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Rampart - Codex Metalum
20/06/2016
( 711 letture )
La zona dell’Est europeo non è mai stata tenuta in particolare considerazione nel mondo del metal, eppure il numero delle band è sicuramente abbondante anche da quelle parti. Ogni settore è rappresentato con più o meno fortuna, ma quello del “metal classico” è uno dei più floridi; almeno numericamente. Nello specifico, è alla Bulgaria che si volge il nostro sguardo, per l’analisi di Codex Metalum, quarto album dei Rampart. Fondati nel 2006, caratterizzati in particolare dalla presenza alla voce della cantante Maria “Diese” Doychinova e già incontrati in occasione della recensione di Voice of the Wilderness, i Nostri si ripresentano ora sul mercato con una formazione quasi completamente rinnovata. Il tutto, però, non serve ad evitar loro i problemi annotati già la scorsa volta.

Come detto in apertura, lo stile prescelto dalla band è quello del metal classico di stampo mitteleuropeo, grosso modo periodo 82/84. In questa ottica, la masterizzazione del disco, affidata a Arne Lakenmacher (Gamma Ray, Stormwarrior, Doro) presso gli High Gain Studios di Amburgo è assolutamente coerente, con suoni “antichi”, ma svecchiati ciò che basta per renderli fruibili ai nostri giorni sia da chi con quelle sonorità è cresciuto, che da coloro i quali sono venuti dopo, ma apprezzano la purezza di questo genere di composizioni. Dando un colpo al cerchio epic/speed ed uno alla botte dell’heavy metal degli inizi del decennio d’oro che ispira ogni nota suonata dai Rampart, i bulgari mostrano le qualità necessarie per rendere credibile la loro musica, ma anche un limite intrinseco che, paradossalmente, è (o potrebbe essere) il loro maggior pregio. Almeno sulla carta. Fin dallo speed metal di Apocalypse or Theater, primo pezzo in scaletta, a spiccare sono elementi precisi: la grande convinzione, la dedizione e l’onestà intellettuale del gruppo, il quale riesce immediatamente a comunicare l’amore per ciò che suona, senza nascondere le influenze del resto palesi nel modo di scrivere -i Maiden aleggiano sull’operato di chiunque si riferisca a questo periodo- e la voce della Doychinova, invero piuttosto sconcertante. Il suo timbro sottile ed adolescenziale risulta monocorde e sempre un po’ fuori posto rispetto alla concretezza delle canzoni, ma restando dentro al suo territorio -un range medio senza picchi tonali- riesce tutto sommato a reggere. Almeno a patto di entrare completamente nel mood del gruppo. Quando gli arrangiamenti la obbligano invece ad interpretare in modo più marcato e personale, i suoi limiti vengono fuori in modo troppo evidente per passare inosservati. Ad esempio, anche i semplici controcori di questo primo pezzo suonano striduli e poco efficaci, ma quello dei cori poco riusciti è uno dei problemi generali di Codex Metalum. Quando poi la cantante viene costretta a muoversi in territori dark che richiedono grande capacità di comunicare certe atmosfere, il risultato è quasi imbarazzante, come vedremo. Speed convinto con ritornello epic anche con Diamond Ark, poi The Metal Code riesce addirittura ad avvincere, tale e tanta è la sincera ingenuità e la capacità di riportare indietro nel tempo di questi ragazzi, che anche i difetti fin qui evidenziati passano in secondo piano. Per tornare però tragicamente alla ribalta con Sacred Anger. Il brano vorrebbe essere sinistro e fino al ritornello, tutto sommato, riesce ad essere dignitoso, ma poi la Doychinova si lascia andare ad un intermezzo che, supponiamo, vorrebbe essere ulteriormente sinistro, scandendo per alcuni secondi con timbro nasale una specie di filastrocca musicale, con risultati agghiaccianti a prescindere da cosa stia cantando e perché. Anche i successivi cori non brillano certo per qualità, ed è un peccato, dato che il pezzo non è male e con un bel basso in evidenza. Di seguito, il ruolo della power ballad con evoluzione standard in un pezzo dai BPM elevati, quasi imprescindibile all’interno di un simile copione, è affidato a Of Nightfall. Niente di scandaloso, comunque, al netto del solito limite corale. Ancora speed Accept-style anni 80 con Into the Rocks, ottima per far roteare criniere dal vivo, quindi un piacevole tuffo negli anni 70 per omaggiare i Black Sabbath, anche tramite il testo, con Colors of the Twilight. Originalità sottozero, ma riff-tipo e ritmi sempre piacevoli da ascoltare. Power-heavy-epic di matrice tedesca a profusione con Crown Land, prima di chiudere con una cover di Majesty dei Blind Guardian, il che ribadisce il retroterra culturalmente teutonico dei Rampart. Fatto ulteriormente confermato dalla passata partecipazione del gruppo ad un tributo ad Helloween e Gamma Ray.

Codex Metalum è un lavoro tutto sommato abbastanza godibile, una volta che l’ascoltatore si è calato concettualmente nello spirito che anima i Rampart. I ragazzi di Sofia, infatti, sembrano sinceramente appassionati del tipo di musica che suonano, assolutamente incuranti di quanto sia di moda o meno e di essere perfettamente in grado di trasmetterlo a chi ascolta. Niente di clamoroso o, men che mai, di nuovo (ovviamente), solo del buon metal di una volta fatto col cuore. Purtroppo, le caratteristiche della voce di Maria “Diese” Doychinova, da molti considerata “caratteristica” e “decisa”, per inciso, risultano restrittive per le ambizioni del gruppo. Se la cantante riuscisse a comprendere quali sono i suoi limiti, non solo e non tanto dal punto di vista tecnico e quali sono i territori dove non è il caso di avventurarsi -Sacred Anger è paradigmatica- potrebbe davvero risultare un marchio di fabbrica addirittura vincente, ma allo stato attuale dei fatti, così non è. Album che potrebbe strappare tranquillamente una sufficienza molto più ampia da parte di chi ama il genere, ma che resta invece a galleggiarci attorno per le cause spiegate.



VOTO RECENSORE
62
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2016
Iron Shield Records
Heavy
Tracklist
1. Apocalypse or Theater
2. Diamond Ark
3. The Metal Code
4. Sacred Anger
5. Of Nightfall
6. Into the Rocks
7. Colours of the Twilight
8. Crown Land
9. Majesty
Line Up
Maria “Diese” Doychinova (Voce)
Victor Georgiev (Chitarra, Cori)
Sebastian Agini (Chitarra, Cori)
Alexandar Spiridonov (Basso)
Jivodar Dimitrov (Batteria)
 
RECENSIONI
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