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Coram Lethe - The Gates of Oblivion
27/02/2016
( 1389 letture )
Nel camino ardeva un brillante fuoco, e
si sentiva lontano per l'isola la fragranza
del tenero cedro e del ginepro che bruciavano.
Tutto d'intorno, vi cresceva un bosco rigoglioso:
l'ontano, il pioppo e il cipresso odoroso,
dove uccelli con grandi ali andavano a fare il nido:
gufi, sparvieri e corvi di mare ciarlieri.
S'arrampicava là una vite, orgogliosa del suo fiorire,
appesantita riccamente dai grappoli, e fonti
scorrevano con limpide acque, vicine tra loro;
prati fioriti di viole e di prezzemolo fiorivano,
il giacinto in mazzi splendenti di violette
s'intrecciava in un dolce crocchio con barlumi di campanula.
Lei, dentro una vuota grotta, cantava
con bella voce dinanzi al telaio, tessendo
con una spola dorata, Mnemosine.


Ritrovarsi a dover descrivere in poche parole l'esperienza di The Gates of Oblivion dei senesi Coram Lethe è un'operazione complessa e intricata, dal momento che ci si ritrova ad avere a che fare con molte cose diverse, come uno che, al buio in un'umida stanza di un antico castello, lascia scorrere le dita lungo le fredde pietre che ne costituiscono la muratura, e sente, in quel fugace attimo, ogni lacrima, gioia e profonda emozione assalirlo e lasciarlo tremante in preda a esperienze esterne e obliate.
I Coram Lethe sono un gruppo death toscano, più precisamente da Siena e provincia. Il gruppo ha fatto il suo debutto ormai quindici anni fa, nel 2001, con Reminescence del quale, questo The Gates of Oblivion che ci appresteremo a scoprire e riscoprire insieme, è il susseguente lavoro.
C'è qualcosa di terribilmente sbagliato, alla base di questo disco. Vi è un errore, di natura culturale, che sembra attanagliare il nostro paese fin dagli anni Settanta e sensibilmente acutizzatasi in questi giorni, ovvero la completa e irrimediabile decadenza delle arti e dei loro interpreti, e la conseguente incapacità di riconoscere il vero valore artistico da parte dei suoi fruitori. Questo rovinare dell'esperienza culturale ha portato a un intorpidimento di quel senso di curiosità e di desiderio di scoperta al punto che ormai si ricerca sulle spalle dei giganti quel conforto artistico che siamo incapaci, proprio perché privi di mezzi, di ritrovare altrove. I Coram Lethe sono, purtroppo, figli di questa precisa e ben determinata esperienza. Formatosi nel 1999 nella provincia di Siena, come già ricordato, il gruppo, per i motivi descritti sopra, non è mai riuscito a rompere i vincoli dell'anonimato e a superare quella barriera fisica e mentale che separa i titani dai loro figli ribelli, quella nube di disinteresse verso tutto ciò che possa rappresentare una qualche novità che da troppo tempo ormai ottenebra gli animi di questo Bel Paese.
Figli di questa depressione, tuttavia, non possiamo che provare, seppure a distanza di anni, a riscoprire quel gusto e quella poesia che da sempre vivifica l'anima e l'estetica compositiva del gruppo senese. Come ho detto in apertura di recensione, è difficile condensare in poche parole un giudizio che riesca a tratteggiare le varie sfumature di questo The Gates of Oblivion. Il disco è, innanzitutto, dinamico e fluente, un movimento perpetuo e incrollabile simile, sia nelle sue parti più intime e introspettive che nelle parti più furiose e rabbiose, al fluire di un fiume. È mutevole, si compiace di una certa incapacità di risultare ripetitivo pure nel riproporre situazioni, ritmiche e melodie, e infine un crogiolo d'ispirazioni e motivi che si fondono in un'unica essenza. È quasi impossibile, inoltre, definire stilisticamente l'intera concezione entro termini generici: l'esperienza compositiva è, infatti, come già detto pocanzi, sottoposta a un miscuglio eterogeneo d'ispirazioni e concetti, riveduti alla luce di una sensibilità personale e ben determinata. Da un death metal dall'approccio più propriamente tecnico di matrice statunitense passiamo in un veloce battito di ciglia a un'ispirazione più melodica che possiamo ritrovare nei gruppi baltici, ad esempio. Vi è, poi, il sogno, quel fugace momento d'interdizione che si prova ad osservare le stupende eredità e le rovine delle età precedenti, e il tumulto della tempesta, il crepitio continuo della pioggia sulle rocce e lo stridere dei rami degli alberi spezzati dal vento. Dopo il sogno, compare, come uno spettro livido di morte, la brutalità a scortare i nostri pensieri, fino a quando non ritroviamo noi stessi a riscoprire ogni cosa da capo, sempre con nuovi occhi e nuovi sentimenti.

