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(EchO) - Head First into Shadows
03/06/2016
( 2542 letture )
Scilla e Cariddi: da Omero a Dante, passando per Virgilio e Ovidio, letteratura e mitologia hanno fatto a gara nei secoli per celebrare, personificandoli, gli scogli letali e le correnti che dalla notte dei tempi insidiano la navigazione nello Stretto. Archetipi della pericolosità di una rotta ogniqualvolta lo spazio riservato all’equilibrio si assottiglia fino a trasformarsi in un esilissimo filo spalancato sul baratro, i gorghi di Cariddi, “che del mare inghiottia l’onde spumose”, e la voracità di Scilla, che divora corpi sulla soglia dell’antro dove dimora, non sono un invito a fuggire le sfide più temerarie ma, anzi, al contrario, si ergono maestosi come sproni al loro superamento, nel cammino terreno di uomini “non fatti a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.
Fatte le debite proporzioni e depurata la materia dai risvolti mistici, questa è a grandi linee la condizione del metal ascoltatore di fronte alle uscite tricolori, preso quasi inevitabilmente a mezza via tra Scilla/esterofilia e Cariddi/nazionalismo. Ci si può mettere tutta la buona volontà per provare a circumnavigare il problema ripetendosi che la musica è un linguaggio universale, che la qualità non ha latitudini, che saper suonare è un dato di fatto coi crismi dell’oggettività, ma arriverà sempre e comunque il momento in cui l’orecchio correrà inevitabilmente uno dei due rischi, tra la domanda se quello che si ascolta lo fanno meglio altrove o se sia un dovere morale sostenere la “nostra” musica. Ecco allora dibattiti interminabili sull’eccessiva indulgenza o, all’opposto, sulla genetica propensione a deprimere tutto ciò che germogli al di qua delle Alpi, con il serio rischio che, a rimetterci, siano in definitiva solo ed esclusivamente le band, che immaginiamo difficilmente entusiaste di vedersi valutate sulla base di ostentate conterraneità o di filtri esotici.

Così, più o meno inconsciamente, ci siamo un po’ tutti dotati di portolani pentagrammatici che rendano più agevole la traversata, magari a costo di rendere a volte discretamente “cerebrale” l’approccio alla musica ma quasi sempre con la speranza nascosta che arrivi qualcuno che ci costringa a buttare a mare bussole, sestanti e giroscopi trasportandoci al di là dei pericoli con la sola forza delle emozioni.
Quasi cinque anni fa l’impresa era riuscita a un sestetto bresciano allora al debutto, che, sotto la guida alla produzione di un gigante come Greg Chandler (cuore pulsante degli Esoteric), aveva stupito l’universo doom/death con un album in grado di attraversare il confine dell’eccellenza per spingersi verso la dimensione del capolavoro. Stiamo parlando degli (EchO) e l’album in questione è quel Devoid of Illusions che i Nostri hanno portato sui palchi di mezza Europa accanto ai sommi maestri del genere (basti il nome Saturnus per riassumerli tutti), riscuotendo credito e plauso pressoché unanimi. Molto è successo, inevitabilmente, nel volgere di queste quasi sessanta lune e non tutto è sembrato procedere per il verso giusto, fino alla notizia della dipartita dal gruppo del singer Antonio Cantarin, uno dei punti di forza del combo e autentico mattatore delle prove live. Ma, a dispetto di chi pensava di aver scorto fatali scricchiolii nel futuro della band, i bresciani riemergono dal silenzio con un nuovo lavoro, che dimostra come talvolta lo scorrere del tempo riesca a essere direttamente proporzionale al fuoco d’artificio prodotto dalla fine dell’incertezza.
Sì, perchè questo Head First into Shadows riesce non solo nell’impresa di ripetere il miracolo del predecessore ma anche di farlo senza assolutamente affidarsi a un cliché, affrontando coraggiosamente prospettive in buona parte diverse e più ampie rispetto alla matrice. Beninteso, l’universo in cui spaziano gli (EchO) è sempre costituito in larga parte da materia ed energia oscura, ma l’approccio alla navigazione è stavolta decisamente più multidirezionale, alla scoperta di apporti eterogenei che contribuiscano ad arricchire una tavolozza dei grigi ancora una volta più orientata ad affrescare la malinconia che a tuffarsi negli abissi della disperazione. Così doom e death si intersecano con suggestioni post metal, gothic, prog e addirittura blues, il tutto con una naturalezza che non solo tiene lontano il lavoro da quelle sensazioni di “accatastamento di ascendenze” che spesso nascondono operazioni ad elevato tasso di ruffianeria, ma, soprattutto, testimoniano una profondità di ispirazione che è il vero tratto distintivo dei capolavori.

