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Deep Purple - Abandon
20/02/2016
( 3136 letture )
Abandon: abbandono. Oh cavoli, ci siamo. In realtà la mia espressione era stata un po’ più colorita, ma quando nell’ormai lontano 1998, venne ufficializzato il titolo della nuova imminente fatica dei cinque veterani inglesi, questo fu chiaramente il mio pensiero, e il mio cuore di ragazzino inesperto ebbe una imprevista sincope. Dal titolo sembrava chiaro: dopo tante dolorose battaglie, pareva proprio che i Deep Purple avessero deciso di appendere gli strumenti al chiodo e di terminare una splendida storia che durava da trenta anni.
La scelta poteva sembrare anche logica. Dopotutto, cosa avevano ancora da dimostrare? Dopo aver contribuito a fondare un genere, l’hard rock anni ’70, esserne stati uno dei principali esponenti per quasi un decennio, aver attraversato liti, abbandoni e cambi di formazione, essere ritornati in maniera convincente a metà degli anni ’80, ed essere riusciti anche a superare l’abbandono dell’uomo simbolo del gruppo, Ritchie Blackmore, in maniera più che brillante, cosa restava loro da dire? Anche la conferma della validità del nuovo corso era stata brillantemente ottenuta: il primo album dell’”era Morse”, Purpendicular, era stato universalmente considerato come il più brillante lavoro degli ultimi dieci anni. Poteva quindi perfettamente starci l’idea di un ultimo trionfale “giro di campo” per i saluti finali del pubblico. E invece…

E invece i nostri hanno stupito, e preso in giro tutti, per l’ennesima volta. Il vero titolo dell’album è da leggersi come A Band On, ossia “una band in salute”, “una band sul pezzo”; ed è proprio così che i nostri si ripresentano sul mercato nel 1998. In realtà, un addio c’è, e si concretizzerà pochi anni dopo, al termine dei tour in tutto il mondo per promuovere l’album: lo storico tastierista Jon Lord lascerà la band, che invece proseguirà, con i restanti quattro cavalieri, e l’aggiunta del nuovo entrato Don Airey, sino ai giorni nostri. L’uscita di Lord avverrà già nel nuovo millennio, ma probabilmente sin dalle sessioni di registrazione l’organista aveva in mente che questo sarebbe stato il suo commiato dal gruppo, e ne aveva informato la band. Il risultato è che mai, nei precedenti 15 anni almeno, come in questo lavoro le partiture di Hammond (aggressivo e distorto, come nei ’70) di Lord hanno un’importanza così fondamentale nella struttura dei pezzi e nel loro arrangiamento; quasi come se l’intero disco si tramutasse in una lunga celebrazione dell’importanza e del ruolo di questo musicista d’eccezione nella storia della band.
Non a caso, nei dischi successivi, il suo sostituto avrà l’intelligenza e la lungimiranza di non provare neanche per un momento ad emularlo, bensì porterà un suo stile caratteristico e ben distinguibile; d’altra parte, il genio non è imitabile per definizione. Tutto il resto del gruppo però non sta certo a guardare. Anzi, se la band è in salute, come dichiara sin dal titolo di essere, lo vuole dimostrare sfidando a viso aperto le giovani e arrembanti band del panorama hard rock mondiale, senza paura di uscirne con le ossa rotte.
Abandon è l’album più rock e aggressivo della discografia dei Purple, quantomeno dal rientro nel 1984 ad oggi; e in questa chiave di lettura vanno lette anche le differenze col predecessore. Purpendicular era l’album della ritrovata serenità e dell’ispirazione travolgente portata dal nuovo entrato Morse, e da queste premesse era scaturito un album sfaccettato e multiforme; Abandon invece sacrifica parte della varietà stilistica del precedente, a favore di una compattezza e di una potenza che mai più, in seguito, sarà presente nei dischi dei Purple.

Sin dall’opener il concetto è chiaro: Any Fule Kno That può sembrare quasi un pezzo dei Red Hot Chili Peppers di One Hot Minute, tanto trascinante è il groove hard-funk messo in piedi dalla sezione ritmica; ma qui alla chitarra abbiamo quel fenomeno di Steve Morse, e all’Hammond il suo degno contraltare Lord; ecco che le sfuriate intrecciate di entrambi portano il brano ad un livello di coinvolgimento ancora più elevato. Non a caso, questo sarà uno dei brani che a lungo rimarrà nelle scalette dal vivo del complesso.