I suoi lunghi capelli color ciliegia s'arricciavano sulle sue spalle;
il suo abito era verde, verde come i giovani giunchi, incastonato con
perle di rugiada simili all'argento; e la sua cintura era
dorata, plasmata come una catena di gigli incorniciati
con i pallidi, azzurri occhi dei nontiscordardimé.
Ai suoi piedi, in vasi di ceramica verde e
marrone, galleggiavano candidi gigli d'acqua,
sì ch'ella pareva assisa su di un trono
nel mezzo di un lago, Lete la bella.


L'intero concept lirico di The Gates of Oblivion ruota, ovviamente, intorno alla tematica dell'oblio e della dimenticanza.
L'oblio è, secondo Platone, lo stato in cui si ritrovano coloro che, reincarnatesi dopo la morte sulla terra anziché nell'Iperuranio, sono ignoranti o distanti dalla saggezza filosofica. Dalle menti fragili, costoro scambieranno le apparenze sensibili per la vera realtà, come apprendiamo nel Mito della caverna, per esempio, dove gli uomini sono condannati a vedere soltanto le ombre del vero. È un tema sensibilmente romantico, che si contrappone all'immortalità stessa dell'anima. L'anima, elemento fugace e intangibile, vivifica nell'essere umano anche dopo la morte del corpo attraverso il ricordo. Se, invece, questo ricordo svanisce, pure l'anima non può che appassire al volgere del tempo e, lentamente, tra le ceneri e vecchie cere di candele ormai spente, lasciare che l'oblio l'avvolga nella nera notte.
Come ho già avuto modo dire, lungo tutto questo lavoro fluisce l'esperienza e la concezione del fiume e dell'acqua. Vi scorre vivida, in tutta la sua durata, la terrificante seduzione del fiume Tuoni e del Lete, ammantandole di nuova luce. I Coram Lethe, similmente ai decadenti e ai simbolisti, rigettano la concezione platonica e classica, ribaltano la dicotomia romantica tra oblio e immortalità, eppure, distaccandosi anche da loro, non indulgono nella sua ricerca quale panacea al male di vivere o fine dei propri tormenti e peccati, espiazione e necessario suicidio, come leggiamo nel Faust di Goethe o nelle poesie di Baudelaire o Clark Ashton Smith. Il fiume, infatti, è pur sempre oblio e le parole stesse balsamo che, in contrapposizione all'intera struttura strumentale, recide gli umani ricordi. Tuttavia, tra il solido riffing della chitarra di Fusi, le soluzioni ritmiche/melodiche e virtuose di Occhipinti e i puntuali e precisi pattern di Miatto, vi è quel gusto estetico immaginifico delle liriche che tratteggiano una società decadente e in rovina che, pure attraverso l'oblio e la dimenticanza, non può trascendere se stessa e si ritrova così a peccare eternamente. Il messaggio di The Gates of Oblivion risiede proprio nell'impossibile redenzione dell'anima, scindendo completamente la visione romantica e affermando il Lete quale immortalità, quale specchio eterno dei nostri peccati, dal momento che, paradossalmente, dimenticando aiutiamo il genere umano a ricordare. Non v'è balsamo, dunque, non v'è nepente e non v'è alcun Graal nelle mani di Gilead: siamo persi all'interno della materia e della carne, ciechi nella e irrimediabilmente condannati all'eterna dannazione.

