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Watain - Rabid Death`s Curse
23/04/2016
( 1406 letture )
Rabid Death's Curse rappresenta la maledizione della vita, la malattia che siamo condannati a patire sino al momento in cui riceveremo la punizione divina [...]. È la narrazione dello scarto spirituale dalla perfezione.

È con queste parole, e dunque sottolineando l’estrema negatività dell’esistenza umana quale prodotto abortivo della creazione, che Erik Danielsson definiva la natura del disco d’esordio dei suoi Watain. Rabid Death's Curse segna difatti il quieto e inizialmente non esplosivo ingresso nella scena di quella che, di lì a poco, sarebbe diventata una delle realtà più controverse e note nell’ambito del black contemporaneo, dividendo gli ascoltatori tra fervidi fan ed altrettanto appassionati detrattori, che da sempre accusano il combo svedese di aver brillato della luce riflessa dall’astro Dissection. Del resto, dinanzi a lavori come Sworn to the Dark e Lawless Darkness, non si può non rilevare come il riferimento alla band di Nödtveidt sia costante e soprattutto pervasivo. Rabid Death's Curse si pone al di là, a monte, se vogliamo, della querelle tra chi vede i Watain come semplici abili e pedissequi esecutori e coloro che considerano il loro modo di intendere il black una proposta creativa valida. Quest’album, difatti, rappresentata un unicum nella loro discografia, discostandosi molto da tutto ciò che la band produrrà successivamente, a partire dall’acclamato Casus Luciferi in poi, ed è stato per altro caratterizzato da uno scarso successo commerciale, dovuto, molto probabilmente, alla natura della release.
Similmente a molti dischi d’esordio, questo full-length ci presenta una formazione alla strenua ricerca della propria dimensione, oscillante tra il tributo ai capisaldi del genere e la necessità di pervenire ad un sound personale, in grado di lasciare il segno nella storia del black a ridosso degli anni duemila, in un periodo successivo all’esplosione del genere con una produzione, come vedremo a breve, decisamente intransigente e primordiale.

Il riff virulento, preso in una sinistra melodia ciclicamente ricorrente che percorre la opener, The Limb Crucifix, non può dissimulare uno sguardo rivolto ai Mayhem di De Mysteriis Dom Sathanas, assieme a suggestioni radicate nella proposta dei Darkthrone e dei primi Bathory. Segue la title track, introdotta da un estratto cinematografico direttamente da Venerdì 13, subito spazzato via da una linea chitarristica maligna. Il brano -che racchiude uno dei refrain migliori del disco- vive della tensione tra sezioni frenetiche, scosse da un blast beats vorticoso, e sprazzi melodici venefici, estremamente efficaci nella loro essenzialità. La successiva On Horns Impaled è invece immediatamente serrata e impetuosa, sostenuta, lungo tutta la sua durata, da cambi di tempo e stop and go, frutto di un songwriting certamente ancora istintivo ma senz’altro incisivo. Life Dethroned, indubbiamente uno degli highlights del disco, è la traccia che più di ogni altra risente dell’influenza dissectioniana, sfoggiando una serie di riff che non avrebbero sfigurato in The Somberlain. Tali elementi vengono conservati anche nella melanconica ed irresistibile Walls of Life Ruptured, sfumando poi nell’incedere martellante e caustico di Agony Fires ed Angelrape. In esse l’essenziale riffing in tremolo picking diviene il sudario che avvolge terrorizzando ed ammaliando allo stesso tempo l’ascoltatore. La chiusura del disco è affidata a quello che è l’episodio più oscuro e completo della tracklist, Mortem Sibi Consciscere. Il brano è animato dalla raggelante performance di Danielsson, fautore di invocazioni malsane, intrise di necrofilia e satanismo. E se l’obiettivo del mastermind -come dichiarato più volte in sede di intervista- è sempre stato quello di scrivere delle lyrics che lascino il segno, facendo tremare l’ascoltatore, senz’altro questa composizione raggiunge appieno lo scopo.

Rabid Death's Curse è tutto ciò: otto brani trasudanti negatività e terrore, permeati da un’atmosfera in cui, parafrasando l’Ivan Karamazov di Dostoevskij, potremmo dire che sorte degli uomini sono inquietudine, sgomento ed infelicità, senza la possibilità di risolvere alcun torto o peccato in una prospettiva salvifica. A tale impatto contribuisce una registrazione abrasiva e seminale che sacrifica la nettezza del suono a favore dell’evocatività e della suggestione. Ciò tuttavia non mina la splendida performance dei componenti della band che si presentano, sin dagli esordi, come dei validi esecutori. Otto tracce, dunque, che mettono capo ad una prova buona ma non eccelsa, ingenua, per certi versi, ed ancora lontana da ciò che i Watain sarebbero diventati in futuro. Nonostante ciò di certo vale la pena perdersi negli abissi in cui ci trascina questa release. Essa infatti si dimostra meritevole di esser presa in considerazione da parte di chiunque abbia sempre apprezzato la band e voglia saggiare le radici del loro modo di intendere e suonare black nonché il tetro atto fondativo di un’attitudine tuttora persistente.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
99 su 2 voti [ VOTA]
LexLutor
Martedì 23 Maggio 2017, 16.14.58
4
a dispetto di tutti sti legionari "duri-e-puri" e/o para/pseudo-veterani, io dico che i Watain fanno grandissima musica, almeno fino a Lawless darkness.
manaroth85
Lunedì 9 Maggio 2016, 12.42.29
3
ottimo esordio anche se preferisco lawless darkness! un buon 80 gli do! peccato non vengan spesso live in italia vorrei vederli!
Luca
Domenica 1 Maggio 2016, 0.33.20
2
I primi due capolavori. dopo merda totale, x me morti
black
Sabato 23 Aprile 2016, 10.51.37
1
bel disco! cattivo e malefico, anche se i successivi sono superiori secondo me un bel 80 se lo merita!!
INFORMAZIONI
2000
Drakkar Productions
Black
Tracklist
1. The Limb Crucifix
2. Rabid Death's Curse
3. On Horns Impaled
4. Life Dethroned
5. Walls of Life Ruptured
6. Agony Fires
7. Angelrape
8. Mortem Sibi Consciscere
Line Up
Erik Danielsson (Voce, Basso)
Pelle Forsberg (Chitarra)
C. Blom (Chitarra)
Håkan Jonsson (Batteria)
 
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