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Spiritual Beggars - Sunrise to Sundown
13/07/2016
( 1890 letture )
Con gli Spiritual Beggars, Amott dà sfogo alla sua creatività, con gli Arch Enemy ci campa

Così sintetizzava con rara incisività un nostro lettore, in sede di commento alla recensione di Earth Blues, ottavo capitolo in studio del combo di Halmstad. Giudizio sicuramente tranchant e forse un po’ ingeneroso, ma che coglieva indubbiamente più di un tratto distintivo di due carriere dalle traiettorie sempre più divaricate, da un lato con il versante death della casa madre in evidente affanno creativo e dall’altro con le pulsioni hard rock del progetto parallelo in piena esplosione, certificate dall’assenza di passaggi a vuoto in vent’anni (all’epoca) di onorata militanza. Se a questo aggiungiamo che da allora gli Arch Enemy sono riusciti nell’impresa di accelerare il processo di discesa negli inferi della mediocrità con l’imbarazzante War Eternal, era quasi fisiologico attendersi una reazione uguale e contraria che confermasse la tesi dell’esistenza di una sorta di entropia qualitativa tra i due moniker.

E davvero non tradisce le attese, questo Sunrise to Sundown, regalando una band ancora una volta in stato di grazia, capace di aggirarsi in territori già arati da falangi di epigoni di mostri sacri del passato mantenendo però intatta la capacità di scovare e dissodare zolle ancora relativamente vergini. Intendiamoci, non che l’impresa sia in sé proibitiva, quando un roster può annoverare frammenti di antiche nobili militanze, dagli Opeth (Per Wiberg alle tastiere) ai Firewind (Apollo Papathanasio al microfono) o collaborazioni non ancora interrotte, dai Grand Magus (Ludwig Witt alle pelli) ai citati Arch Enemy (oltre ad Amott, il bassista Sharlee D’Angelo, peraltro transitato anche per i gloriosi Mercyful Fate, sul finire degli anni Novanta), ma non di rado abbiamo assistito a spettacoli non del tutto edificanti, quando componenti dall’indiscutibile spessore individuale hanno dato vita a supergruppi con chiari “deficit d’anima”. Gli Spiritual Beggars, oltretutto, dimostrano una capacità innata di non attardarsi sul già consolidato, portando a compimento il processo di inaridimento delle radici stoner degli esordi, del resto in progressiva atrofizzazione fin da Return to Zero.

È bene anche non prestare troppo credito all’immagine della cover, ennesima opera d’arte prestata alla musica da quell’autentico santone che è ormai diventato nell’ambiente metal Costin Chioreanu, reduce da collaborazioni quanto mai latitudinarie, dai Vulture Industries agli Arcturus, passando per Dread Sovereign e Charm Designer. Una lucertola screziata da disegni lisergici, funghi dalle promesse più che vagamente allucinogene, la canonica coabitazione e compenetrazione di opposti rappresentata da sole e luna in armonia, tutto sembra convergere verso una prospettiva psichedelica, ma le undici tracce raccontano una storia (quasi) completamente diversa, a favore di un approdo hard rock classico dalla resa squisitamente settantiana, su cui Deep Purple e Lynyrd Skynyrd dispiegano tutta la loro ombra senza dimenticare, però, anche altri contributi, magari più carsici ma non meno distinguibili, dagli Whitesnake ai Triumph (a patto di non provare minimamente, in quest’ultimo caso, ad accostare i timbri vocali di Papathanasio ed Emmett).

Musica per sabbia, birra & asfalto, da vivere a bordo di una Thunderbird, o, se si appartiene piuttosto al coro dei devoti delle due ruote, di un’Electra Glide rigorosamente aerografata fin nei dettagli, Sunrise to Sundown si nutre dell’epopea degli spazi sconfinati delle pianure nordamericane, maneggiati con sorprendente maestria da una band che, non dimentichiamolo, batte formalmente bandiera svedese. C’è dunque molto southern rock, tra le pieghe della narrazione, così come la vena blues del quintetto sembra approfittare di ogni anfratto per emergere in superficie, ma il vero cuore pulsante dell’album si materializza in una triade di eccellenze aperta dal cantato di Papathanasio (qui, alla terza prova, perfettamente integrato e capace di non far rimpiangere un gigante come Christian “Spice” Sjostrand), irrobustita dai riff di Amott e completata dal lavoro di Wiberg, mai così in simbiosi con il suo Hammond. L’unico, vero rischio che corrono gli Spirituals Beggars è quello di risultare un po’ troppo derivativi, insistendo nel proposito di estrarre materiale puro da una vena più che discretamente saccheggiata, ma, anche al netto della classe sconfinata con cui affrontano la prova (che da sola “salverebbe” lavori di fattura ben più zoppicante), va detto che l’album rivela sfumature in continua ricomposizione e invita a ripetere gli ascolti prima di sbilanciarsi in una valutazione definitiva.