Fu nel livido bagliore d'Aprile,
il sole si levò accecante tra le foglie –
il sole si levò accecante tra le foglie,
lei danzava vicino alla cicuta
sulla musica di molti flauti nascosti,
e lì io arrivai da sogni antichi.

Sbirciai tra le foglie della cicuta;
il sole si levò accecante tra le foglie –
il sole si levò accecante tra le foglie,
le sue veste erano belle, con un ordito
scarlatto e giallo; fiori dorati
sul suo mantello di seta intessuto di rosso.

L'onda dei suoi capelli era di fine oro,
un languido fuoco strisciò lungo le mie vene –
un languido fuoco strisciò lungo le mie vene,
le sue labbra erano rosse come le rose, pallide le sue guance,
la mia tremante lingua non riuscì a proferire parola –
un migliaio di raggi di fuoco stavano rabbrividendo.


Il disco si apre con la breve strumentale The Angels Fell che cita al suo interno la parafrasi dell'undicesimo componimento dal libro profetico America a Prophecy di William Blake fatta dal replicante Roy Batty in Blade Runner, film capolavoro del 1982 di Ridley Scott. Musicalmente intrigante, con una breve sezione orchestrale con archi, percussioni, timpani che, pur senza l'utilizzo dei sintetizzatori, ricostruisce almeno in parte le atmosfere sognanti del capolavoro di Vangelis, sfocia in un riffing di chiara ispirazione scandinava, melodico e accattivante, dove a essere protagonista è la chitarra di Leonardo Fusi. La scelta stessa di porvi in chiusura il parlato di Rutger Hauer

Fiery the angels fell; deep thunder rolled around their shores burning with the fires of Orc.

Avvampando gli angeli caddero; profondo il tuono riempì le loro rive, bruciando con i roghi dell'Orco.


vuole sottolineare come queste atmosfere sognanti, melodiche e così intimamente romantiche, capaci di avvolgersi e cullarci, non siano che lo specchio, il giudice della nostra ossessiva perversione. Infatti, all'interno dell'intera e complessa struttura architettonica che è alla base di Do Androids Dream of Electric Sheeps? di Philip Kindred Dick, romanzo che è soggetto della sceneggiatura del capolavoro di Ridley Scott, gli androidi organici, pur nelle loro caratteristiche capaci di renderli più umani degli umani, vedono nel genere umano primevo la divinità e, esenti da quegli stessi limiti morali e etici che conducono l'uomo al peccato, i loro occhi rappresentano quello specchio e quel giudizio dei nostri comportamenti.
A The Angels Fell segue Shouts of Cowards. È un pezzo dinamico, di grande forza. La melodia iniziale si schiude da un tremolo incessante che drappeggia intorno all'ascoltatore le ombre delle oscurità e del peccato. La chitarra di Fusi e il basso di Occhipinti tratteggiano sulla tela delle ritmiche di Miatto pennellate nevrotiche, turbini di densi vapori di zolfo, sangue e violenza, una pesante cortina di una forza terribile e oscura che rende l'atmosfera instabile e ineluttabile. Si va ad arrampicare, tra le melodie e le ritmiche, la voce di Borghini, evocativa, distante e possente. Come il Minosse dantesco avvinghia la sua coda di serpente intorno al peccatore di tante spire quanti sono i cerchi di destinazione, così la voce si dipana alle orecchie dell'ascoltatore descrivendo un ambiente di perdizione infernale. Sulla melodia principale va ad intrecciarsi la strofa che, dunque, sfocia in un bridge con un riff all'unisono di basso e chitarra che c'introducono il ritornello. Shouts of Cowards è chiaramente, all'interno di The Gates of Oblivion, il pezzo più riconoscibile e più vicino a un sound prettamente statunitense, d'ispirazione Death e Deicide, con una punta melodica molto più riconoscibile e meno oscura nel riffing, maggiormente inquadrata all'interno di una concezione musicale più classica.