Se le successive, valide, Almost Human e Don’t Make Me Happy rientrano più nella normalità, rispettivamente di un ottimo mid-tempo e di una semi-ballad di ispirazione blues, Seventh Heaven è, semplicemente, il pezzo più duro mai composto ed inciso dal quintetto inglese. Un brano che presenta un riff chitarristico quasi new-metal, e che, eseguito su un palco, potrebbe tranquillamente indurre buona parte delle giovani leve dell’hard rock a cambiare mestiere e a trovarsi un sicuro lavoro in ufficio, tanto è palese la differenza di classe compositiva e capacità esecutive. Praticamente perfetto e, ricordo, stiamo parlando di un gruppo con trent’anni di onorata carriera alle spalle. Il resto del disco procede serrato come un treno in corsa: Watching the Sky, Fingers to the Bone, Jack Ruby, sono solo alcune delle gemme presenti in questo album, e che mostrano una band davvero in salute e pronta per confrontarsi con chiunque; per rimarcare la dose e chiudere i conti anche con il passato, come ultimo brano la band propone una rilettura di Bloodsucker, brano presente nello storico In Rock del 1970, che ha ben poco da invidiare alla versione originale. Persino Gillan, pur lontano dalla potenza dei tempi d’oro, riesce perfettamente a tenere il campo dall’inizio alla fine; superfluo parlare di Glover e Paice, perché sono la solita, classica, macchina da guerra.

Lo stato di grazia del gruppo sarà poi confermato nelle successive tournée, come ebbi modo personalmente di verificare avendoli visti nel 1999 (quasi tre ore di concerto, per inciso); indirettamente, anche dal fatto che con questo disco per certi versi si chiude davvero un’epoca. A partire dal successivo Bananas infatti, i Purple scemeranno decisamente l’impeto hard rock e la potenza dei brani, spostandosi più verso soluzioni rock classiche, e sfruttando la loro classe innata per distinguersi in positivo dalla concorrenza; ma la parabola iniziata con Deep Purple In Rock, che per trent’anni li ha visti in prima linea sul versante hard, trova qui effettivamente il suo capitolo conclusivo.
Proprio la concentrazione totale sul versante aggressivo e potente, a parziale scapito della varietà di stili che sarà segno distintivo di pressoché tutta l’era Morse, è il motivo per cui questo disco non ha ricevuto, nel corso degli anni, valutazione unanime da pubblico e critica. C’è chi ne apprezza la carica, il ritmo, e la convinzione che ne sta alla base e non si stanca di sentire i Deep Purple in versione hard rock; e questi ultimi, nelle cui file sento di militare senza riserve, lo considerano degno erede dei capolavori anni ’70 e ’80; ma ci sono molti che invece prediligono la varietà e la poliedricità del predecessore e considerano Abandon un fiacco e goffo tentativo di tornare ai tempi che furono.
La verità probabilmente sta nel mezzo: non siamo di fronte ad un capolavoro; ma siamo al cospetto di un album che resta una validissima prova di forza e di vitalità di una band che non si è mai arresa alle difficoltà, e che non ha mai avuto paura di mettersi in gioco e di reinventarsi. E poi, il disco ha un valore speciale perché è l’ultima testimonianza su disco di un grandissimo della musica che troppo presto ci ha lasciato.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
69.25 su 8 voti [ VOTA]
ELIO MARRACINY
Lunedì 26 Agosto 2019, 23.21.51
15
ALBUM DELLA MADONNA...SUPERIORE ALLO SCASSAPALLE DI PURPLENDICULARE!
Muki97
Domenica 16 Aprile 2017, 14.19.28
14
@iommi beh, dai, anche '69 è fantastica, secondo me è uno dei punti di forza del disco
iommi
Domenica 16 Aprile 2017, 12.24.44
13
2. Almost Human 3. Don't Make Me Happy 4. Seventh Heaven 5. Watching the Sky 6. Fingers to the Bone bellissime. il resto del disco proprio non lo capisco
iommi
Martedì 14 Febbraio 2017, 9.08.53
12
mi piace per "don't make me happy", "seventh heaven", "watching the sky" e "finghers to the bone"
crisformetal
Sabato 11 Febbraio 2017, 21.31.20
11
album che non ho mai digerito...troppo divario dall'ottimo perpendicular...ci sta nella loro gloriosa carriera un mezzo passo falso...sono cresciuto con loro,li amerò per sempre...