Tocca alla titletrack aprire la danze con una scossa di energia pura, sorta di inno alla mistica del viaggio su cui però si innestano alla perfezione anche momenti corali e una sei corde in perenne movimento tra cumuli di nitroglicerina e improvvisi rientri melodici. Non tarda molto ad arrivare, l’onda Deep Purple, ed eccola gonfiare in fretta le vele di Diamond under Pressure, dominata da un organo che immaginiamo Jon Lord guarderà con più che indulgenza, dalla sua eterea dimora. Se l’eco dei Rainbow marchia a fuoco la graffiante What Doesn’t Kill You, per le ascendenze di Hard Road non c’è che l’imbarazzo della scelta, dall’infanzia discografica degli Scorpions (una Top of the Bill, per intenderci, quando a guidare la nave del ritmo c’era Ulrich Roth) a vaghi richiami acceptiani nell’assolo di Amott. La spenta Still Hunter minaccia una caduta di tensione foriera di sviluppi pericolosi, ma a raddrizzare la barra provvede subito la multiforme No Man’s Land, solcata dalle onde epiche di quel Perfect Strangers che è stato il vertice creativo dei Purple ottantiani e impreziosita da un inserto alle soglie della teatralità avantgarde.
Ben riuscito anche l’esperimento di I Turn to Stone, in cui Ludwig Witt si prende il proscenio con un martellante lavoro di batteria che approda non lontano da esiti tribalistici, incupendo non poco l’atmosfera e confermando la ricchezza delle soluzioni nelle corde dei Nostri. Una poco più che onesta e tutt’altro che memorabile Dark Light Child prepara l’arrivo di uno dei capolavori dell’album, Lonely Freedom, trionfo psichedelico forse debitore, chissà, di un uso non solo decorativo dei funghi disegnati da Chioreanu in copertina. Anche in questo caso, dopo No Man’s Land, siamo in presenza di un brano che sfiora i sei minuti e con gran costrutto, certificando potenzialità che gli Spiritual Beggars in realtà sembrano purtroppo coltivare di rado, preferendo cimentarsi su distanze più contenute; rimane una discreta dose di rammarico per una strada battuta così di rado, l’impressione è che, alle prese con minutaggi sostenuti, siano in grado di sorprendere edificando con maestria architetture arditamente articolate. La legge del contrappasso si abbatte inevitabile sulla tracklist con un altro episodio da “fast listening” come You’ve Been Fooled, ma fortunatamente la chiusura è affidata a un pezzo di ampio respiro e pari ambizioni. Ed eccola, Southern Star, semi ballad dal forte retrogusto blues che indovina tempi e modi degli inserti, da un pianoforte vagamente malinconico all’ennesimo riff dilatato che riconduce ad unità la doppia anima Purple e Skynyrd.

Non riscrive i confini di un genere, non attraversa lande che non abbiano già conosciuto un affollamento di pentagrammatici esploratori, non spalanca prospettive che generino vertigini, Sunrise to Sundown è piuttosto un distillato aureo di tutti gli elementi che hanno reso immortale la tradizione hard rock, rivisitati con eleganza e opportuno senso della misura. Vintage per alcuni, forse un po’ stucchevolmente retro per altri, la realtà è che gli Spiritual Beggars sono una band che non riesce a sbagliare un colpo. Non necessariamente il passato è un peso di cui liberarsi…



