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David Bowie - Station to Station
18/06/2016
( 1904 letture )
David Bowie è uno degli artisti più complessi e mutevoli abbiamo avuto la fortuna di ammirare; ogni suo lavoro risulta essere un vero e proprio microcosmo da scoprire, conoscere ed analizzare, almeno fin dove possibile. Risulta, quindi, estremamente complesso esaminare una qualsivoglia opera di tale artista ed è facile immaginare quanto possa essere difficile parlare di uno dei suoi lavori più articolati ed oscuri, nonché intimi. Station To Station è tutto questo, uno dei dischi più difficili ed introspettivi che Bowie abbia mai inciso, per svariati motivi. Uno dei principali è sicuramente il fatto che prende vita nel momento più buio della vita del fu Ziggy Stardust, completamente intrappolato nella spirale della dipendenza e -di conseguenza- della paranoia più nera. La gestazione dell'album nacque durante il periodo americano di Bowie, trasferitosi negli Stati Uniti poco più di un anno prima: da questo spostamento nel paese delle opportunità presero corpo gli ennesimi successi (Diamond Dogs e Young Americans), nonché un mutamento netto del look: Bowie abbandonò completamente le vesti di icona glam, per un abbigliamento decisamente più sobrio e di classe, che poneva l'accento sulla sua sola maestosa, nonché androgina, bellezza. In concomitanza con questi enormi successi, i quali portarono Bowie a scalare persino le classifiche americane, aumentò esponenzialmente anche l'uso di droghe da parte dell'artista, in particolare della cocaina, fino ad arrivare a livelli davvero insostenibili dopo il trasferimento a Los Angeles.

Tutti gli eventi di questo esteso periodo fecero da ispirazione per il nuovo e definitivo “cambio di pelle” della star glam per eccellenza, che delineò completamente la figura del Duca Bianco, personaggio iconico che risulterà accompagnarlo per tutto il resto della carriera. Questi sono anche gli anni più vociferati di Bowie, dove i racconti “mitici” e “leggendari” si sprecano. Tante cose sono state dette -e molti continuano a sostenerle tutt'ora- sullo stato di salute fisico e mentale del Duca al tempo; sempre di questi anni sono le infondate accuse di nazismo, che nonostante risultasse un elemento molto interessante per il Bowie mentalmente instabile del tempo, venne enormemente ingigantito, fino a sfociare nello “scandalo” della Victoria Station, dove gli venne additato l'utilizzo del saluto romano. La maggior parte delle provocatorie dichiarazioni dell'epoca -come gran parte di quelle che ha sempre rilasciato- vennero intese su un piano decisamente differente rispetto a ciò che l'artista voleva effettivamente esprimere: ma una delle più grandi rockstar al mondo parlava del Nazismo, bastava per confezionare una notizia che avrebbe fatto parlare chiunque. Nonostante tutto, anche questa visione esoterica e teatrale di un movimento come quello nazionalsocialista servì come fonte d'ispirazione per il gigantesco flusso di coscienza riversato nella maestosa title track dell'album.

