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Cult of Luna/Julie Christmas - Mariner
07/04/2016
( 2255 letture )
Delusione, sconcerto, sconforto, predisposizione al peggio e quel vago senso di fine impero che si respira tutte le volte che grandi protagonisti della scena musicale sembrano scegliere di imboccare un prematuro sunset boulevard… sono stati più o meno questi i sentimenti provati dalla gran parte del popolo post metal poco più di due anni fa, alla notizia che i Cult of Luna si sarebbero presi un periodo di pausa dopo un ultimo concerto che avrebbe segnato (parole loro) “la fine di un’era”. Certo, era sopraggiunta in fretta una parziale retromarcia, a smentire qualsiasi ipotesi di formale scioglimento, ma la memoria di decine di situazioni analoghe, immancabilmente culminate con la dissoluzione delle band, ha immediatamente spinto i metal-credenti a organizzare processioni per ottenere un divino intervento e i metal-laici a ricorrere a ben più prosaici riti dallo spiccato sfondo apotropaico, tutti uniti dal timore di non poter più imbattersi nei Maestri, “da qualche parte lungo l’autostrada”.
E invece non più tardi di un paio di mesi fa, in modalità fulmine a ciel sereno, ecco arrivare il clamoroso annuncio di una rentrée, prevista oltretutto a stretto giro di posta e in compagnia di un’autentica stella polare delle contaminazioni post contemporanee come Julie Christmas. La donzella in questione, per chi non ne avesse seguito le evoluzioni nella seconda metà della scorsa decade, è titolare di una delle voci più incredibili, per timbro, colore ed estensione, dell’intera scena rock/metal declinata al femminile, come dimostrano i due progetti che l’hanno vista animare la scena della East Coast e che rispondono al nome di Made Out of Babies e Battle of Mice. Intendiamoci, se qualcuno considera la presenza vocale femminile ideale nel metal come esaltazione di riflessi gothic o sinfonici, rischia di trovarsi con ogni probabilità profondamente a disagio al cospetto delle spire urticanti scatenate dalla ragazza di Brooklyn dato che, posto una Vibeke Stene o una Tarja Turunen come alfa o zenit, in lei sembrano dimorare tutti gli elementi per farsi considerare omega o nadir. Una base punk-core dalle nobili ascendenze (Lene Lovich e Nina Hagen commosse ringraziano anche per i discreti refoli avantgarde che le richiamano), un’attitudine a disegnare rarefazioni in punta di delicato cesello (Rebecca Vernon applaude da Salt Like City), ma soprattutto una potenza che ha pochi uguali nel panorama internazionale (a memoria, forse solo Zofia Fras in casa Obscure Sphinx può reggere il paragone), tutto ha concorso a identificare la Christmas come compagna di viaggio ideale per il sestetto di Umeå alla ricerca di nuovi approdi.

Ma come e fino a che punto sono davvero mutati, gli approdi di Persson e compagni? Sul versante dell’ispirazione, attenendoci alle dichiarazioni di intenti in sede di presentazione dell’album, questo Mariner rappresenta una sorta di riproposizione del verso che chiude il percorso infernale di Dante e Virgilio nella Divina Commedia, laddove il celebre “e quindi uscimmo a riveder le stelle” va letto ora come una liberazione dal claustrofobico senso di oppressione di cui la natura umana si ritrova prigioniera e su cui i Nostri avevano centrato l’analisi in Vertikal (si ricorderà senz’altro, in quella sede, la forza dei richiami a Fritz Lang e al suo Metropolis, prima trasposizione visiva dell’alienazione e della dittatura meccanicistica sul mondo). Non resta dunque che imbarcarsi seguendo il richiamo della sconfinatezza che ci sovrasta e solcando l’unica dimensione in grado di sottrarsi alle rigide leggi fisiche delle esperienze sensoriali, cioè lo Spazio. Con queste premesse, Mariner vuole essere una sorta di diario di viaggio tenuto da un gruppo di coraggiosi che ha sentito una chiamata verso l’Infinito e che, equipaggio di un’ipotetica versione contemporanea della nave di Ulisse, si incarica di vivere le esperienze e correre i rischi a nome di tutta la nostra specie.
