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Minsk - Out of a Center That Is Neither Dead Nor Alive
28/05/2016
( 833 letture )
Esiste un termometro in grado di verificare lo stato di salute di un movimento artistico? Che si tratti di letteratura, arti visive o musica, è possibile riconoscere espansioni o contrazioni dell’energia primigenia che ha portato autori diversi a convergere su una stessa poetica? Un primo approccio al tema, quasi ovviamente, si direbbe, rimanda alle ferree leggi della statistica, a partire dalla nozione di “numerosità” della produzione, per approdare alle medie più o meno aritmetiche degli esiti qualitativi. Ma entrambi gli strumenti, a un’attenta analisi, si rivelano in realtà, se non inconsistenti, quantomeno approssimativi nel cogliere la sostanza del problema, laddove, in un caso non sempre l’affollamento sottintende eccellenze (“El arroyo de la sierra me complace màs que el mar”, sintetizzerebbero a latitudini e ritmi tropicali) e nell’altro ci ha pensato Trilussa, a chiarire che basta una metafora a sfondo avicolo, a mettere in crisi dogmi matematici in apparenza inattaccabili. Detto che anche concentrarsi sulle prove dei grandi nomi rischia di far perdere i termini della questione, instillando dosi di devozione in cui fatalmente l’oggettività avanza a grandi passi verso il naufragio, rimane forse una sola opzione alternativa, accendendo i fari su quel manipolo di autori che fanno da “corona” ai colossi. Saranno allora la luminosità e la consistenza di questa fascia a certificare la bontà del presente e le potenzialità per il futuro, sorta di cartina al tornasole del ph artistico di un intero movimento.

Proviamo allora a testare le potenzialità di una “simile cassetta degli attrezzi”, teletrasportandoci temporalmente negli anni immediatamente successivi al cambio di millennio. L’oggetto di studio è il neonato post metal, comparso sulle scene nella decade precedente dando subito prova di una straordinaria fertilità sulla scia delle immortali lezioni dei pionieri Neurosis. Così, mentre il Duemila riempiva immediatamente gli spazi più nobili alla destra e alla sinistra dei padri con due nomi altrettanto altisonanti come Isis e Cult of Luna, si aprivano contemporaneamente praterie sconfinate in termini di sperimentalità e suggestioni per band destinate a lasciare comunque un segno importante nella storia del genere e proiettate in quella fascia a ridosso dell’eccellenza che, dilatandosi, ha contribuito all’affermazione planetaria dell’ultimo arrivato nella metal famiglia.
Pelican, Rosetta, Red Sparowes, Mouth of the Architect, la lista dei gruppi che in quegli anni solcavano le nuove rotte in via di definizione (con l’aggiunta dei già citati Neurosis e Isis) rivelava da subito un tratto caratteristico, vale a dire la collocazione geografica rigorosamente a stelle e strisce, tanto da far sembrare una specie aliena la sparuta colonia scandinava che pure, con i Cult of Luna e i Callisto, metteva a segno uscite di altrettanto valido livello. Alla già nutrita compagnia, nel 2003, si è andato ad aggiungere un quintetto di Chicago, puntando su un nome che rievoca una terra di sconfinate pianure che, punteggiate di laghi, acquitrini e foreste, sono da sempre un ponte anche visivo tra Oriente e Occidente. Affascinati dalle innumerevoli distruzioni e ricostruzioni di cui è stata oggetto nei secoli la capitale bielorussa, candidandola a simbolo di una moderna fenice che rinasce dalle proprie ceneri, i cinque hanno affidato le proprie sorti musicali al moniker Minsk, rilasciando una serie di demo in cui sono apparse subito prepotentemente le qualità in potenza di una band destinata a non conoscere cali di tensione in una carriera ormai ultradecennale.