La tempesta durò tutta la notte. Mnemosine
dalla bella capigliatura era venuta a filare con lei.
Rimase per paura della pioggia e, premute strette
l'una con l'altra, riempirono il piccolo letto. Quando
giovani fanciulle dormono insieme, il sonno stesso rimane
fuori dalla porta. "Lete, dimmi, dimmi
chi ami". Lei fece scivolare i suoi fianchi su quelli dell'altra
per riscaldarla dolcemente. Sussurrò
alla sua bocca: "Io so, Lete, chi tuo ami.
Chiudi i tuoi occhi, io sono Licia". Lei le rispose,
toccandola, "Non posso dirti che tu non sei
che una ragazza? Il tuo gioco è malfatto". Ma lei continuò:
"Davvero, io sono Licia se tu chiudi i tuoi occhi.
Ecco le sua braccia, ecco le sue mani" e teneramente,
nel silenzio, stornò il suo sognare
con uno strano sogno.


A Shouts of Cowards segue Dying Water Walk With Us. Pur non rappresentando, in mia opinione, il pezzo centrale o il più evocativo, è sicuramente il più rappresentativo dell'intero concept lirico di The Gates of Oblivion. Introdotto da una sfuriata di violenza death/thrash, il pezzo si snoda intorno a un chorus melodico e trascinante, dove la voce di Borghini si prende le scene in un'atmosfera di grigi e neri.

The last wave of grey silence
Killing shadows on cross of blood.
While my body's walking (screaming),
Dying water walk with us.

L'ultima ondata di grigio silenzio
uccide le ombre su di una croce di sangue.
Mentre il mio corpo cammina (urla),
morte acque camminano con noi.


Segue una sezione strumentale mutevole, intricata e stupendamente evocativa. Introdotta da un breve lead in slap di Occhipinti, l'ascoltatore è dapprima assorbito all'interno di un pattern ritmico violento e brutale che pian piano sfocia, ancora una volta introdotto dal toccante gusto estetico del bassista, in uno spaccato acustico di rara bellezza, d'ispirazione Cynic, dove va a tessere il proprio solo Leonardo Fusi, prima che il tormento e la rabbia affiorino di nuovo in un riff melodico e trascinante che, a chiusura di un cerchio, si ricongiunge al riff principale e, dunque, all'evocativa conclusione, recitata con rabbia e furia da Borghini:

Affoga la furia delle acque
lungo il cammino della decadenza,
trasformando in omicida il volto del tuo ego,
accettando la mano di una pallida morte.


Affiora, dunque, proprio qua l'intricato concept lirico e filosofico di The Gates of Oblivion. La prova di Borghini, sontuosa, avvolge e ammanta l'ascoltatore come un'eco distante e capace, quasi, di trascendere se stesso. Tra le pieghe della sua voce, molte altre ne prendono le veci e si dipanano lungo le stentate e immaginifiche liriche in maniera mirabile, coprendo, grazie all'ispirazione e al senso generale, anche una grammatica alle volte leggermente deficitaria e troppo ancorata forse al corrispettivo italiano. Ovviamente, quest'ultima "critica" è inutile ai fini di una valutazione dell'insieme musicale del disco.

Quando ritornò [Mnemosine], Lete nascose il suo volto
tra le sue mani. Disse: "Non aver paura. Chi
ha visto il nostro bacio? Chi ci ha viste? La notte e la luna".
"E le stelle e il primo raggio dell'alba.
La luna ha visto il suo volto nel lago,
e l'ha riferito all'acqua ai piedi dei salici.
L'acqua l'ha riferito al remo del rematore.
E il remo l'ha riferito alla barca, e
la barca ha passato il segreto al pescatore.
Ahimè! se fosse solo questi fossero tutti!
Ma il pescatore ha riferito il segreto a una donna.
Il pescatore ha riferito il segreto a una donna:
mio padre e mia madre e le mie sorelle,
e tutti ora sapranno la cosa".


