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Tim Buckley - Tim Buckley
11/05/2016
( 1016 letture )
Nove dischi prodotti in otto anni, quasi tutti molto importanti, prima di morire a sole ventotto primavere, mancando per pochissimo -si fa per dire- l'entrata nella famosa congregazione dei "maledetti del 27", quando era già considerato da tutti uno dei più importanti innovatori della musica americana. Inserendo nel tessuto della propria opera elementi jazz, psych, rock, folk e di varia altra natura, assorbiti in buona parte da quella California lisergica che sarà la sua culla e la sua bara artistica, esaltò il tutto mediante una estensione vocale da cinque ottave e mezza che molti considerano come la più bella di sempre in questo ambito, anche se qui è ancora lontana dalla piena espressività. Importanti i testi, quasi sempre di ottimo livello. Queste le armi con cui Tim Buckley passò alla storia come uno degli artisti fondamentali per introdurre la modernità nel pentagramma.

In questo primo album, in verità, il Tim Buckley superlativo che il mondo conosce è solo abbozzato, dato che Tim Buckley è un lavoro ancora profondamente legato al folk convenzionale del tempo. Tuttavia, se è vero che la sua cifra stilistica è qui espressa solo in forma embrionale ed esploderà molto presto con Goodbye and Hello del 1967, per poi trovare probabilmente la sua perfezione con Starsailor del 1970, lo è anche che Tim Buckley è già un lavoro che merita ampiamente di essere ascoltato, seppur con i distinguo appena fatti. Nato in una casa in cui risuonavano le note di Billie Holiday, Judy Garland, Hank Williams, Frank Sinatra, Johnny Cash e Bessie Smith, fu influenzato da questi artisti. Quando Herb Cohen, manager di Zappa, lo scoprì e gli fece ottenere un contratto con la Elektra, si poteva già parlare di un predestinato. Tim Buckley, tuttavia, è un disco profondamente ancorato ad alcuni punti fermi della musica ufficiale del tempo, per la massima parte di estrazione folk, ed annuncia solo in modo molto velato alcune delle incredibili evoluzioni future che saranno firmate Tim Buckley. Pertanto, è da considerare sostanzialmente un episodio a sé stante all'interno del corpus della sua discografia. La produzione firmata Paul Rothchild (The Doors) riesce abbastanza bene ad esaltare la qualità possedute al tempo dell'incisione da Tim e, forse, giova ricordare che stiamo parlando di un tizio che all'epoca aveva solo diciannove anni circa. I trentacinque minuti scarsi del vinile, divisi in dodici canzoni quasi tutte co-scritte con Larry Beckett quando i due erano ancora al liceo, mostrano essenzialmente un giovane idealista -condizione per nulla intesa in senso negativo- già capace di scrivere in modo da comunicare messaggi e di organizzare la propria musica in modo professionale, ed una voce capace di incidere in profondità. Aiutato da una band i cui membri avrebbero tutti fatto carriere importanti (Underwood con lui; Fielder con Blood, Sweat & Tears ed altri; Van Dyke Parks da solo e Billy Mundi con i Rhinoceros e come solista), Tim Buckley inanella una sequenza di pezzi folk-pop raffinati, conditi da ballate e momenti soffusi e romantici che non lasciano affatto intuire un privato lacerato da problemi di droga e tradimenti coniugali. Tutto ciò lo porterà a morte prematura e, prima del triste epilogo, il figlio già in arrivo si troverà a vivere in una famiglia con gravi problemi da risolvere. Per la cronaca, quel bimbo diventerà in seguito qualcuno, come potete leggere qui. Va comunque chiarito che ridurre Tim Buckley solo ad un prodotto folk è assolutamente ingeneroso. I Can't See You presenta un arrangiamento più sofisticato della media del genere e Song Of The Magician è un valzer moderno in chiave psych che, suonato dai Beatles, sarebbe forse stato un pezzo ricordato ancora oggi da molte più persone. Le ballate Wings e Valentine Melody, poi, sono già di un certo spessore rispetto alla concorrenza, mentre è vero che il resto della scaletta è più tradizionale, per quanto estremamente godibile.

Un dato è certo: il Tim Buckley più importante, quello chiamato da Zappa, slegato dall'obbligo della forma-canzone a tutti i costi ed autore di un filotto di album più che eccellenti, non era certo quello di Tim Buckley. L'età troppo verde, l'essere di conseguenza ancora troppo acerbo -era un classe 47, lo ricordo ancora- e dylaniano e, forse, la voglia inconscia di creare una zona franca quasi irrealmente rilassata rispetto ad una vita privata non certo idilliaca, fanno di questo album d'esordio il meno importante della sua carriera. Eppure, anche al netto di tutto questo, Tim Buckley resta un lavoro storicamente importante quale pietra di fondazione della carriera di Tim Buckley e come disco comunque ottimamente rappresentativo di un preciso momento di transizione. Quello che porterà la società/musica americana dalla tradizionale e rassicurante dimensione folk, a quella post-moderna.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
60 su 4 voti [ VOTA]
VomitSelf
Giovedì 12 Maggio 2016, 21.55.09
6
Bel dischetto anche se acerbo. Il meglio arriverà a partire dal successivo "Goodbye and Hello" ma lo zenith verrà a mio parere raggiunto con l'allucinante (in tutti i sensi) trittico "Blue Afternoon", "Lorca" e "Starsailor".
Lizard
Mercoledì 11 Maggio 2016, 21.04.53
5
Mi mette i brividi... un artista incredibile ed incredibilmente dimenticato.
Raven
Mercoledì 11 Maggio 2016, 17.45.21
4
Comunque è disponibile sul tubo.
Galilee
Mercoledì 11 Maggio 2016, 15.29.57
3
Anche da Happy said? Diciamo che Buckley ha sempre avuto una base folk e in quel disco da me citato rappresenta il 90% della proposta musicale. Siamo ancora cosi lontani? Curioso, curioso... Mi fai venire in mente i Tyrannosaurus Rex, non so perchè..
Raven
Mercoledì 11 Maggio 2016, 15.23.56
2
Questo è molto diverso da quelli che hai
Galilee
Mercoledì 11 Maggio 2016, 14.55.13
1
Adoro Tim Buckley e non sono mai riuscito a capire l'idolatria smisurata che si porta dietro suo figlio Jeff, a discapito della sua ristretta fama da artista di culto. In fondo artisticamente parlando siamo al cospetto di 9 dischi in studio di cui 4 pietre miliari di rock psichedelico anni 60/70. Anyway, questo disco mi manca. Possiedo solo i 4 dischi , diciamo più importanti e cioè Happy said, Blue afternoon, Lorca e Starsailor. Sarò curioso di ascoltarlo. Buona recensione come sempre Raven. Yeah!
INFORMAZIONI
1966
Elektra Records
Folk
Tracklist
1. I Can't See You
2. Wings
3. Song of the Magician
4. Strange Street Affair Under Blue
5. Valentine Melody
6. Aren't You the Girl
7. Song Slowly Song
8. It Happens Every Time
9. Song for Jainie
10. Grief in My Soul
11. She Is
12. Understand Your Man
Line Up
Tim Buckley (Voce, Chitarra)
Lee Underwood (Chitarra)
Van Dyke Parks (Clavicembalo, Celesta, Pianoforte)
James Fielder (Basso)
Billy Mundi (Batteria, Percussioni)
 
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