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The Rolling Stones - Undercover
28/04/2016
( 3762 letture )
I Rolling Stones sono il rock n’ roll. Ne sono l’essenza stessa, la storia, la leggenda. Sono l’unico gruppo che, pur avendo superato ampiamente i cinquant’anni di storia, riesce ancora a dare lezioni di energia e di vitalità a eredi ben più giovani e, sulla carta, aitanti. Sono l’unico gruppo al quale persino un’altra leggenda vivente come gli AC/DC (un po’ appannata in questi ultimi tempi…) ha accettato di fare da gruppo di apertura senza minimamente sentirsi ridimensionata o umiliata (accadde nel 2003 in un festival a Toronto, dove prima delle due superband suonarono anche i Rush, tanto per dire…). Perché loro sono il mito, sono gli immortali. Nella loro storia c’è di tutto: “sex, drugs & rock n’ roll” (tutti e tre in quantità difficilmente immaginabili), cadute e risalite, le immancabili tragedie (Brian Jones su tutti, ovviamente), album capolavori (Exile On Main Street, tanto per dirne uno), tour interminabili, liti e riconciliazioni. E anche album controversi.

Eccoci: Undercover, pubblicato nell’ormai lontano 1983, è forse l’album più controverso in assoluto dell’intera discografia delle Pietre Rotolanti. Il perché è presto detto: è forse il disco “meno Stones” che la premiata ditta Jagger & Richards abbia mai prodotto. Facciamo un piccolo passo indietro: gli Stones all’inizio degli anni 80 sembrano di nuovo tornati in perfetta salute. L’ultimo arrivato Ron Wood ha ormai completato il rodaggio ed è perfettamente affiatato, gli album poco interessanti di fine anni 70 sono ormai un ricordo, Tattoo You del 1981, trainato dal mega singolo Start Me Up, ha portato di nuovo gli Stones in testa alle classifiche per parecchie settimane. Ma il fuoco cova sotto la cenere: il connubio Jagger & Richards inizia a guardare in direzioni diametralmente opposte. Mick punta decisamente verso il pop, pensando che ormai, dopo più di venti anni, la parabola rock degli Stones stia per terminare; Keith invece resta ancorato più che mai al suo retroterra blues-rock n’ roll, che sa suonare e comporre come nessun altro. Il risultato di queste diatribe è un album che, pur mantenendo molti trademark tipici del gruppo (e non potrebbe essere altrimenti: quella voce e quegli intrecci chitarristici non si possono confondere) punta decisamente verso la modernità; o meglio, verso quello che allora (primi anni 80) poteva essere considerata la modernità. Ed ecco quindi che compaiono batterie elettroniche e triggerate, tastiere e sintetizzatori in dosi quali eccessive, e un retrogusto pop da classifica presente di fondo in molte tracce. Un esempio perfetto è la “quasi-title track” che apre l’album: al riff acidissimo e trascinante delle chitarre si contrappone un andamento ritmico, un sound di fondo e una linea vocale che richiamano molto di più le migliori produzioni pop del periodo (penso ad esempio ai lavori di David Bowie di quegli anni) che non il passato del gruppo. L’inedito mix, seppure straniante, qui funziona: e infatti il singolo resterà l’unica canzone dell’album a resistere alla prova del tempo; ma nel resto del disco le cose non vanno così lisce. Il problema fondamentale è questo: gli Stones sono, forse ancora oggi, i numeri uno al mondo, in fase compositiva; ma lo sono quando “fanno gli Stones”, ossia quando seguono il canovaccio stilistico che gli ha dato l’immortalità artistica. Non sono mai stati un gruppo, tipo i Queen o i Led Zeppelin, capaci di reinventarsi e convincere utilizzando differenti stili; e infatti, in questo album, i pezzi che maggiormente rimangono nella memoria sono quelli, come She Was Hot, o Wanna Hold You, dove le sciabolate rock delle chitarre riescono a sovrastare il resto, e a riportare la band nel solco della loro tradizione. Probabilmente, sono i brani dove la penna di Richards ha potuto sovrastare quella del buon Jagger. Negli altri invece, ecco comparire una sorta di tecno-reggae (Feel On Baby), un brano che avrebbe potuto senza problemi essere ballato nelle discoteche del periodo (Too Much Blood), sezioni fiati a profusione e morbidi tappeti di tastiere; per carità, nulla di inascoltabile, ma neanche di particolarmente ispirato. E, soprattutto, una fastidiosa sensazione di “fuori posto”; la stessa che mi capita di provare quando sento Eric Clapton coverizzare Bob Marley, nonostante il successo planetario dell’esperimento. A penalizzare ulteriormente la resa del disco, ma su questo gli Stones non ci possono nulla, c’è anche un altro aspetto: proprio le scelte sonore fatte in sede di produzione, che all’epoca erano il top della modernità e dell’attualità, sono ciò che oggi risulta maggiormente datato e fuori moda. I suoni anni 80, oggi, sembrano molto più vecchi e sorpassati rispetto, ad esempio, a quelli di dieci anni prima. E quindi ecco che, mentre un It’s Only Rock N’ Roll (1974) può quasi sembrare prodotto oggi, Undercover, di nove anni successivo, dimostra impietosamente la sua età.

