraio 2016, 12.28.27
2
Capolavoro, come il restante 90% del materiale dei Neurosis
David De La Hoz
Sabato 13 Febbraio 2016, 12.12.54
1
bellissima recensione per un bellissimo album di un grandissimo gruppo. Amo alla follia i Neurosis e da questo album fino a Eye of Every Storm hanno sfornato solo capolavori, e gli altri dischi sono comunque di alto valore. Non hanno praticamente MAI sbagliato un colpo. IMMENSI.
INFORMAZIONI
1992
Alternative Tentacles Records
Inclassificabile
Tracklist
1. To Crawl Under One’s Skin
2. Souls at Zero
3. Zero
4. Flight
5. The Web
6. Sterile Vision
7. A Chronology for Survival
8. Stripped
9. Takeahnase
10. Empty
Line Up
Scott Kelly (Voce, Chitarre)
Steve von Till (Voce, Chitarre)
Simon McIlroy (Tastiere)
Dave Edwardson (Basso)
Jason Roeder (Batteria, Percussioni)
 
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