Privacy Policy
 
IN EVIDENZA
Album

Candlemass
The Door to Doom
Demo

BlurryCloud
Pedesis
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

22/03/19
THE END MACHINE
THE END machine

22/03/19
PSYCHOPUNCH
We Are Just As Welcome As Holy Water In Satans Drink - 22nd anniversary special edition

22/03/19
DYING GORGEOUS LIES
The Hunter and the Prey

22/03/19
IMPRECATION
Damnatio Ad Bestias

22/03/19
FROZEN CROWN
Crowned In Frost

22/03/19
THE TREATMENT
Power Crazy

22/03/19
TERROR OATH
Terror Oath

22/03/19
S91
Along The Sacred Path

22/03/19
ANGEL BLACK
Killing Demons

22/03/19
AORATOS
Gods Without Name

CONCERTI

22/03/19
PROSPECTIVE
SATYRICON - ALATRI (FR)

22/03/19
PINO SCOTTO + GUESTS
LA CLAQUE - GENOVA

22/03/19
PROFANAL + EKPYROSIS + CARRION SHREDS
EXENZIA - PRATO

23/03/19
FUROR GALLICO
DAGDA CLUB - RETORBIDO (PV)

23/03/19
IMAGO IMPERII + GUESTS
ALCHEMICA MUSIC CLUB - BOLOGNA

23/03/19
SEPTICFLESH + KRISIUN + DIABOLICAL + XAON
CENTRALE ROCK PUB - ERBA (CO)

23/03/19
HELLUCINATION + GUESTS
EVOL LIVE CLUB - ROMA

23/03/19
NANOWAR OF STEEL
MEPHISTO - ALESSANDRIA

24/03/19
SEPTICFLESH + KRISIUN + DIABOLICAL + XAON
ALCHEMICA - BOLOGNA

24/03/19
INCANTATION + DEFEATED SANITY + GUEST
CENTRALE ROCK PUB - ERBA (CO)

Baroness - Purple
26/06/2016
( 1490 letture )
La verità è che di gruppi in grado la differenza ai giorni d’oggi ce ne sono parecchi, ma spesso e volentieri giocano troppo in casa, rinunciando ad essere personali per adattarsi agli schemi classici, riproducendoli in tutto e per tutto fino ad annientarsi a livello di individualità musicale o, al contrario, giocano tanto coi generi da diventare inafferrabili per i più e, a volte, andare in crisi di identità, senza più capire dove andare e quale direzione sia poi la propria. Risultato di queste crisi, spesso e volentieri, sono poi dischi di transizione, verso una sempre maggiore semplificazione che ricorda appena i primordi, ma si muove verso la ricerca della “canzone” perfetta, dove prima vigeva il caos creativo. L’ordine e la pulizia dove prima vincevano l’ispirazione pura e la non forma. Comprensibile. Nel settore sludge, ad esempio, abbiamo un filotto di gruppi, che iniziano con i padri Neurosis e passano poi per Mastodon, Kylesa, High On Fire e Baroness, che col genere primordiale condividono sin dall’inizio solo alcuni caratteri e hanno poi invece puntato tutto sul futuro, commistionando la materia con tutto quello che balzava loro per le mani, finendo poi, in alcuni casi, in una involuzione/semplificazione che a tanti è parsa pura svendita commerciale, al fine di accreditarsi presso le grandi masse, rinunciando alla propria specificità e all’aggressività iniziali, a favore di strutture e melodie più lineari e facilmente intellegibili. Pretendere di sapere cosa passa per la testa di un musicista è pura dietrologia, un esercizio di stile. In realtà spesso e volentieri si finisce per dare aria alle proprie prevenzioni e alla propria visione del Mondo, più che alle intenzioni di una band. Se ispirazione deve essere, ebbene da secoli sappiamo che essa non è indirizzabile in maniera specifica verso qualcosa e quando questo avviene il risultato è evidentemente forzato e palesemente privo di sostanza. Quindi, la vera differenza, è sempre e soltanto l’ispirazione: se questa persiste, le frontiere sono inesistenti e l’infinito a portata di mano o, al contrario, essa trova il modo di esaltarsi ed esprimersi anche all’interno di canoni prestabiliti e strutture rigidamente codificate. Se la stessa viene a mancare, tutto si riduce ad un esercizio di stile, che si resti nel proprio cantuccio/habitat iniziale o che si cerchi un’evoluzione originale o, ancora, che ci si slanci verso le praterie del successo (?) discografico, ammesso che questo esista ancora.