Arriviamo quindi al vero e proprio lavoro. Siamo nel novembre del '75 quando iniziano le effettive registrazioni, che si divideranno tra i Cherokee Studios e gli L.A. Record Plant Studios. Ennesime voci girano intorno alle sessioni di registrazione, da molti definite interminabili. Si dice arrivassero a toccare le 24 ore consecutive in studio, fatto mai constatato, in quanto lo stesso Bowie affermò di non ricordare praticamente nulla di quel periodo a causa (ma anche grazie) dello smodato uso di cocaina. Sta di fatto che la spettacolare band creata per l'occasione riuscì a compiere egregiamente il proprio dovere, dando vita ad uno dei dischi più complessi della produzione bowieana. L'album è una sinuosa fusione di sonorità, che spaziano, come al solito, nei lidi più disparati, creando ibridi dalla natura semplicemente eccezionale. La prima dimostrazione è l'eccezionale title track che apre il disco con dieci minuti di pura classe, dove tutta la follia di David Bowie viene mostrata, senza peli sulla lingua, insieme alla nascita della nuova figura del Duca Bianco che si staglia al di sopra degli uomini con tutta la sua grandezza, guardando con disgusto il mondo che lo circonda, sicuramente non degno dell'onore riservato dalla sua presenza. Il brano si apre con il suono distorto di un treno su rotaie, che va evolvendo facendo immediatamente comprendere verso chi, questa volta, Bowie aveva teso l'orecchio. Gli eletti sono nientemeno che i pionieri tedeschi del krautrock, ovvero Kraftwerk, Tangerine Dream, Cluster e Neu! I primi arriveranno addirittura a citare lo stesso Station To Station nel loro successivo album: Trans Europe Express. Nonostante tutto non si tratterebbe di David Bowie se si limitasse ad assimilare influenze senza apportare cambiamenti radicali o innovazioni, ed è proprio grazie a questa voglia di creare ibridi impensabili che insieme al krautrock troviamo un ritorno alle sonorità decisamente più dure e graffianti che avevano caratterizzato gli anni in Europa. Dopo l'elettronica intro si staglia un distorto feedback di chitarra sul quale si innesta un pulsante giro di basso per poi sfociare in un riff dalle ritmiche di matrice comunque funk. Su questa meravigliosa base sonora Bowie sciorina tutte le sue più oscure paranoie, da cui prende vita il Duca Bianco toccando gli elementi precedentemente illustrati. Ci sono riferimenti mitologici, esoterici, si parla delle dipendenze dell'artista, del Nazismo, della sua visione distorta della vita in quel preciso periodo, la quale delinea un profondo senso di solitudine, che sembra addirittura esulare dalle droghe.

Oh, what will I be believing and who will connect me with love? […]
It's not the side-effects of the cocaine, I'm thinking that it must be love. It's too late to be grateful


Il brano è una continua mutazione di tempi, ritmiche e andamento, fino ad arrivare alla metà dove cambia completamente veste, virando verso un rock 'n' roll che non si sentiva da tempo in un lavoro del fu Aladdin Sane, sostenuto su spettacolari ritmiche di batteria e chitarra, egregiamente accompagnate dal piano della E Street Band, Roy Bittan. Lo spazio che viene lasciato ai soli è massiccio, i quali arrivano ad accompagnare quasi tutta la parte finale del brano, a dimostrazione di come la vena rock di Bowie fosse decisamente viva, nonostante le affermazione rilasciate all'epoca, in cui egli stesso affermava di aver ormai chiuso con il rock 'n' roll. Nonostante la seconda metà del brano sia decisamente più adrenalinica, ed apparentemente allegra (come anche in altre occasioni all'interno del disco) è proprio in questo momento che si respira la malinconia più pura.

I must be only one in a million, I won't let the day pass without her. It's too late

L'andamento subisce una netta virata con Golden Years, che riporta prepotentemente alle sonorità di Young Americans, di stampo nettamente più funk e -come si è soliti definire il periodo del precedente album- “plastic soul”. Il brano fu anche il primo singolo estratto e stupì abbastanza quando si venne a conoscenza delle influenze krautrock presenti nell'album, visto che risultò “ingannevole” dando l'impressione che l'artista stesse ripercorrendo la strada già battuta nel disco precedente. La composizione è molto accattivante e scala immediatamente le classifiche, arrivando fino al decimo posto in quelle americane e rivelandosi come l'ennesimo successo commerciale. Il pezzo si riferisce chiaramente ad una donna e venne rispettivamente rivendicato sia da Angie, storica moglie del cantante, che da Ava Cherry, corista nonché sua amante. Con Word On A Wing ritroviamo parzialmente le influenze kraut miscelate a del vero e proprio gospel, che, a primo impatto, sembra di natura decisamente parodistica. Il brano risulta essere estremamente dolce, sostenuto da un'immensa prestazione vocale da parte di Bowie che si muove nuovamente sulle note di pianoforte di Bittan, il quale sottolinea le proprie capacità. La composizione sembra avere due diverse chiavi interpretative: se la vedessimo dal lato più cinico del Thin White Duke potremmo dire con sicurezza che si tratta di un brano parodistico, sopratutto se si analizza qualche verso in particolare.