I, Oblivion è il capolavoro del disco. Il pezzo procede lungo due diversi binari: uno materiale, vicino, capace di avvolgere l'ascoltatore tra le sue spire, che è tessuto dalla chitarra di Fusi e dalle ritmiche di Occhipinti e Miatto; l'altro, invece, più immanente, che non ci giunge che come un'appannata eco dalla voce di Borghini. Evocate dai profondi templi acherontei dell'Orco, sedi infernali livide di morte e atre per la notte, giunte a fatica, per vie oscure e costellate da sassi appunti e scabri, pendenti, dove ristagna la nebbia infernale e le urla dei caduti, le liriche, stentate e immaginifiche, a tratti incomprensibili, ci cullano affinché ci si lasci dormire sotto le stelle e i freddi cieli. L'essenza stessa dell'oblio vi ristagna e vivifica, invitando l'ascoltatore a lasciarsi cullare dal suo continuo fluire che, immateriale ma intimamente congiunto alla materia stessa, ci lascia completamente instupiditi a camminare, vuoti e senza nome, alle ombre dei caduti.
Introdotto da un'eco, da suoni confusi e da una voce in reverse, il pezzo si schiude all'ascoltatore da un arpeggio pulito di Leonardo Fusi, sul quale vanno ad arrampicarsi, intrecciandosi e impreziosendolo, il basso di Occhipinti e la voce di Borghini. Segue un riff melodico di rara bellezza, stupendamente evocativo che, infine, sfocia nel bridge e, dunque, nel chorus, dove emerge in tutta la sua stupenda bellezza, il senso di perdizione dell'uomo di fronte alla consapevolezza dell'impossibilità di trovare la salvezza nell'oblio.

Value of the material – the fall of Being:
an empire of appearence; the rest is gone.

Souls of the damned are wandering on your banks,
Beguiled by your flow, Lethe;
And faces are confused, like knowledge with darkness.

Turning my gaze beyond the moon
To immortalize one last frame,
(Follow our voices)
I'll be river – I, Oblivion.

Il valore della materia – la caduta dell'Essere:
un impero di apparenza; tutto il resto se ne è andato.

Le ombre dei dannati vagano sulle tue sponde,
ingannate dalle tue correnti, Lethe,
e i loro volti sono confusi, come la conoscenza con l'oscurità.

Voltando il mio sguardo oltre la luna
per immortalare un ultimo frammento,
(Segui le nostre voci)
io sarò il fiume – io, l'Oblio.


I, Oblivion si distingue per la sua capacità di imporsi alle orecchie dell'ascoltatore in maniera inequivocabile. Le influenze musicali, anche qui, si mischiano in un crogiolo di situazioni e movimenti, all'interno dei quali ne escono rinnovate e scevre da qualsiasi emulazione, conferendo al pezzo un'intensità emotiva insuperata.

Lete le donò [a Mnemosine] una bambola, una bambola di cera
con guance di rosa. Le sue braccia erano unite da piccoli
spilli, e pure le sue piccole gambe potevano piegarsi. Quando erano insieme,
lei la metteva tra di loro nel letto;
era il loro bambino. La sera, la cullava
e le dava il seno prima di metterla
a letto. Aveva intessuto tre piccole tuniche
e, nei giorni dedicati ad Afrodite,
le dava piccoli gioielli e anche dei fiori.
Lei era molto attenta alla sua virtù, e
non le permetteva di uscire da sola; specialmente
quando c'era il sole, perché la piccola bambola si sarebbe sciolta e
sgocciolare in gocce di cera.
[…] "Bambola di cera, caro giocattolo che lei chiamava suo figlio,
ti ha abbandonata e ti ha dimenticata,
come me, che ero con te tuo padre
o tua madre – l'ho dimenticato. La pressione
dei suoi baci ha logorato il colore delle tue piccole guance;
e, nella tua mano sinistra, c'è il dito rotto
che l'ha fatta piangere così tanto. Questi piccoli cicladi
che indossi, sono questi che ha tessuti per te.
A sentir lei, già sapevi leggere.
Tuttavia, non eri ancora stata svezzata, e di notte,
appoggiandosi sopra di te, apriva la sua tunica
e ti dava il seno, "così non avresti pianto",
era solita dire. Bambola, se dovessi preoccuparmi di vederla,
ti darei piuttosto ad Afrodite come
il più caro dei miei doni. Ma voglio pensare
che Mnemosine sia completamente morta."


