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Paradise Lost - Symbol of Life
11/06/2016
( 1983 letture )
I Paradise Lost decisamente non sono una band che ama riposarsi sui successi ottenuti. Sono stati precursori, innovatori e promotori di un genere ossianico come il doom/black metal. Ma soprattutto, hanno più volte saputo sfidare il rischio di non replicare le stesse formule collaudate, preferendo divertirsi tra sperimentalismi e novità, per poi osservare la risposta del pubblico. Si sono evoluti così album dopo album, tenendo col fiato sospeso i propri fan a causa di salti di stile non proprio morbidi. Leggasi One Second e successori. C'è chi lo chiama svendersi per seguire il guadagno, e chi rimanere fedeli alle proprie intuizioni a discapito delle voci maligne.

Symbol of Life è una forza inaspettata, una nuova svolta musicale, nata dalla voglia di giocare che ispira da sempre il gruppo inglese. Dopo tre album non proprio trionfali, la band sforna il suo disco elettronico più riuscito, una commistione tra l'artificiosità di suoni sintetizzati e l'istintività delle sonorità heavy andate sacrificandosi qualche anno prima. Si percepisce la nostalgia del passato, il luccichio dei primi successi che tornano a farci l'occhiolino. L'elaborazione della giusta sintesi tra vecchio e nuovo, l'equilibrio tra vecchie carte vincenti e nuove frecce al proprio arco. Quel che ne nasce è un CD fresco, al passo coi tempi, ma che riesce a farsi piacere anche da buona parte dei metallari più radicali.
Le chitarre tornano ora infatti a ruggire veramente, accompagnate da una solida componente elettronica dalle sonorità ipnotiche ed aliene, che circonda ogni brano di un'atmosfera futuristica. La voce di Nick Holmes torna a sporcarsi, riuscendo a dipingere magistralmente il turbinio di sentimenti che pervade le canzoni dei Paradise Lost da sempre. Perché è certo che se c'è qualcosa che permane, quel qualcosa è proprio la sofferenza, il decadentismo strisciante, il disagio autentico che può cambiare forma, ma mai sparire. Il songwriting si allontana dall'ermetismo del passato per diventare più accessibile, più amichevole all'ascoltatore, oscilla tra ribellione, impotenza, senso di alienazione e malinconia.
Il disco si compone di undici canzoni, più due cover facenti parte dell'edizione speciale del disco, per un totale di cinquanta minuti spaccati. L'esordio spetta alla martellante Isolate, che trascina da subito in una girandola incalzante di percussioni quanto mai vive e sintetizzatori ben dosati. Successivamente Erased accoglie la partecipazione del vocalist Lee Dorian, direttamente dai Cathedral, e di Joanna Stevens. Come a ricordare i vecchi tempi, quando la fusione di linee vocali femminili intervallate dalla controparte growl maschile ancora era una novità e aveva fatto la differenza. Il brano è un potenziale earworm, che si intrufola nei canali uditivi e non li lascia. In Two Worlds presta la voce niente di meno che il poliedrico Devin Townsend.
Forse non sarà il primo brano di cui vi ricorderete alla fine del lotto, ma il testo è davvero straziante e la voce di Holmes lo interpreta ad arte. Il vocalist riesce a bilanciarsi tra momenti di afflizione pura in medio-piano, ed esplosioni di una tormentata afflizione.
Pray Nightfall combina atmosfere misteriose e sognanti. Il ritmo sembra scandito dalle percussioni tribali di una danza estatica, mentre i cori contribuiscono al lamento di una voce stordita che vagheggia all'imbrunire la tregua e il sonno. Primal si fa introdurre da una eterea voce femminile prima di esplodere. Le sonorità elettroniche sottolineano il suono massiccio e tagliente delle chitarre e basso e batteria danno al brano un sostegno irrefrenabile. Nonostante quasi tutti i pezzi abbiano la potenzialità del singolo, Perfect Mask è quella che lascia il segno. Il groove penetra nitido, come risoluta è la voce che canta rassegnata la falsità di una vita inautentica scandendo ogni sillaba. In Mistify e No Celebration i toni si smorzano e diventano supplichevoli. Volendo interpretarla la prima la definirei un'invocazione sorda di chi dopotutto ancora invita:

Don't mystify your love

Nel ritornello, strumenti e cori esistono in funzione della voce conferendole solennità mentre si cade, con la seguente, nella tragicità. Se prima si aveva un vago sentore di distensione e compostezza, No Celebration è un climax verso la ricaduta nella disillusione più tempestosa e la voce e musica finiscono con l'inasprirsi nuovamente. Self Obsessed è invece un brano energico, contiene l'assolo di chitarra più lungo del platter e, come gli altri pezzi, sembra quasi avere vita propria, grazie anche all'ottimo songwriting. In Symbol of Life e Channel for the Pain la voce si destreggia tra il pulito alla Host e lo sporcato più aggressivo, facendo meritare a Nick Holmes una lode per la versatilità e l'audacia. Si finisce infine, per i possessori della versione limitata, con la cover di Xavier dei Dead Can Dance e Small Town Boy dei Bronski Beat: entrambe non stonano all'interno del CD e colpiscono nel segno.