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
82.2 su 5 voti [ VOTA]
PATRIK
Giovedì 10 Agosto 2017, 21.17.15
14
GRAZIANO , ,MA LO STONER NDO LO METTI E IL DOOM????
Graziano
Sabato 20 Maggio 2017, 13.19.53
13
Vintage sicuramente, ma se si pensa che il primo album è del 94, possiamo affermare che almeno hanno anticipato di un buon decennio il revival anni settanta di tantissime band di adesso. Disco stupendo per una band che davvero non ha sbagliato un album
Ciccio
Domenica 17 Luglio 2016, 23.38.05
12
Tranqui Red...recepito!😉
Red Rainbow
Domenica 17 Luglio 2016, 23.28.09
11
@ Ciccio : ci mancherebbe, grazie mille per la segnalazione, non ti ho risposto semplicemente perchè non ho corretto io il testo ma direttamente la redazione (che ringrazio del pari per la sollecitudine) e vedo solo ora il "carteggio"...
jo-lunch
Domenica 17 Luglio 2016, 20.40.44
10
Ah..Ah..Ah... @Ciccio. Il tuo ultimo commento mi ha proprio divertito. Porta pazienza, magari Zolfo prima o poi ti risponde... Un piccolo appunto : eccezionale si scrive con una sola zeta. Però mi hai fatto ridere e ti perdono. Ciao.
Ciccio
Domenica 17 Luglio 2016, 19.54.20
9
Bravo recensore, vedo che hai modificato. Ringraziare ti è troppo difficile?
Ciccio
Domenica 17 Luglio 2016, 12.00.00
8
Disco eccezzionale per una band eccezzionale che non sbaglia un colpo. Un solo appunto alla recensione, il cantante Papathanasio è alla terza prova e non alla seconda (Return to Zero, Earth Blues e Sunrise to Sundown).
Leonardo G.
Venerdì 15 Luglio 2016, 1.28.02
7
Stupendo.
tino ebe
Giovedì 14 Luglio 2016, 11.04.09
6
Lambro sono d’accordo infatti ho detto tendo a diffidare di chi si pone volutamente vintage nei suoni e nel look, ma non che sono contrario, anzi se entro nel dettaglio e trovo una proposta che mi piace ben venga.
LAMBRUSCORE
Giovedì 14 Luglio 2016, 10.19.48
5
@tino ebe, io non ci vedo niente di male al "vintage", diciamo. Alcuni esempi, concerti thrash anni 80, blues anni 30, rockabilly anni 50, ecc...anche nel look di chi suona tutto ci può stare, parere mio, è chiaro, se no cosa facciamo, teniamo solo i gruppi usciti negli ultimi 3 o 4 anni? No, grazie, ahaha
tino ebe
Giovedì 14 Luglio 2016, 10.01.15
4
d'accordo con il metal s. Un bel disco e una bella band di stelle, solitamente tendo a diffidare di chi cerca di apparire (in questo caso per evidente passione) vintage o old school a tutti i costi, ma qua ci sono soprattutto belle canzoni interpretate con passione e semplicità da musicisti che si divertono. Roba vecchio stile ma con suoni moderni e attuali, un merito speciale ad Apollo che si conferma uno dei migliori cantanti contemporanei. Oserei fare un parallelo fra questo gruppo oggi e gli attuali europe, proposte musicali sostanzialmente sulla stessa linea.
LAMBRUSCORE
Giovedì 14 Luglio 2016, 7.48.36
3
Ma chi hanno preso alla voce? Pollo Pangasio, grandi, l'ho apprezzato soprattutto coi Time Requiem , gruppo che in pochissimi hanno cagato. Di questo disco ho ascoltato 3 pezzi, sempre molto derivativi, ma ogni tanto li sento volentieri..
Metal Shock
Giovedì 14 Luglio 2016, 6.27.08
2
Album meraviglioso per una band meravigliosa. Hard rock anni 70` di classe pura; a parte la quasi "cover" purpleiana Diamond under pressure, comunque un bel brano, ci sono altre dieci stupende canzoni, tra Purple, Whitesnake, southern rock, un cantante meraviglioso che regala una prestazione ottima, e dei musicisti straordinari. Canzoni come la titletrack, Hard road, What doesn`t kill you, Southern star... sono veri e propri gioielli che resisteranno alla prova del tempo. Per me Amott non ha mai sbagliato un album come Spiritual Beggars, tutti da 80 in su, ed e` un peccato che come scritto nella frase che apre la recensione, debba guadagnarsi da vivere con l`altra sua band, perche` la qualita` qui abbonda alla stragrande e magari, trent`anni e piu` fa, avrebbero venduto milioni d dischi.
Ovest
Mercoledì 13 Luglio 2016, 20.11.59
1
Piaciuto molto, specie sulla fine. Gli darei un po' piu di 80
INFORMAZIONI
2016
Century Media
Hard Rock
Tracklist
1. Sunrise to Sundown
2. Diamond under Pressure
3. What Doesn’t Kill You
4. Hard Road
5. Still Hunter
6. No Man’s Land
7. I Turn to Stone
8. Dark Light Child
9. Lonely Freedom
10. You’ve Been Fooled
11. Southern Star
Line Up
Apollo Papathanasio (Voce)
Michael Amott (Chitarre)
Per Wiberg (Tastiere)
Sharlee D’Angelo (Basso)
Ludwig Witt (Batteria)
 
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