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Primordial - Spirit the Earth Aflame
25/06/2016
( 1158 letture )
Agli albori del nuovo millennio, fanno il loro atteso ritorno sulle scene europee i Primordial che, a due anni di distanza, si ritrovano a dover dare un degno e peculiare erede a quel maestoso gioiello chiamato A Journey´s End, che aveva dimostrato con pienezza le capacità e l'acquisita maturità del combo irlandese. Il risultato, intitolato Spirit the Earth Aflame, appare, a conti fatti, non deludere affatto le aspettative, confermando la solidità di Nemtheanga e soci e ponendo solide basi su cui la band costruirà -e molto- negli anni a venire.

Le sette tracce che compongono il lotto (una manciata in più, se si considerano anche la versione jewelcase della stessa Hammerheart Records o la successiva reissue a cura di Metal Blade) sanno essere infatti interessanti e coinvolgenti, mantenendo l’affascinato ascoltatore incollato allo stereo per l’intera durata del platter. Lo stile proposto in questa sede dai Primordial si mantiene un folk/black di pregevole fattura, all’interno del quale va ad ampliarsi con concretezza la componente pagan dei testi, in questo caso concentrati sul ritorno dell’Irlanda alle sue origini pagane, a violento scapito della così profondamente radicata ma imposta cristianità. La rabbia, l’emotività, l’orgoglio agrodolce di tali vicende sono narrate con convinzione ed energia da Nemtheanga, che con la sua tagliente voce di stampo black metal sa ben interpretare il manifesto di questa lotta, raccontata largamente in clean, con lo screaming a rafforzare i momenti di particolare climax.
Dal punto di vista strumentale, in Spirit the Earth Aflame si nota ancora una volta l’apprezzabile e ricercata attenzione al dettaglio del combo irlandese, che sa tessere una trama di riff black ipnotici e in continuo, seppur non rapido, sviluppo, ben supportati da una batteria marziale, ma mai vicina a quelle soluzioni più tipiche della fiamma nera quali i blast beat, nonché da possenti ritmiche. A smorzare in parte i toni è la melodicità di questa release, tratto che comunque non rimane esente da quell’ombra di struggente melanconia e rassegnazione così frequentemente fil rouge nelle pubblicazioni di casa Primordial. Ancora una volta, inoltre, la band preferisce non optare per l’utilizzo di strumenti tradizionali per rafforzare il proprio lato folk, ricorrendo invece a soluzioni inaspettate ma di successo, quali il rimando, in The Cruel Sea, al noto compositore Seán Ó Riada, figura tra le più influenti della rinascita della musica irlandese tradizionale, soprattutto negli anni Sessanta.
La produzione, infine, si conferma infine di ottimo livello, capace di creare atmosfere epiche e suggestive, mantenendo nel contempo un buon bilanciamento tra i vari strumenti, pressoché mai in conflitto tra loro.

Tirando le somme di questa terza fatica a marchio Primordial, appare dunque chiaro come la formazione di Dublino sia riuscita a portare alle stampe un disco che confermi il proprio ottimo stato di forma e perfezioni quello che negli anni a seguire si manterrà loro marchio di fabbrica, offrendo all’ascoltatore, sia egli di primo pelo o di lunga militanza, un platter solido e intrigante, dalla duale anima forte e disperata, massiccia e fragile, specchio in parte del sempre tormentato e irrequieto animo irlandese. Una release essenziale all’interno della discografia del combo, decisamente consigliata anche a chi volesse avvicinarsi alla loro proposta per la prima volta.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
95.87 su 8 voti [ VOTA]
Le Marquis de Fremont
Martedì 28 Giugno 2016, 13.46.15
5
Un altro super disco di questa immensa band Irlandese. A parte il loro stile unico ed estremamente affascinante, hanno dalla loro un songwriting ispirato e fresco e sottolineo anche io la profondità e mai banalità dei testi. Metto The Burning Season, tra le vette. Una musica da vivere e gustare fino in fondo. Au revoir.
InvictuSteele
Lunedì 27 Giugno 2016, 11.12.15
4
Questa è una grande band che non ha sbagliato nulla in carriera, e questo album qui è una delle numerose perle che i Primordial ci hanno regalato negli anni.
enry
Sabato 25 Giugno 2016, 14.10.54
3
Concordo con Doomale, per me non ne hanno mai sbagliato uno, anche se il mio preferito resta A Journey 's End ma giusto di un pelo. Band monumentale.
tevildo75
Sabato 25 Giugno 2016, 12.10.59
2
Per stile e varietà questo è il mio album preferito.Fortunatemente anche dopo hanno mantenuto un libello di qualità sempre alto, ma hanno abbandonato il lato folk puro.
Doomale
Sabato 25 Giugno 2016, 11.53.05
1
Dopo a Journey's end un altro discone capolavoro che incarna il vero spirito del folk pagan Black di quello serio. Continua lenta e inesorabile la marcia verso i capolavori che verranno dopo con "to the nameless dead" in testa. Band di caratura superiore alla media sia per la musica sia per le liriche sempre attente analizzatrici di tradizioni ma anche e soprattutto di storia troppo spesso dimenticata. Quindi non per la massa fortunatamente. Poche cazzate insomma, altro che band fin troppo osannate al giorno d'oggi. Gods to the godless e the burning season ovviamente non possono mancare nei loro live. Voto 88
INFORMAZIONI
2000
Hammerheart Records
Folk/Black
Tracklist
1. Spirit the Earth Aflame
2. Gods to the Godless
3. The Soul Must Sleep
4. The Burning Season
5. Glorious Dawn
6. The Cruel Sea
7. Children of the Harvest
Line Up
Alan Averill "Nemtheanga" (Voce)
Ciáran MacUiliam (Chitarra)
Pól MacAmlaigh (Basso)
Simon O'Laoghaire (Batteria)
 
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