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Messenger (ENG) - Threnodies
19/07/2016
( 1361 letture )
Lamenti neri, strazianti, assordanti. Lamenti di morte.
Profondamente ispirati dagli eventi di sangue che negli ultimi mesi stanno terrorizzando la popolazione del "mondo occidentale" -in particolar modo quella francese- i britannici Messenger scrivono Threnodies, uno di quei dischi che personalmente non finirò mai di ascoltare perché incredibilmente curati e raffinati, oltre ad essere tremendamente belli e riusciti. Uno di quei lavori che restano in sospeso, così ricchi di spunti da non poter esser interpretati in via definitiva, un po' come accade per tutti i dischi politico-sociali come questo.
Eppure, Threnodies, secondo capitolo della breve ma già importante carriera dei Messenger, non ha trovato orientamenti critici uniformi, soprattutto nel nostro paese, forse perché troppo spesso equiparato ai lavori targati Radiohead o più probabilmente perché non capito.
Vero, Threnodies presenta delle forti ed innegabili affinità sonore (solo tali) col longevo gruppo del geniale Thom Yorke, soprattutto se prendiamo in considerazione le uscite da Hail to the Thief in poi, ma si tratta pur sempre di una realtà inglese dal tipico sound british ormai rodato e strautilizzato in patria. Non a caso sarà altrettanto semplice trovare parentele con altri gruppi made in UK come Coldplay ed il relativo e splendido Parachutes o con gli Anathema dell'ultimo decennio. È importante di conseguenza non fossilizzarsi eccessivamente su questo aspetto legato alla comunanza, visto che sono storia e cultura del posto d'origine a giustificarlo. Almeno questo è il mio punto di vista. Se poi vogliamo uscire dai confini della regina, direi che qualche richiamo a Damnation degli Opeth potrebbe materializzarsi.
Comunque, fatte queste premesse che potrebbero effettivamente far pendere l'ago della bilancia in favore di chi non vede i Messenger di buon occhio proprio perché troppo derivativi (anche se questa sensazione andrebbe rivista), offuscando di conseguenza quanto di buono riscontrato dal mio umile orecchio e dal mio (altrettanto umile) animo, i protagonisti della recensione hanno comunque tanto da offrire che non sia preso in prestito. Hanno tecnica, buon gusto, un songwriting di altissimo livello ed una capacità di far respirare e vivere la musica che compongono che in pochissimi hanno. Se mi consentite un filo di tono polemico, li paragonerei ai Pink Floyd solo per questa ultima virtù, perché per il resto, i londinesi in questione, con Gilmour e soci, hanno davvero poco da spartire a differenza di quanto affermato da una buona fetta di recensori che probabilmente ha peccato di troppa superficialità o troppa fiducia verso chi ha dipinto il disco e la band in questione come il futuro del new-prog, quando tale genere sembrerebbe in stallo da un po'.