The Gates of Oblivion è, senza mezzi termini, un lavoro eccellente. I Coram Lethe, infatti, sono riusciti a creare un qualcosa che, sinceramente, non molti altri gruppi italiani possono vantare di possedere nella propria discografia. Il perché dell'anonimato e dell'ombra che grava intorno al nome di questo gruppo, rimane senza risposta e, alla fine, alla breve postilla polemica aperta in introduzione di recensione, non potremmo che portare molta altra legna e molte altri esempi per testimoniare come la scena musicale underground italiana sia snobbata dalla gran parte dei fruitori stessi della musica che si lamentano dell'incapacità della società di dare sostegno ad arte e cultura. Ma non è questo il posto per messaggi demagogici. Il mio compito, infatti, è semplicemente quello di prendere un disco, inserirlo nel mio stereo (in questo caso un computer), inserire le cuffie, alzare il volume e viaggiare. In questo caso specifico, riscoprire il dolce ricordo della bellezza e cercare, per quanto possibile, di lasciare che con le mie pesanti parole e i miei enormi periodi riesca ad arrivare a voi qualcosa, anche semplicemente un barlume, di ciò che a me è stato lasciato. Del resto, come diceva Roy Batty a Chew in Blade Runner,

Se solo potessi vedere cosa ho visto con questi tuoi occhi!.

In conclusione, non posso che consigliarvi di lasciarvi cullare tra le note, ora furiose e ora immaginifiche, di questo disco e invitarvi a riscoprire, a curiosare e a odorare i fiori e i frutti, così che, alla fine, l'Arte possa trovare, come al solito, la sua strada e la sua via per arricchire nuovamente il genere umano.

PS: avrete notato la presenza del componimento poetico che intermezza la recensione. Ho scritto il componimento proprio ascoltando il disco e per questo l'ho voluto inserire. Si tratta di un piccolo poemetto, un epillio ad esser precisi, scritto per lo più in pentametro giambico, tranne alcuni pezzi in blank verse e una ballata in intermezzo (l'originale sarebbe in inglese, ma ho preferito inserirlo in italiano per non appesantire ulteriormente la lettura) che racconta la storia d'amore tra Lete e Mnemosine, quindi tra la Dimenticanza e il Ricordo.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
98.77 su 40 voti [ VOTA]
max
Giovedì 11 Maggio 2017, 10.50.16
3
@Nome aka Alessio Casciani aka The Sentinel: madonna che rompicoglioni che sei... ma non ce l'hai una famiglia o degli amici che ti vogliono bene e si occupano un po' di te?
ilfrancese899
Martedì 1 Marzo 2016, 21.53.57
2
Disco splendido. Maremma ciua, o cosa tu ti sei bevuo ciccio .
VERGINELLA SUPERPORCELLA
Martedì 1 Marzo 2016, 15.35.03
1
Ci mancava il sonetto dello scribacchino di turno sulla recensione di un disco di tech death metal. ma dove finiremo??? andando avanti così i comunisti ghei faranno bambini, invece di mangiarseli.
INFORMAZIONI
2004
Crush Music, Inc.
Technical Death Metal
Tracklist
1. The Angels Fell
2. Shouts of the Cowards
3. Dying Water Walk With Us
4. Episode
5. Instinct
6. I, Oblivion
7. Hands of Lies
8. Pain Therapy for a Praying Mantis
9. Ruling Emptiness
10. Sleet
Line Up
Mirco Borghini (Voce)
Leonardo Fusi (Chitarra)
Giacomo Occhipinti (Basso)
Francesco Miatto (Batteria)
 
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