Intanto iniziamo subito a sedare eventuali dubbi derivanti dal cambio di cantante: Fabio Urietti raccoglie un’eredità pesante ma la sua risposta sul campo è davvero sorprendente per maturità e varietà di esiti. Sicuro nel clean e abrasivo quanto basta nello scream, non ha probabilmente nel growl catacombale di marca Thomas A.G. il suo punto di forza ma, proprio per questo, evita di scimmiottare modelli improbabili ripercorrendone i passi, gestendo con equilibrio le proprie qualità. Il versante vocale dell’album, peraltro, risulta essere uno dei più “presidiati” dalla band, come dimostra il ricorso a due ospiti più che d’eccezione del calibro di Daniel Droste (frontman degli Ahab) e Jani Ala-Hukkala (dal 2009 al microfono dei finlandesi Callisto) e non è certo un caso se nell’intero dipanarsi delle tracce il cantato non conosca passaggi a vuoto o cali di tensione. Detto di una prova solidissima della coppia d’asce Ragnoli/Saccheri, una nota di merito particolare va tributata al lavoro alla tastiera di Simone Mutolo, maestro di atmosfere nelle parti più delicate, ma fondamentale anche ad accompagnare i passaggi in cui l’energia deflagra incontenibile (qualcuno ha detto Aleksi Munter?...).

La cifra artistica dell’album emerge chiarissima già dall’opener, Blood and Skin, il brano più canonicamente doom/death del lotto, vergato da indubbi richiami agli Swallow the Sun (a cominciare dal cantato di Urietti, qui sulle tracce di sua maestà Mikko Kotamaki e tutt’altro che a disagio, nella resa), ma attenzione però, perché, laddove a completare le assonanze ci si attende una classica sfuriata di scuola Raivio/Jamsen, qui spunta invece uno struggente riff dai tratti floydiani che smorza la tensione magistralmente e riporta il viaggiatore in una dimensione più delicatamente a misura d’uomo. La prospettiva cambia immediatamente con This Place We Used to Call Home, arricchita da venature prog che rimandano a un quadro d’insieme opethiano, in cui i Nostri trovano il modo di incastonare anche un passaggio folk, a dimostrazione dei livelli di poliedricità raggiunti e della fermezza della mano nella contaminazione dei registri.
La “finestra degli ospiti” si apre con Beneath This Lake, dove il contributo di Daniel Droste porta pressoché inevitabili richiami a quel nautik doom di cui gli Ahab stessi si proclamano alfieri: una litania che riecheggia il canto sinuoso delle sirene, sciabordii di risacche, onde che si gonfiano all’improvviso, tutto sembra convergere verso il trionfo dell’elemento liquido, che satura i solchi prima che il dissonante vento finale asciughi corpi e scafi. Si vola verso la qualifica di “best of” dell’album con la successiva Gone, divisa nettamente in due tra un avvio melodic death dietro cui si intravedono distintamente le sagome di Insomnium e Amorphis e uno splendido finale dominato dalle inquietudini post metal a forti tinte “cosmiche” esaltate dai Rosetta di The Galilean Satellites (anche qui il brano risulta cucito perfettamente sulle caratteristiche dell’ospite, se pensiamo che i Callisto sono ai vertici della diramazione scandinava del post metal).
E’ ancora il prog affogato in una struttura death a segnare per larghi tratti indelebilmente il corso di A New Maze, ma anche in questa occasione gli (EchO) evitano di replicare soluzioni già sperimentate e offrono una salutare divagazione in territorio atmospheric rock, quasi allentando la presa sul ritmo per sottolineare gli aspetti più “lirici e poetici” della loro ispirazione. La calma instillata nella trama sembra poter dilagare anche nella conclusiva Order of the Nightshade, ma si tratta di una tregua di breve durata, perché se è vero che la potenza viene ancora tenuta a freno, è altrettanto vero che la traccia si anima presto di spettri e figure in dissolvenza, che portano sulla scena affanni e turbamenti. Con simili premesse, non stupisce che ci si trovi stavolta di fronte a un doom discretamente orientato verso il gothic (prontamente sottolineato dallo scream di Urietti, qui molto vicino a uno dei “maestri mediterranei” del genere, Josep Brunet degli Helevorn), ma per un’ultima volta gli (EchO) trovano il modo di stupire, regalando un elegantissimo assolo blues che galleggia divinamente tra David Gilmour e Roberto Ciotti, prima della canonica esplosione finale.