Pur con i difetti sopra segnalati, questo album non è un disco da bocciare in toto. In primo luogo per la sua importanza storica: è anche grazie a dischi come questo che la band ha potuto rimanere vitale anche durante i difficilissimi 80 e preparare la rinascita artistica degli anni 90, culminata nel bellissimo Voodoo Lounge del 1994 (questo sì un vero disco “alla Stones”), che farà da apripista alla stagione dei tour mondiali che ancora oggi non sembra voler terminare. In secundis, perché è comunque da apprezzare lo sforzo di musicisti, allora già più che quarantenni, di non volersi imbalsamare in ciò che già avevano fatto, bensì di cercare nuove strade espressive per potersi reinventare ancora una volta. Ed infine, perché quando la scintilla dell’ispirazione scocca, anche qui mostrano a tutti che come loro non c’è mai stato nessuno: ascoltatevi la splendida Too Tough, e se, come il sottoscritto, non riuscirete a stare fermi senza provare a suonarla e a cantarla, capirete quale magia unica e inimitabile sanno produrre gli sciamani Mick & Keith quando prendono in mano chitarra e microfono, e ricominciano a scrivere la storia.



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
60.33 su 12 voti [ VOTA]
blackiesan74
Lunedì 23 Novembre 2020, 10.52.52
6
Rileggendo il commento mi rendo conto che forse non si capiva quello che volevo dire: i complimenti vanno alla recensione per come è scritta, ma sui contenuti sono in completo disaccordo. "Undercover" è un gran disco, c'è qualche brano meno azzeccato (ma questo si può dire di qualunque disco degli Stones da "Exile On Main Street" in poi) ma nel complesso lo metto sullo stesso piano di "Some Girls".
Eros
Sabato 23 Maggio 2020, 15.01.00
5
Puntualizzo che'deriva da outtakes dal 73 al 79" si riferiva ovviamente a Tattoo you.
Eros
Sabato 23 Maggio 2020, 14.56.56
4
Non sono d'accordo su alcuni punti..la piattezza dei dischi fine anni 70 non la riscontro..some girls e' tutto fuorche' piatto,come non lo era certo loye you live(con soprattutto la strepitosa facciata 3 da el mocambo) ne' l'ottimo black and blue.inoltre deriva proprio da outtakes di quegli album definiti 'piatti' e cioe da goat's head soup ad emotional rescue.Io penso che undercover sia un album eccellente,l'ultimo loro lavoro in cui si mettono in gioco lasciando contaminare il loro sound da quelli contemporanei.poi arrivera' il revival...
Litos
Martedì 19 Febbraio 2019, 17.09.28
3
Piattezza dischi di fine anni 70? Some Girls piatto?
blackiesan74
Venerdì 29 Aprile 2016, 16.22.36
2
Mi associo ai complimenti per la recensione, e concordo in molti punti che hai sottolineato. Mi permetto solo di dissentire sul fatto che "Voodoo Lounge" sia bellissimo: lo trovo un disco di una piattezza allucinante, ma si tratta di opinioni.
Testamatta ride
Venerdì 29 Aprile 2016, 15.08.19
1
Che bella recensione! Scorre via benissimo, complimenti. Mi permetto di dissentire su una cosa se non ti dispiace. Quando fai riferimento agli album poco ispirati di fine anni 70 non mi trovi d'accordo: nel 1978 fu rilasciato Some Girls che, a mio parere, è un gran bel disco.
INFORMAZIONI
1983
Rolling Stones Records
Rock
Tracklist
1. Undercover of the Night
2. She Was Hot
3. Tie You Up (The Pain of Love)
4. Wanna Hold You
5. Feel On Baby
6. Too Much Blood
7. Pretty Beat Up
8. Too Tough
9. All The Way Down
10. It Must Be Hell
Line Up
Mick Jagger (Voce)
Ketih Richards (Chitarra)
Ron Wood (Chitarra)
Bill Wyman (Basso)
Charlie Watts (Batteria)
 
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