Does my prayer fit in with your scheme of things?

D'altro canto bisogna tenere presente il periodo di grande smarrimento che David stava attraversando, un momento di sconforto e depressione, che, forse, potrebbe anche averlo realmente spinto a cercare rifugio in qualcosa di più grande come la figura di Dio, non riuscendo, nonostante tutto, ad interagire correttamente con essa. In definitiva potremmo dire che la verità sta nel mezzo: probabilmente i due punti di vista coesistono all'interno della composizione, con un Bowie scoraggiato che cerca rifugio ma che trova comunque dell'ipocrisia all'interno di quell'elemento in cui vorrebbe abbandonarsi.

In TVC15 l'ispirazione è data dalla celeberrima scena di The Man Who Fell To Earth dove Thomas Jerome Newton arriva a guardare contemporaneamente dodici televisori differenti, drogandosi letteralmente del fiume di notizie che convergono in lui, fino ad arrivare ad una vera e propria overdose. Dall'ispirazione di questa scena Bowie scrive la storia narrata nel brano, che vede come protagonista un uomo completamente rapito dal suo “TV Color 15” che fagocita la sua ragazza, trascurata per dare attenzioni allo strumento tecnologico. L'uomo arriva a pregare il televisore, come fosse una divinità, di rendergli la propria innamorata ma questo rimane impassibile. Così il protagonista fantastica sulla possibilità di entrare egli stesso nell'oggetto per ricongiungersi con la donna. Ovviamente il testo è una grande critica all'alienazione causata dall'errato utilizzo del mezzo tecnologico che stava prendendo sempre più piede. A livello prettamente musicale il brano risulta avere una struttura estremamente intrigante, che si rifà quasi esclusivamente al rock 'n' roll di stampo più classico, con una base portante di chitarra e piano. Molto pregevoli anche i chorus che svolgono egregiamente il proprio lavoro, spingendo l'ascoltatore ad immergersi in questo sincopante delirio dovuto all'alienante presenza della divinità prosaica.
Il penultimo brano, Stay torna a miscelare nuovamente il rock con il funk, con un risultato ottimo, nonché una delle migliori prove sotto questo punto di vista. Il pezzo è l'ennesima richiesta di aiuto da parte dell'artista che, in questo caso canta tutta la sua solitudine su una base funk, con un risultato quasi allucinante. Il contrasto tra musica sincopante, quasi allegra, e testo praticamente opposto è un marchio di fabbrica di Bowie, il quale riesce a renderlo originale ogni volta. David Robert Jones nel 1975 è un uomo profondamente spaventato e solo, non si nasconde dietro questa situazione e sottolinea il modo in cui continua a tirare avanti.

The days fell on their knees, maybe I’ll take something to help me. Hope someone takes after me.

L'artista londinese vuole qualcuno accanto ma non riesce nemmeno a dire realmente ciò che prova.

”Stay “ that’s what I meant to say or do something

La composizione si chiude con una lunga e stupenda coda strumentale che vede Slick fare il diavolo a quattro, deliziando con un solo magnifico in tutta la sua durata. In chiusura abbiamo l'unica cover presente nel brano e si tratta di Wild Is The Wind, brano scritto da Dimitri Tiomkin ed originariamente inciso da Johnny Matis nel 1957, in occasione del film omonimo. Il brano è una dolce e struggente ballata che mette in mostra tutte le immense doti interpretative del Duca Bianco, insieme ad una prestazione vocale entusiasmante. Non poteva esserci pezzo migliore per chiudere questo quintetto di brani provenienti direttamente dal periodo peggiore della vita di David che ha però contribuito a creare uno dei suoi lavori più introspettivi e belli.

