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Van Canto - Voices of Fire
07/05/2016
( 1395 letture )
Accolti da sempre con un misto di curiosità e scetticismo, come spesso accade di fronte ad una proposta originale e nuova, i Van Canto proseguono la loro carriera ormai decennale, raccogliendo sempre una certa attenzione, tanto dalla stampa specializzata, quanto dai fan. L’uscita del loro sesto album rappresenta d’altra parte una delle più importanti e significative nella loro storia. Per la prima volta, infatti, il gruppo ha deciso di fare affidamento unicamente sulle proprie forze e ha rinunciato a quella che fino ad adesso era stata la carta vincente della loro proposta: i rifacimenti di famosi brani storici dell’hard’n’heavy mondiale. Per la prima volta, quindi, il disco è costituito unicamente da brani originali composti per l’occasione. Un banco di prova fondamentale, che prima o poi, sarebbe dovuto arrivare. Vista l’importante decisione, il gruppo ha poi deciso di andare ancora oltre e assieme allo scrittore tedesco Christoph Hardebusch, ha dato alla luce una storia vera e propria, uscita anche come libro/novella, che va a costituire lo storyboard attorno al quale gira tutto il disco. Per supportare a dovere quello che diventa quindi un concept album, il gruppo si è poi avvalso di un cast aggiuntivo di tutto rispetto, che rimanda al “Signore degli Anelli” cinematografico: la voce narrante che accompagna i brani è infatti quella dell’attore John Rhys-Davis (che ha impersonato il nano Gimli sul grande schermo) e, a sostenere la parte corale, troviamo invece i London Metro Voices, coro che ha legato la sua storia al film di Peter Jackson. Si tratta come è facilmente intuibile di uno sforzo produttivo davvero imponente, che va a sostenere una raggiunta maturità da parte della band tedesca, la quale sembra aver raggiunto “l’età della ragione”, facendo a meno di aiuti compositivi esterni e anche di altri musicisti, come fatto in passato.

Le caratteristiche della proposta dei Van Canto sono note ormai al popolo metal: si tratta di una band composta da cinque voci e un batterista, che propone un classico power metal in versione "a-cappella", con la sola esclusione appunto delle tracce di batteria. Come specificato più volte dal gruppo, la decisione di non rinunciare alla batteria deriva dalla volontà di rendere chiaro che si tratta di una band metal e non di un progetto pop e anche dalla effettiva impossibilità fisica per qualunque essere umano di simulare significativamente una batteria a doppio pedale, reggendo un intero concerto. Quello che infatti va chiarito è che quello che si sente nei loro dischi viene interamente riprodotto dal vivo, assoli di "chitarra vocale" compresi. Inutile dire che, al di là di un giustificato scetticismo, le possibilità che un progetto del genere offre sono davvero notevoli. Unire il background heavy metal a quello operistico non è di fatto un’operazione nuova, sin dai tempi dei Celtic Frost di Into the Pandemonium, per poi arrivare a reale compimento attraverso le opere dei Therion e, infine, all’utilizzo massivo di cori o di voci soliste di impostazione operistica negli album del filone symphonic/gothic o in quello power, come nel caso dei Rhapsody. La novità dei Van Canto consiste semmai nella simulazione vocale di tutti gli strumenti classici dell’heavy metal, con i caratteristici rumori onomatopeici del tipo “rakkatakka, dandandan, tiritiritiri” e quant’altro. Per qualcuno, come è inevitabile che sia, tutto questo apparirà semplicemente ridicolo, eppure, è innegabile che arrivati al sesto album da studio, i Van Canto abbiano dimostrato di credere molto in quello che fanno e di averlo altresì reso credibile anche agli occhi di molte persone. Un obbiettivo non da poco.