I Baroness vengono da un momento molto difficile, originato da un evento catastrofico: un gravissimo incidente, che ha inciso nella mente e nel corpo le sue conseguenze. Tutti i membri della band ne hanno sofferto, a partire dal leader John Baizley che ha rischiato di perdere del tutto l’uso del braccio sinistro. A qualcuno è andata anche peggio e così Allen Blickle e Matt Maggioni, basso e batteria originali, sono stati costretti a ritirarsi dalla scena, lasciando Baizley e Adams a fare i conti con i propri fantasmi e con una carriera da far ripartire. Se la musica è gioia e voglia di condividere con i propri amici un sogno, come reagire quando la vita si intromette in maniera così violenta, riportandoti alla realtà in modo grave e perdurante? Questa la domanda che i Baroness hanno dovuto affrontare. Yellow & Green, l’album precedente, risale ormai al 2012 e per molti si è trattato di un vero e proprio shock: un disco molto lungo, forse perfino troppo, autoreferenziale e nel quale l’approccio iniziale veniva abbandonato in gran parte a favore di canzoni più melodiche, morbide e psichedeliche, con strutture meno variegate e un approccio cantato decisamente meno ostico che in passato. La band stava seguendo la propria ispirazione o aveva deciso invece coscientemente di avviare un processo di commercializzazione? La risposta all’ascoltatore. Quello che conta in questa sede è che qualcosa deve essere nel frattempo maturato e portato a conseguenza, assieme all’elaborazione del lutto conseguente all’incidente stradale. E’ un fatto che già dal colore scelto per questa nuova release, Purple, unione del rosso e del blu, che avevano caratterizzato i primi due album del gruppo, qualche segnale la band lo stia dando. Altrettanto fa la splendida copertina opera come al solito di Baizley, che mostrando quattro figure centrali e una precisa simbologia, sembra voler alludere ad una nuova unione rivolta al futuro, come lo sguardo delle fanciulle. Al tempo stesso, la decisione di avvalersi della collaborazione di un produttore esterno, David Fridmann, e la volontà di produrre il disco in proprio, attraverso la Abraxan Hymns, conferma che qualcosa è cambiato e che col nuovo album era tempo non solo di conferme, ma anche di novità.
Purple è alla fine esattamente questo. Una rinascita, che si ricollega col passato della band e con le sue radici, ma al contempo le volge al futuro, verso qualcosa di nuovo, alla ricerca di quella che dovrà essere l’identità definitiva e non ancora raggiunta dai Baroness. Sarà giusto obbiettare che forse al gruppo la svolta dei sempre presenti Mastodon sia piaciuta e interessata molto, ma altrettanto si potrà obbiettare che l’ispirazione ce l’hai o non ce l’hai, non te la dona nessun altro e i Baroness, anche in questo Purple, dimostrano di averne molta. Forse perfino troppa, pur avendo di fronte un disco comunque decisamente più intellegibile, anche rispetto a Yellow & Green e pur andando a ripescare qualcosa dal passato e anzi forse proprio per questo. Le canzoni recuperano dinamicità e impatto, vengono asciugate dalla prolissità e dall’autoreferenzialità, vengono spesso ridotte all’essenza, ma restano al contempo così variegate e mutevoli, che anche la presenza di refrain decisamente melodici e di un approccio canoro ormai quasi del tutto dimentico delle urla, in favore di un cantato vero e proprio, non riescono a ridurre la complessità della proposta di una band davvero di difficile catalogazione. C’è un ritorno allo sludge dicevamo, ma restano anche le venature psichedeliche, il substrato prog e appaiono perfino alcune derive dark/post punk, nel cantato quanto nelle linee di basso e chitarra e il tutto si centrifuga attorno a canzoni che raramente superano i quattro/cinque minuti eppure non sono quasi mai ferme. Rock nella loro essenza, ma sfuggenti nella definizione definitiva.