Chi amava gli ultimi tre dischi dei Paradise Lost non rimarrà deluso. Chi invece pensava che la band si fosse venduta o rammollita dopo il rilascio di One Second, potrebbe cambiare idea. Il fatto è che questo rimane un gruppo dal buon gusto musicale, che indipendentemente dallo stile, è capace di prodotti qualitativamente alti.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
88.4 su 10 voti [ VOTA]
InvictuSteele
Lunedì 8 Maggio 2017, 14.29.59
9
Dopo quasi un anno dal mio commento mi sono accorto dell'errore che ho scritto, l'omonimo è la rinascita (voto 75), un bellissimo disco, seguito poi dal grandissimo In Requiem (voto 80).
Mic
Lunedì 13 Giugno 2016, 15.06.30
8
Invictus, la penso come te. Per i miei gusti però è un 59
gianmarco
Domenica 12 Giugno 2016, 10.24.42
7
a quando host ?
caciocavallo
Sabato 11 Giugno 2016, 20.53.39
6
bello, sicuramente migliore del precedente bilieve in nothing. 75 ci sta tutto
InvictuSteele
Sabato 11 Giugno 2016, 17.21.09
5
Questo, almeno per me, rappresenta il periodo buio dei PL, cioè quello che va da One Secondo (compreso) all'omonimo (compreso). Nonostante sfornassero album discreti io li ho sempre trovati noiosi e troppo pop, questo qui non fa eccezione, si assesta sul 70, cioè un buon disco, ma che non mi ha mai preso più di tanto. In Requiem rappresenta la rinascita, e da li in poi ho ripreso ad amarli.
Diego
Sabato 11 Giugno 2016, 14.47.23
4
I PL non sono ruffiani e non lo sono stati neanche quando la loro virata elettronica poteva farlo pensare. Non sono mai stati coerenti con la loro musica bensì con le loro idee ed estro del momento. E' inutile cercare un filo conduttore nella loro discografia, basti vedere quanto è cambiato Holmes nelle vocals, da growl a pulito, passando per Hetfield e ritorno. Sono stati destabilizzanti fin dal debutto, tant'è che alcuni idolatrano Gothic, altri Draconian times, altri One second, tre dischi diversissimi inquadrabili in generi diversi. Quello che è tangibile è l'altissimo livello della loro discografia (vedi voti a fianco) con pochissimi (uno?) passi falsi. Purtroppo pagano la loro compostezza live, il timido e taciturno Holmes e la (fin troppa?) sobrietà che li ha sempre distinti. Resteranno sempre una band incompiuta nonostante le gemme che ha proposto. Personalmente tra i miei gruppi preferiti cmq
terzo menati
Sabato 11 Giugno 2016, 13.15.59
3
Sono d'accordo con Rob, non è il capolavoro one Second ma e' comunque un disco più che discreto. 70
Metal Shock
Sabato 11 Giugno 2016, 11.03.13
2
Per me i Paradise Lost si sono fermati a One second. Poi non mi hanno detto più niente. Anche gli ultimi album non mi prendono più di tanto. Questo album lo avrò ascoltato una volta e poi dimenticato.
Rob Fleming
Sabato 11 Giugno 2016, 10.19.52
1
Del periodo elettropop è quello che ho ascoltato di meno. Non è tutto da buttare: Erased, Primal, No celebration, Channel for pain e Perfect mask sono brani talmente buoni che fanno arrivare alla larghissima sufficienza l'album. Più che altro non ebbero il successo che si aspettavano, ma in fin dei conti non hanno mai sbagliato un album. 75
INFORMAZIONI
2002
Supersonic Records
Gothic
Tracklist
1. Isolate
2. Erased
3. Two Wolds
4. Pray Nightfall
5. Primal
6. Perfect Mask
7. Mystify
8. No Celebration
9. Self Obsessed
10. Symbol of Life
11. Channel for the Pain
Line Up
Nick Holmes (Voce)
Gregor Mackintosh (Chitarra, Tastiere)
Aaron Aedy (Chitarra)
Steve Edmondson (Basso)
Lee Morris (Batteria)

Musicisti Ospiti
Lee Dorrian (Voce nella traccia 2)
Devin Townsend (Voce nella traccia 3)
Joanna Stevens (Voce nelle tracce 2, 5, 7)
Rhys Fulber (Tastiere)
Jamie Muhoberac (Tastiere nelle tracce 1, 2, 4, 11)
Chris Elliott (Pianoforte, Archi nelle tracce 8, 10)
 
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