Ovviamente, però, il grosso dei riflettori è puntato sulla combinazione artistica delle due esperienze che sono all’origine del viaggio, a cominciare dalle risposte sulla capacità di amalgamare due narrazioni post metal affini ma dai dosaggi molto differenti, in termini di componenti, passando per il peso specifico delle rispettive carriere, per finire all’auspicio, nell’ipotesi ideale, dello spostamento della frontiera dell’intero genere. E diciamo subito che l’esperimento riesce davvero, che la sutura delle linee di contatto dei due corpi prima estranei non lascia tracce visibili, che ciascuno dei protagonisti si trasfigura senza perdere le qualità primigenie, che, in definitiva, quella che passa agli annali formalmente come una “collaborazione” può tranquillamente rivendicare lo status di “band”.
Aiuta indubbiamente, in questo processo, la predisposizione naturale (verrebbe da dire genetica) dei Cult of Luna all’edificazione di strutture architettonicamente articolate, nei cui tempi lunghi è più facile armonizzare i contrasti, ma è altrettanto vero che, in mani sbagliate, quasi un’ora complessiva per sole cinque tracce rischia di trasformarsi in una trappola micidiale per chi si trova da questa parte delle cuffie o delle casse. C’è forse, nel complesso, un unico difetto, consistente in uno sforzo non portato del tutto a termine di fondere le prove vocali dei singer, lasciate qualche volta in semplice stato di sovrapposizione laddove la stessa trama dei brani sembrerebbe invocare una più incisiva compenetrazione dei registri, così come può lasciare un po’ perplessi la scelta di regalare il microfono per interi brani alternativamente agli uni o all’altra. Si tratta comunque di peccati veniali, che non macchiano la bontà di un quadro complessivo che dispensa dettagli di eccellenza su un impianto che non mostra praticamente mai la corda e non deve mai attivare mai il mestiere per surrogare una carenza emozionale.

La colonna sonora scelta per il decollo è A Greater Call, che trasporta immediatamente in un'atmosfera soffusa a sottolineare l'allontanamento dal fragore delle macchine che dominavano Metropolis, fino all'esplosione che marca il distacco del primo stadio della navicella. A questo punto si sprigiona il caleidoscopio di arabeschi che è da sempre il marchio di fabbrica dei Cult of Luna, accompagnato qui dalla versione eterea del cantato della Christmas e solcato da un tappeto di tastiere che in diversi passaggi strizzano l'occhio all'effettistica space rock. Indugiando nelle metafore astronomiche, la relativa quiete dell'opener viene scossa dall'ingresso sulla scena di una magnetar (la famigerata stella di neutroni che con le linee di forza del suo campo magnetico sconvolge intere porzioni di universo), che tormenta la successiva Chevron fino a contorcerne le trame. Non stupisce che allo scream di Persson si accompagni stavolta una declinazione vocale al femminile decisamente più orientata alle dissonanze di scuola punk, anche se il finale plana su lidi armonicamente più rassicuranti rompendo l'accumulo della tensione.
Il terzo atto, The Wreck of S.S. Needle, si gioca tutto sulla potenza sprigionata dalla Christmas, messa ulteriormente in risalto dal dilatarsi di pause melodiche che separano le sue fiammeggianti incursioni, a metà strada tra una cantilena da kindergarten degli orrori e le grida scomposte che sconvolgono le percezioni di una mente in delirio. Siamo in presenza, e devota adorazione, di un pezzo assolutamente spettacolare, vergato da un gusto per l'avantgarde fuori dal comune e dagli esiti squisitamente teatrali, con annessa materializzazione di incubi e forme. È assolutamente funzionale alla trama, a questo punto, la svolta minimalista impressa dall'intro di Approaching Transition, con le note in dissolvenza e un cantato quasi in gorgheggio che accompagna la pausa (chissà, forse è questa la musica che accompagna le comete in stato dormiente nella Nube di Oort), peccato solo che quella che sarebbe potuta essere una miscela ad alto tasso di infiammabilità venga lasciata decantare fino a divenire inerte e trasformarsi in un innocuo meteorite dove il vile ferro fa aggio sulla magia.