Etereo e allo stesso tempo sorretto da architetture ardite, capace di brandire indifferentemente il cesello e la spada, distillato di generi in ricomposizione in un turbinio di alchimie sempre nuove e cangianti, emozionante fino al midollo, Head First into Shadows è un album che rivendica prepotentemente uno dei posti d’onore tra le uscite di questo 2016. L’Italia ha perso definitivamente gli (EchO), questi sei ragazzi sono ormai un patrimonio mondiale della metal umanità.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
95.37 su 8 voti [ VOTA]
Red Rainbow
Martedì 26 Luglio 2016, 21.42.40
13
@ entropy : scusami, vedo solo ora il mess... prova a contattarli sul loro profilo FB, sapranno senz'altro dove indirizzarti
entropy
Mercoledì 20 Luglio 2016, 14.17.35
12
Io non riesco a trovare il formato fisico di quest'album. Posso chiedere consigli su dove trovarlo? o è vietato dalle politiche del sito nominare "venditori di cd"?
Paultunas
Lunedì 13 Giugno 2016, 16.44.28
11
Album spettacolare, riesce ad emozionare come pochi
The End
Domenica 12 Giugno 2016, 12.40.50
10
Album davvero incredibile,ho apprezzato particolarmente il connubio tra melodic death e doom,perfetti anche i momenti acustici e più calmi.Voto 88
Mao
Domenica 12 Giugno 2016, 12.25.14
9
Grazie a tutti per le belle parole ragazzi E' stata dura realizzare questo disco, sapere che vi è arrivato in questo modo ci riempie di soddisfazione. Grazie, davvero. Mauro, chitarro degli (EchO)
Le Marquis de Fremont
Venerdì 10 Giugno 2016, 15.07.02
8
Grazie Monsieur Red Rainbow per la risposta. Au revoir.
Red Rainbow
Giovedì 9 Giugno 2016, 23.56.04
7
@ Le Marquis : i due "rilasci" ufficiali sono questi, ci sono due demo antecedenti a Devoid ma il grosso del materiale è stato comunque ripreso nel debut...
Le Marquis de Fremont
Giovedì 9 Giugno 2016, 11.08.27
6
Uso la parola del commento n°1: che spettacolo! Disco veramente di altissimo livello con splendide composizioni e una freschezza di fondo veramente percepibile. Complimenti al gruppo e a Monsieur Red Rainbow per la segnalazione. Voi in Italia, avete spesso queste grandissime band che meriterebbero spazi e visibilità molto migliori. Vado subito a procurarmi il loro Devoid of Illusion. hanno fatto solo questi due album? Au revoir.
AdeL
Giovedì 9 Giugno 2016, 0.33.32
5
Opera di immensa profondità. Impossibile scomporre l'impeccabile sequenza espositiva dei brani, o meglio, impossibile definirli brani. E' un ricco e raffinato lavoro "unitario"... è un poema in musica dove non puoi tagliare o spostare le strofe, sarebbe un grave errore.
Le Marquis de Fremont
Martedì 7 Giugno 2016, 17.31.33
4
Sembra veramente interessante...
Armo
Martedì 7 Giugno 2016, 15.42.33
3
Ma che album è?!?!? Zero noia!!! Bello… bello, mi è piaciuto molto più del primo. La nuova voce si inserisce a meraviglia e mi ha ricordato, a tratti, nell’interpretazione delle prime due tracce, la voce di Anders Jacobsson nei primi album dei Draconian.
Canyon
Lunedì 6 Giugno 2016, 12.14.20
2
Superata la possibile diffidenza del primo momento nel passare attraverso la varietà di timbri che contraddistingue un pezzo dall'altro, non ci si può sottrarre da ascoltare e riascoltare l'intero album, nel quale rieccheggia l'eco di sonorità musicali e vocali di importanti gruppi del doom/prog e post metal (con accennati sconfinamenti in altri territori musicali), il tutto realizzato con notevole classe e peculiarità. La recensione, esaustiva e sentita, è un invito a immergersi nell'ascolto....
Remy
Venerdì 3 Giugno 2016, 23.30.59
1
Che spettacolo.
INFORMAZIONI
2016
BadMoodMan Music
Death / Doom
Tracklist
1. Blood and Skin
2. This Place We Used to Call Home
3. Beneath This Lake
4. Gone
5. A New Maze
6. Order of the Nightshade
Line Up
Fabio Urietti (Voce)
Mauro Ragnoli (Chitarre)
Simone Saccheri (Chitarre)
Simone Mutolo (Tastiere)
Agostino Bellini (Basso)
Paolo Copeta (Batteria)
 
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