L’orizzonte stilistico dei Nostri, nell’eterno dualismo tra le radici ruvidamente core di scuola Neurosis e quelle più armonicamente liquide di derivazione Isis, si definisce con maggiori punti di contatto con l’esperienza di questi ultimi, ma va detto che la personalità dei Minsk (nel frattempo passati a una line up a quattro con la rinuncia alla seconda chitarra) è sufficientemente definita per non dover ripercorrere pedissequamente tracce altrui. Ecco allora che questo Out of a Center That Is Neither Dead Nor Alive deflagra con tratti di originalità assolutamente marcati, pur collocandosi solidamente all’interno della tradizione post. A sorprendere è, innanzitutto, un velo di space rock che sembra ammantare l’intera ora abbondante del viaggio (pur senza arrivare alle vette del combo di Filadelfia, chi ha amato la “musica per astronauti” dei Rosetta troverà qui più di un punto di contatto), ma non vanno trascurate le continue virate verso il dark, tanto che non sembra un azzardo riconoscere echi delle ampie volute nere di marca Cure. L’amalgama di queste due spinte finisce per esaltare una propensione melodica che lima inesorabilmente gli spigoli neurosisiani, anche se in realtà Kelly e soci non spariscono del tutto dall’orizzonte dell’ispirazione (non si è numi tutelari del genere per caso, evidentemente) ricomparendo sotto forma di costante tensione verso approdi tribalistici, sottolineati dallo splendido lavoro della coppia Mead/Wyioming alle pelli. Perfettamente funzionale allo scopo, con queste premesse, non stupisce la struttura “formale” delle singole tracce, tutte rigorosamente dilatate intorno e spesso oltre i dieci minuti, a sconsigliare approcci superficiali da fast food delle sette note a tutto vantaggio di quelle lente sedimentazioni che, sole, consentono di entrare in sintonia con il quartetto.
L’apertura è affidata a Waging War on The Forevers, brano che alterna con sapienti dosaggi momenti di vera e propria marzialità a sprazzi di rarefazione eterea, anche se l’asse portante trasuda acidità lisergica da ogni anfratto. Per assistere alla materializzazione dello spirito degli Isis bisogna attendere la successiva Narcotics and Dissecting Knives, introdotta da inattesi rintocchi nothingelsematteriani e sviluppata su una trama ipnotica che scompone forme e colori preparando l’esplosione su cui si innesta alla perfezione il cantato di Tim Mead. Parimenti distante dagli strappi in scream così come dalla classica maestosità growl, il singer punta piuttosto su un clean “urlato” che rimane appena al di sotto della linea di fuoco scatenata dagli strumenti, secondo i sacri dettami elaborati da Aaron Turner nei solchi di quel monumento chiamato Panopticon.
Si muove invece tra l’elettronica e Robert Smith la terza e più lunga traccia del lotto, Holy Flower of the North Star, che avvolge in spire sinuose gli elementi in cui si imbatte l’umana esperienza sensoriale per trasfigurarli in un vapore ad altissima densità, trasposta musicalmente con una netta virata verso la pachidermica fissità doom. Una propensione ambient e psichedelica e improvvisi scatti illuminati da una luce sinistra sono le solide basi su cui si articola la coppia Three Hours/Bloodletting and Forgetting, perfette macchine genera-incubi a cui forse si può rimproverare un’eccessiva tracimazione dell’effettistica (a scapito, a tratti, dell’immediatezza della resa), ma si tratta di un peccato tutto sommato veniale, considerato che la band non varca mai la soglia del freddo gioco cerebrale fine a se stesso. Oltretutto, a ripristinare la cifra qualitativa complessiva dell’album provvede la magnifica Wisp of Tow, che chiude letteralmente in modalità fuochi d’artificio questo Out of a Center That Is Neither Dead Nor Alive. Brano a lungo “curiano” fino al midollo (leggere alla voce 10:15 Saturday Night e, soprattutto, Icing Sugar, per credere), solcato da un sax “soffocato” dove Bruce Lamont sembra quasi tributare onori in forma di cammeo a sua maestà Porl Thompson, aperto da una dotta citazione del rasoio di Occam, Wisp of Tow è la pietra filosofale di cui è spasmodicamente alla ricerca qualsiasi band che abbia intrapreso la sfida alchemica del post metal: energia oscura in accumulo, smarrimento delle coordinate, tensione che cresce e infine un’esplosione non completamente carica d’angoscia ma nemmeno davvero liberatoria.

Primo mattone di una carriera disseminata di grandi uscite, sorretto da un’ispirazione che spazia con pari maestria e profondità dall’angoscia alla malinconia passando per tutte le sfumature intermedie, capace contemporaneamente di indossare ali eteree e rattrappirle sotto il peso di schizzi di fango sludge, Out of a Center That Is Neither Dead Nor Alive è un album imprescindibile per tutti gli amanti delle atmosfere tormentate che fanno da specchio all’inquietudine dell’anima. Probabilmente ai piedi del podio storico del post metal, ma sicuramente non senza medaglia, i Minsk si meritano un posto d’onore, in quella fascia di eccellenza immediatamente a ridosso dei grandissimi.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
90 su 1 voti [ VOTA]
Remy
Martedì 31 Maggio 2016, 22.55.27
2
Sono unici.
AdeL
Martedì 31 Maggio 2016, 11.28.18
1
Composizioni complesse, l'ascolto non è semplice, vanno capiti bene. Penso al duro lavoro nascosto dietro alla stesura di una recensione!
INFORMAZIONI
2005
At a Loss Recordings
Post Metal
Tracklist
1. Waging War on the Forevers
2. Narcotics and Dissecting Knives
3. Holy Flower of the North Star
4. Three Hours
5. Bloodletting and Forgetting
6. Wisp of Tow
Line Up
Tim Mead (Voce, Tastiere, Congas)
Chris Bennett (Voce, Chitarra)
Sanford Parker (Voce, Basso)
Tony Wyioming (Batteria)
 
RECENSIONI
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