Voices of Fire diventa comunque un nuovo banco di prova per l’ensemble tedesco, che vuole raggiungere un nuovo scalino della propria evoluzione, dando vita ad un “metal vocal musical” vero e proprio, sul filone che vede la Transiberian Orchestra, gli Avantasia e gli LMO come campioni assoluti del genere. Ovviamente, la storia su cui tutto si fonda, non poteva che appartenere al genere fantasy in toto, con il classico sfoggio di creature dagli infiniti poteri ma dal caratterino tutt’altro che stabile che smaniose di maggior potere mettono a ferro e fuoco il mondo finché qualcuno non arriva a fermarle e a ripristinare l’ordine e la pace. Un presupposto davvero assai poco fantasioso e innovativo, che pure Rhys-Davis cerca in tutti i modi di rendere credibile con la sua bellissima e profonda voce narrante. L’impatto offerto dall’iniziale Clashings on Armour Plates è ad ogni modo davvero imponente: le voci dei cinque e del coro rendono molto credibile l’atmosfera eroica e soprannaturale della storia e il duo solistico composto da Philip 'Sly' Dennis Schunke e Inga Scharf si conferma di buon livello e versatilità, pur nei confini del genere. In possesso di due timbri a dire il vero non particolarmente originali, i due riescono comunque a caratterizzare le rispettive parti, affidandosi molto al cliché power, senza sbavature e con molta convinzione. Da notare l’assolo di “chitarra”, che farà capolino in un altro paio di occasioni. Più moderata nella velocità la successiva Dragonwake, nella quale Inga e Sly si alternano, che solo all’altezza del refrain recupera velocità soprattutto per l’intervento di un Eming scatenato. Il brano appare in verità un po’ sfilacciato nelle varie parti, non sempre ben collegate nei vari passaggi. Più vicino all’operato della Transiberian Orchestra la seguente Time and Time Again, mentre All My Life sembra offrire assai poco, conInga forse fin troppo delicata nell’interpretazione. Battleday’s Dawn prova a rialzare i giri con una maggiore enfasi ritmica e ovviamente un maggior afflato guerresco, anche se a dire il vero, il canovaccio impostato dai Van Canto comincia a mostrare un po’ il fianco, risultando abbastanza ripetitivo, mentre la mancanza di soluzioni strumentali e l’obbligo da parte delle voci di essere comunque onnipresenti, comincia a rendere pesante l’ascolto, così come le obbligatorie pause narrative. La seguente Firevows finisce per risultare pressoché inutile ed è forse l’episodio meno riuscito del disco pur non scendendo al di sotto di una media più che accettabile. Meglio in questo senso le successive The Oracle e The Betrayal, anche se per avere un vero salto di qualità occorre attendere We Are One, nella quale la melodia risulta più convincente spiccando su una media non trascendentale, confermata anche dalla seguente The Bardcall, schiacciata su un folk/power metal scontato e strasentito. Dopo l’enfasi dei brani precedenti, si torna a pestare sul pedale con To Catharsis, che a dispetto di tutto si rivela uno degli episodi meglio riusciti in assoluto, con un coinvolgente scambio di voci tra Sly e Inga e un refrain corale che ricorda nuovamente i Savatage. Chiude il disco la bonus track Hymn affidata stavolta alle sole voci.

La decisione di portare fino in fondo l’esperienza dei Van Canto e renderli autonomi dalla curiosità che potevano suscitare le cover rende merito alla band tedesca ed è innegabile che lo sforzo artistico per completare un’opera come Voices of Fire sia enorme. Arrangiare un intero album metal per sole voci è un’impresa notevole e va reso atto che dopo qualche ascolto, lasciando che sia la musica a catapultarci dentro il disco, dimenticando l’assenza degli strumenti, il tutto suoni estremamente curato e realistico. Ma proprio qui cominciano ad emergere i problemi: dimenticandoci che di sole voci si sta parlando e cominciando ad ascoltare il disco per quello che è e la musica per quella che è, diventa difficile non accorgersi che il livello di scrittura dei singoli brani non è poi elevatissimo, anzi. Il cliché power metal viene esplorato in lungo e largo, ma questo non migliora il risultato finale, che spesso si regge solo sulla particolarità della proposta, che non sul valore delle composizioni. Viene perfino il dubbio che il potenziale dei sei musicisti non sia in realtà sfruttato a dovere da una scaletta tutto sommato costruita sempre sugli stessi assunti e fin troppo omogenea, nella quale alcuni brani spiccano ma il totale resta appena discreto. E’ pur vero che tanti detrattori a prescindere troverebbero difficoltà nel non riconoscere le qualità vocali del quintetto, così come la potenza di Emig dietro le pelli, ma è difficile non sentire tutti i limiti che un disco del genere si porta dietro. Se queste canzoni fossero suonate da un gruppo heavy canonico, sarebbero merce per soli sfegatati del genere e il giudizio non cambia per i Van Canto. Progetto dal grande potenziale, ma dal livello compositivo ancora non all’altezza delle proprie possibilità.



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
79.6 su 5 voti [ VOTA]
InvictuSteele
Mercoledì 11 Maggio 2016, 21.20.30
2
Io mi chiedo, ma che senso ha questa band? Divertenti per un paio di ascolti ma poi basta. Per quanto mi riguarda INUTILI, da sagra della polenta
Doomale
Domenica 8 Maggio 2016, 17.16.52
1
Band che non conosco, se non per un bellissimo video registrato al Wacken in cui insieme ai mitici Grave Digger fanno una straordinaria versione di Rebellion...insieme pure ad un altro ns "amichetto" del settore😁
INFORMAZIONI
2016
earMUSIC
Power/Symphonic
Tracklist
1. Prologue
2. Clashings On Armour Plates
3. Dragonwake
4. Time And Time Again
5. All My Life
6. Battleday's Dawn
7. Firevows (Join The Journey)
8. The Oracle
9. The Betrayal
10. We Are One
11. The Bardcall
12. To Catharsis
13. Epilogue
14. Hymn (bonus track)
Line Up
Philip 'Sly' Dennis Schunke (Voce solista)
Inga Scharf (Voce solista)
Ross Thompson (Voce)
Stefan Schmidt (Voce)
Jan Moritz (Voce basso)
Bastian Emig (Batteria)

Musicisti Ospiti
John Rhys-Davis (Voce narrante)
The London Metro Voices
 
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