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No Man Eyes - Cosmogony
07/03/2016
( 1005 letture )
Dei No Man Eyes ci eravamo già occupati in occasione della recensione di Hollow Man, loro primo lavoro uscito nel 2013. Dopo circa tre anni, la band ligure torna sul mercato cercando di fare quel salto in avanti che è loro necessario per imporsi all’attenzione generale, con un nuovo album intitolato Cosmogony. Nati dalle ceneri dei Graveyard Ghost ed in attività dal 2011, i Nostri mostrano di aver inserito nel loro tessuto musicale elementi più variegati, i quali evidenziano almeno il tentativo di costruire qualcosa di più meditato, complesso e maturo rispetto all’esordio. Il tutto poggiando su una base solidamente costruita in casa, con il lavoro di produzione curato presso i suoi Dead Tree Studio dal chitarrista Andrew Spane, il quale, essendo anche autore dei testi e dell’artwork, con ciò si qualifica quale mastermind del gruppo.

Pur essendo certamente collocabili all’interno dell’area heavy, i No Man Eyes non mancano affatto di inserire nelle loro canzoni robuste sezioni ritmiche di stampo thrash, prog e addirittura prossime al death, arricchendo così di varie sfumature la proposta. La loro caratteristica principale è comunque da ricercare nella sezione ritmica sempre molto presente (Alessandro Asborno al basso e Michele Pintus alla batteria, col secondo specialmente sempre in grande evidenza), alla quale fanno da contraltare parti di chitarra attente a ricercare, pur all’interno di un’impostazione tradizionale, sonorità leggermente dissonanti in fase ritmica ed a costruire assoli molto d’effetto, talvolta di stampo neoclassico. Per quanto riguarda quelle vocali, sempre in pulito, l’impostazione di Fabio Carmotti è da band simil-prog metal, ma senza alcuna forzatura, senza “effetti speciali” particolari e prestando più attenzione alla misura ed alla giustezza degli interventi, sfruttando per lo più tonalità alte e senza mai strafare. Riuscita la fusione tra la sua voce e l’accresciuto impatto della musica. Quello che viene fuori da tutto questo è un CD che non fa certo gridare al miracolo, ma che tiene desta l’attenzione per gran parte del suo svolgimento. Ciò per merito anche dei tanti cambi di ritmo di un lavoro che -come prima notato- mira all’inserimento organico di parti ritmiche particolari, vicine al così detto modern metal e di una irruenza notevole del comparto basso/batteria, sempre portato a “riempire” molto le canzoni. Queste, di conseguenza, sono spesso corpose, sature di note, filler e interventi da parte di tutti i musicisti, pur senza risultare pesanti nel senso negativo del termine. In questo quadro generale, non ci sono pezzi che spiccano in maniera particolare, anche se Dreamsland, Bound to Doom, Blossoms of Creation e la strumentale Cosmogony si fanno notare maggiormente, probabilmente perché più utilizzabili delle altre per farsi un’idea complessiva delle qualità della band. Anche i testi, vertenti su tematiche riguardanti spiritualità, nichilismo e fantascienza, rivestono un ruolo importante. Tanto da essere allegati a parte nelle note di accompagnamento all’album, segno che il gruppo ritiene di aver svolto un buon lavoro in tal senso.

Band e disco adatti ai fan di Nevermore, Strapping Young Lad e Malmsteen, dai quali attingono a piene mani, i No Man Eyes mostrano di aver fatto certamente un passo avanti rispetto all’esordio, ma anche di avere ancora parecchia strada da percorrere. Cosmogony è un album ben costruito, suonato e degno di rispetto, che pone i genovesi su un gradino superiore rispetto a quanto fatto da Hollow Man, ma manca ancora del guizzo giusto per mettere il gruppo davvero sotto i riflettori. Le citazioni tratte dal lavoro dei gruppi di riferimento sono moltissime e lavorare sulla ricerca del modo di svincolarsi in modo più percepibile dagli stessi, potrebbe giovare molto ad un gruppo certamente dotato. Resta però il fatto che Cosmogony è un buon prodotto e mostra un gruppo in fase di miglioramento abbastanza evidente. Il terzo album sarà/potrebbe essere probabilmente quello della svolta, ma intanto quello in esame è godibile musicalmente, ben confezionato ed in grado di interessare un pubblico potenzialmente molto vasto, pur non riuscendo a colpire completamente nel segno.



VOTO RECENSORE
71
VOTO LETTORI
88.33 su 3 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2016
Diamond Productions Records
Heavy
Tracklist
1. Lord
2. Dreamsland
3. Huracan
4. Bound to Doom
5. Spiders
6. Blossoms of Creation
7. All the Fears
8. How Come
9. The Death You Need
10. Cosmogony
11. Children of War
Line Up
Fabio Carmotti (Voce)
Andrew Spane (Chitarre)
Alessandro Asborno (Basso)
Michele Pintus (Batteria)
 
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