Ma dirigiamoci con entusiasmo verso i punti forti del disco.
Prima di tutto, merita una particolare attenzione l'opera d'arte in copertina, firmata Daniel Correa Mejìa. Una goccia di sangue mista a lacrime e nebulose, su sfondo bianco, pesante come un macigno e pronta a sporcare le dita di chiunque la sfiori solamente. L'artista è stato duro con tutti noi, per la serie "chi è senza peccato, scagli la prima pietra". Solo per questa presentazione, l'album si becca la sufficienza piena.
Come dicevo, la musica respira, vuol liberarsi dal supporto rigido che la imprigiona, vuole ipnotizzarci, farci riflettere. Sembra parlarci avvertendoci di svegliarci prima che sia troppo tardi. Questa è una delle tante interpretazioni, però. Qualcuno potrebbe leggerci tristezza, rassegnazione o desolazione. Altri potrebbero intravedere speranza o non so cosa. Fatto sta che sia testi che musiche hanno grandi doti comunicative ed un grande carisma.
Le capacità tecniche in line up impressionano in positivo. I leader indiscussi sono Khaled Lowe e Barnaby Maddick. I due si dividono i compiti da compositore, voce e chitarra solista-ritmica con risultati eccellenti. E che dire di Arellano e Leach, rispettivamente batterista e bassista della band? Sublimi, rocciosi e delicati. Dan Knight si nasconde dietro le tastiere, ma il suo lavoro di synth è tutto, cuore e spirito dei Messenger.
Inutile l'analisi delle singole tracce. Threnodies è una cosa sola ed è meglio così. Non si può apprezzare Oracles of War senza esser passati per Calyx e così via.
Splendide le chitarre, espressive, leggere ma corpose, abbellite da una produzione leggermente sporcata e volutamente vintage per trasmettere una sensazione di instabilità sentimentale e temporale. Unici i solo che chiudono Oracles of War ed enfatizzano Nocturne, in stile Daniel Cavanagh, praticamente perfetti nella loro eleganza. Vediamo scorrere diapositive ed immagini forti che non vorremmo mai vedere, ma anche buoni auspici. Capolavori. Balearic Blue è un brano a dir poco decisivo per il disco, con un ritornello di grande impatto che risveglia dallo stato comatoso indotto dall'arpeggio portante e che piace per la sua semplicità, per la sua facile assimilazione. Si passa da Celestial Spheres ed è un altro viaggio imperdibile. Insomma, sarebbe impossibile citare tutte le bellezze di questo fantastico album che si chiude con la cover di Tim Buckley Song Slowly Song. Mi vien quasi voglia di dire che l'unico vero difetto risieda nella breve durata, ma potrei anche sbagliarmi.

Si tratta di art rock o solo classic rock, non proprio di prog o new-prog. Sicuramente dividerà perché potrebbe risultare pesante per chi non ama certi ritmi più blandi e deludente per chi aveva certe aspettative dopo il sorprendente successone di Illusory Blues e necessitava di una copia, ma dal titolo diverso. Consiglio vivamente di prestare attenzione nell'ascolto di questo album in ogni passaggio, in ogni silenzio, in ogni battito. Threnodies è un gioiello contemporaneo che non può, anzi, non deve passare inosservato. Diffidate dai voti bassi, dunque. Non sono impazzito io e non sono impazziti alla Inside Out, dove hanno deciso di investire su un gruppo di ragazzi dal talento indiscusso e dal futuro brillante. Statene certi. Ascoltatelo, ascoltatelo ed ascoltatelo fino allo sfinimento. Ancora ed ancora...ancora ed ancora, fino a quando non entrerà nelle vostre vene mischiandosi al vostro sangue, come è successo a me. Straconsigliato.



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
83 su 3 voti [ VOTA]
rockgirl
Mercoledì 20 Luglio 2016, 22.33.54
5
Ottimo album!!!
GT_Oro
Mercoledì 20 Luglio 2016, 8.42.11
4
@Blacksoul: bello anche quello, ma per me Parachutes ha quel piglio cantautorale più intimo che mi intrippa sempre.
gianmarco
Mercoledì 20 Luglio 2016, 2.02.33
3
però ,viste le leggendarie bands citate darò un ascolto .
BlackSoul
Mercoledì 20 Luglio 2016, 0.22.22
2
Parachutes? Io preferisco di gran lunga A Rush of Blood comunque lo ascolterò, bella rece
GT_Oro
Martedì 19 Luglio 2016, 20.37.13
1
Parachutes... ah quanto mi è piaciuto quel disco. Questo me lo ascolto sicuro.
INFORMAZIONI
2016
Inside Out
Prog Rock
Tracklist
1. Calyx
2. Oracles of War
3. Balearic Blue
4. Celestial Spheres
5. Nocturne
6. Pareidolia
7. Crown of Ashes
8. Song Slowly Song (Tim Buckley cover)
Line Up
Khaled Lowe (Voce, Chitarra)
Barnaby Maddick (Voce, Chitarra)
Dan Knight (Tastiere, Synth)
James Leach (Basso)
Jaime Gomez Arellano (Batteria)
 
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