Station To Station arriva quindi a conclusione, entrando immediatamente nei cuori di tutti i fan come uno dei lavori più apprezzati del Duca Bianco anche se molto spesso ingiustamente accantonato. Si tratta di uno dei momenti più privati ed intimi di un artista che non si è mai risparmiato e che ha fatto della sperimentazione il suo punto focale. La bellezza di ascoltare David Bowie sta proprio nel non sentire mai qualcosa di uguale, in nessun caso. Anche i lavori meno ispirati risultano unici, diversi da tutto e tutti, fatto innegabile. Station To Station è anche un disco di profonda transizione, che si pone in un periodo ancor più sperimentale e che poi farà da filo conduttore con il ritorno in Europa e la costruzione della trilogia berlinese. C'è da ricordare che se abbiamo avuto dischi come Low, Heroes e il sottovalutato Lodger è solo grazie all'esistenza di quest'album. Ma questo disco supera letteralmente il tempo e lo spazio ed è direttamente collegabile, come subito si è fatto notare, con l'ultima meravigliosa produzione di Bowie, Blackstar. Tanti i richiami: sia per il numero di tracce, che per la title track, la quale somiglia sotto il punto di vista della durata e della costruzione del brano alla prima traccia del disco trattato. A conferma di tutto ciò abbiamo il video di Lazarus che vede il musicista indossare proprio gli stessi abiti utilizzati per il photo set di Station To Station. Molto famoso lo scatto che venne utilizzato per il retrocopertina, il quale vedeva Bowie sdraiato con indosso tali abiti, intento a disegnare l'albero della vita ebraico. C'è anche un altra foto decisamente conosciuta, ovvero quella che ritrae il cantante in piedi, con le braccia attaccate al corpo, i pugni serrati ed uno sguardo molto serio; tale posa viene ripresa in maniera identica sempre nel video di Lazarus tanto che nel web sono spopolati i collage che mettevano a confronto i due diversi momenti.
Station To Station è un disco magnifico, seminale. Nonostante la sua intricata struttura potrebbe fungere perfettamente da punto d'inizio per ascoltare David Bowie: quello che sentirete in queste cinque tracce è il Bowie più vero che potreste desiderare, prendere o lasciare. In quest'album riversò tutto se stesso; la scelta finale è dell'ascoltatore, immergersi in questo vortice di complicati sentimenti o soprassedere di fronte a tanti elementi di natura così privata... esattamente come in Blackstar.

Stay this time, I really meant to so bad this time. 'Cause you can never really tell when somebody wants something or wants to stay



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
81.72 su 11 voti [ VOTA]
VomitSelf
Lunedì 20 Giugno 2016, 15.08.48
4
Disco splendido. Sprizza coca da ogni poro. 99...
Le Marquis de Fremont
Domenica 19 Giugno 2016, 11.33.05
3
Recensione splendida. Grandi complimenti a Monsieur The Spaceman. Non sono un grande ammiratore del Bowie americano e funk ma la recensione è veramente bella. Au revoir.
Simo
Sabato 18 Giugno 2016, 21.39.47
2
Let's dance no dai...tutto quello che vuoi eh ma su...
Hard & heavy
Sabato 18 Giugno 2016, 17.30.05
1
fidatevi di me il signor David Bowie a partire da 1969 - Space Oddity fino a 1984 - Tonight solo CAPOLAVORI ecco gli altri: 1970 - The Man Who Sold the World 1971 - Hunky Dory 1972 - The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars 1973 - Aladdin Sane 1973 - Pin Ups 1974 - Diamond Dogs 1975 - Young Americans 1976 - Station to Station 1977 - Low 1977 - "Heroes" 1979 - Lodger 1980 - Scary Monsters (and Super Creeps) 1983 - Let's Dance 1984 - Tonight
INFORMAZIONI
1975
RCA Records
Rock
Tracklist
1. Station to Station
2. Golden Years
3. Word on a Wing
4. TVC15
5. Stay
6. Wild is the Wind
Line Up
David Bowie (Voce, Chitarra, Sax)
Carlos Alomar (Chitarra)
Earl Slick (Chitarra)
Roy Bittan (Pianoforte)
George Murray (Basso)
Dennis Davis (Batteria)
 
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