iommi
Lunedì 11 Aprile 2016, 19.29.15
10
sembra che abbian fatto "uno si e uno no". Bello Perpendicular,molto meno bello questo. In seguito bello Bananas,molto meno bello Rapture of the Deep. Spero che oggi questa abitudine l'abbiano persa perché dopo Now What che per me è stato un gran bel disco,me ne aspetto un'altro ugualmente bello come minimo. anche perché si inizia ad avere un'età e non c'è più tempo da sprecare (vedi lo spreco supremo di House of Blue light che comunque non credo si possa ripetere visto che oggi i Deep purple non vanno più avan ti per soldi come facevano a quei tempi,ma per passione)
freedom
Mercoledì 24 Febbraio 2016, 19.23.30
9
Concordo con @marmar. Carino come disco, ma è la brutta copia del bellissimo Purpendicular. Io voto 70.
marmar
Mercoledì 24 Febbraio 2016, 19.05.53
8
La brutta copia dello splendido "Purpendicular", album stanco e con poche idee e onestamente da salvare c'è ben poco, parola di uno che li segue da quasi quarant'anni....
AL
Lunedì 22 Febbraio 2016, 16.24.09
7
ci sono affezionato perchè li vidi per la prima volta durante il tour di questo album. per me un 75.
Bloody Karma
Lunedì 22 Febbraio 2016, 15.35.27
6
sarà che li vidi ben due volte live nella loro tournee di supporto e per altri motivi personali, ma sono davvero affezionato a questo lavoro. C'è grinta e melodia ed alcuni brani veramente validi...da qui in poi, anche complice l'abbandono di Jon li ho un po' messi da parte (Now What francamente mi ha detto molto poco)
aquarius27
Domenica 21 Febbraio 2016, 17.19.33
5
Album che non mi convince... Qualche buon pezzo (come 69', qua neanche citata), ma nulla di eclatante... Diciamo che dopo Purpendicolar (ottimo album) hanno pubblicato album solo per poter andare in tour! Non sono uno di quelli che se ne esce con frasi del tipo "dopo quell'album potevano smettere.." ect etc, ma anzi apprezzo che queste band storiche ancora pubblicano materiale inedito, ma bisogna anche essere obiettivi e giudicare gli album per quello che meritano! Per me questo è un album da 65/100!
Rob Fleming
Domenica 21 Febbraio 2016, 14.36.53
4
Mi piace il blues di Don't make me happy e in SHe was mi piace ascoltare i duelli chitarra/organo come ai tempi belli. Ogni cosa, come sempre, è al posto giusto, ma non ci sono guizzi. 70
LORIN
Sabato 20 Febbraio 2016, 14.28.53
3
Ottima recensione. Comunque come tutti i loro album: bellissimo disco!
SadWings
Sabato 20 Febbraio 2016, 14.24.51
2
Trovo che sia il peggior album dei deep purple salvo qualche canzone di un album privo di senso.
Testamatta ride
Sabato 20 Febbraio 2016, 12.47.06
1
La recensione non fa una piega, semplice ed esaustiva. Non sono molto d'accordo nel definire seventh heaven la loro canzone più dura di sempre. Penso a un super classico come Speed king per il passato ed alla splendida Money talks dal bellissimo Rapture of The deep (2005) per il futuro. Ma son punti di vista La reincisione di Bloodsucker la trovai inutile sinceramente, come tutte le operazioni simili del resto (vedasi Manowar degli ultimi anni), anche se la qualità della versione qui contenuta è indiscutibile. Alto valore affettivo: nel 1998, all'epoca diciannovenne, fu il primissimo CD dei Deep Purple che acquistai.
INFORMAZIONI
1998
EMI
Hard Rock
Tracklist
1. Any Fule Kno That
2. Almost Human
3. Don't Make Me Happy
4. Seventh Heaven
5. Watching the Sky
6. Fingers to the Bone
7. Jack Ruby
8. She Was
9. Whatsername
10. ‘69
11. Evil Louie
12. Bludsucker
Line Up
Ian Gillan (Voce)
Steve Morse (Chitarra)
Jon Lord (Tastiera)
Roger Glover (Basso)
Ian Paice (Batteria)
 
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