Niente paura, però, perché a ristabilire il contatto con l'Infinito provvede la conclusiva Cygnus, per cui vale la pena scomodare più che ingombranti paragoni, fosse anche con quella Dark City, Dead Man che è probabilmente il vertice creativo dei ragazzi di Umeå. Un avvio in spire prima lente e poi maestose che innalzano un monolite scurissimo, un inserto in cui la Christmas sfoggia per una volta un cantato “politically correct”, un lungo corpo centrale che si aggira negli abissi dove la materia confina pericolosamente col Nulla e poi il finale... “quel” finale, in cui il galeone celeste di questi titanici esploratori della contemporaneità cannoneggia di inquietudine il resto dell'umana specie rimasto al riparo del proprio insignificante pianeta, prima di esplodere a sua volta in un arcobaleno di luci e colori.

Potente, oscuro, evocativo, monumentale, percorso da fremiti e deliri ma sempre capace di regalare al momento opportuno squarci di lirismo fuori dal comune, Mariner è un album che certifica lo stato di salute di un intero genere e la sua indispensabilità per tutti i bipolari dell'anima, perennemente alla ricerca di un punto di equilibrio tra onnipotenza e prostrazione delle sensazioni. Pentagrammaticamente credenti o laiche che siano, le legioni del post metal possono stare tranquille, le processioni e i riti apotropaici hanno avuto successo. È tempo che tutti insieme innalziamo un monumento a Julie Christmas per averceli restituiti così, i Cult of Luna.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
95.09 su 11 voti [ VOTA]
Clop
Domenica 24 Aprile 2016, 20.53.54
7
Julie Christmas si conferma come una delle più abili e poliedriche cantanti rock in circolazione! Ascoltate il suo disco solista The Bad Wife!
MrFreddy
Domenica 10 Aprile 2016, 18.38.19
6
Le canzoni diffuse anticipatamente mi avevano fatto innamorare... performance della Christmas compresa. Aspetto di sentirlo per intero.
Alex Cavani
Venerdì 8 Aprile 2016, 20.58.17
5
Stessa opinione di @Gabriele... Non riesco davvero a sentirla lei, mi dispiace..
Gabriele
Venerdì 8 Aprile 2016, 20.23.42
4
Purtroppo la Giulia Natale mi risulta troppo fastidiosa. Che poi finchè si tratta di utilizzo della voce e di timbro son gusti, ma quando stoni c'è poco da fare, non si tratta più di gusti ma di giusto e di sbagliato. Mi ha rovinato il disco.
IvanK
Venerdì 8 Aprile 2016, 11.06.44
3
Superbi come al solito!
Masterburner
Venerdì 8 Aprile 2016, 9.43.15
2
Gran bella copertina nella sua semplicità
Macca
Giovedì 7 Aprile 2016, 23.22.33
1
DEVE essere mio al più presto.
INFORMAZIONI
2016
Indie Recordings
Post Metal
Tracklist
1. A Greater Call
2. Chevron
3. The Wreck of S.S. Needle
4. Approaching Transition
5. Cygnus
Line Up
Julie Christmas (Voce)
Johannes Persson (Voce, Chitarre)
Fredrik Kihlberg (Voce, Chitarre)
Kristian Karlsson (Tastiere)
Andreas Johansson (Basso)
Magnus Lindberg (Batteria)
Thomas Hedlund (Batteria, Percussioni)
 
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