Così se l’apertura di Morningstar avrà fatto venire più di un batticuore ai vecchi fan del gruppo, col suo riff prepotente, grasso e il basso in evidenza, ecco che subito dopo lo sviluppo del brano ci conduce verso lidi più accessibili, che fanno da preludio ad uno splendido bridge e ad un refrain apprezzabile e subito coinvolgente, fino all’assolo lisergico di Adams. Si fa notare l’ottimo lavoro della sezione ritmica, potente e mai ferma, che si conferma nel singolo Shock Me. Anche qua siamo di fronte ad un brano decisamente rockeggiante, all’apparenza facile facile, con tanto di ritornello cantabile e armonizzazioni su un tappeto ritmico palesemente dark, che spiazza e non poco rispetto ai canoni del gruppo, che decide poi a metà brano di inserire un bel break heavy/psych/stoner preparatorio all’assolo che piacerà molto a chi ha gusti Seventies da soddisfare. E sono i Baroness o gli Interpol quelli che intonano Try to Disappear prima della distorsione alla fine del refrain? Forse un titolo come Kerosene può ricondurci verso terreni più conosciuti e consoni? In realtà non molto e l’utilizzo di sintetizzatori e chitarre acustiche disorienta l’ascolto, per quello che alla fine è un ottimo brano rock, appena psichedelico, graziato da un refrain enorme e dall’ottimo lavoro di un Thomson implacabile. Non è pop rock, ma non siamo neanche poi così lontani. A questo punto la band introduce una rottura quanto mai necessaria nell’equilibrio del disco, con Fugue dannatamente settantiana nel suo incedere guidato da basso, batteria e Wurlitzer, appena accompagnato dalla chitarra, che arriva poi a prendere il proscenio in una tipica evoluzione in crescendo che apre la strada a Chlorine & Wine, vero apice dell’album, con le sue palesi citazioni ai Pink Floyd e il suo incedere dilatato e psichedelico, ma ancora metal nel fraseggio chitarristico. Con The Iron Bell, si torna sui territori di Shock Me, ma stavolta il trascinante refrain si regge su una distorsione tipicamente sludge che stempera e dà grande dinamismo ad un brano ancora una volta quasi post punk nel riffing delle strofe. Desperation Burns si regge inizialmente su riff nervoso e sincopato molto apprezzabile che ben evidenzia il cantato, mentre una nuova apparizione dei synth disorienta le orecchie e dona mutevolezza ad uno degli episodi più interessanti del disco, che poi recupera anche un giro sabbathiano degno di nota sotto l’assolo. Il disco si chiude poi su un brano crepuscolare e disperato, altro colpo a segno, dominato dall’atmosfera notturna e dal cantato di Baizley, ennesima dimostrazione della versatilità dei Baroness e della difficoltà di inquadrare la loro proposta.

Come detto in apertura, gruppi capaci di fare la differenza ci sono eccome, ai giorni nostri e i Baroness rientrano tra questi. Giusta o sbagliata che sia, l’evoluzione che ha coinvolto la band difficilmente può essere passata come priva di ispirazione e figlia di un esclusivo interesse commerciale. La canzoni non si scrivono da sole e Purple conferma che la band di Savannah ha qualcosa da dire e i mezzi per farlo ad un alto livello. Il recupero di sonorità affini ai primi album avviene però apertamente con la mediazione della svolta impressa con Yellow & Green e questo è bene chiarirlo. Al tempo stesso, la band opta per una concisione nella scrittura dei brani che semplifica l’ascolto, ma lo rende comunque piuttosto articolato e complesso. Nell’arco dei quasi quarantacinque minuti di durata, il disco si muove tra una infinità di generi ed ispirazioni, frammentando e ricomponendo tutto, senza posa e senza fermarsi due volte nello stesso bacino creativo. Questo conferma quanto i Baroness siano da considerarsi attentamente e quanto sia alto il loro livello compositivo. Eppure, pur dovendo rilevare e sottolineare quanto di buono si ascolti in un disco come Purple, sarebbe errato non dire che non tutte le canzoni sono di pari livello e quanto in qualche caso il filo lungo l’ascolto si perda e diventi difficoltoso arrivare in fondo al disco senza provare almeno una volta una spiacevole sensazione di noia. Un gruppo così può e deve fare di meglio, negarlo sarebbe ingiusto nei loro confronti. Purple non è l’album definitivo di questa band e, al quarto tentativo, forse sarebbe il caso che lo fosse. Eppure gli eventi occorsi negli ultimi anni lasciano il segno e questo sarebbe altrettanto ingiusto non considerarlo. Il tempo per la consacrazione e per l’album da lasciare alla Storia c’è, il talento e le capacità pure. Il futuro lo racconteranno i posteri, a noi interessa il presente.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
88 su 6 voti [ VOTA]
Mauroe20
Giovedì 29 Novembre 2018, 17.57.17
3
Dimenticavo il booklet e' davvero bellissimo
Mauroe20
Giovedì 29 Novembre 2018, 17.54.17
2
Davvero un buon lavoro!Non stanca mai.Voto 80
Rob Fleming
Venerdì 30 Settembre 2016, 20.51.53
1
Il doppio precedente resta insuperato (e forse insuperabile), ma in ogni caso Fugue e l'ipnotica Chlorine & Wine sono brani eccellenti. Per i miei gusti la voce questa volta eccede in ruvidezza perché Morningstar, Shock Me e Try to Disappear ne avrebbero beneficiato. 75
INFORMAZIONI
2015
Abraxan Hymns
Sludge/Rock
Tracklist
1. Morningstar
2. Shock Me
3. Try to Disappear
4. Kerosene
5. Fugue
6. Chlorine & Wine
7. The Iron Bell
8. Desperation Burns
9. If I Have to Wake Up (Would You Stop the Rain?)
10. Crossroads of Infinity
Line Up
John Baizley (Voce, Chitarra, Campane, Glockenspiel, Wurlitzer)
Pete Adams (Chitarra, Cori)
Nick Jost (Basso, Contrabbasso, Piano, Sintetizzatori)
Sebastian Thomson (Batteria)
 
RECENSIONI
80
85
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]