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Karma - Karma
23/07/2016
( 1359 letture )
C’è stato un momento preciso nel quale il movimento metal italiano sembrava sul punto di esplodere. Un momento nel quale tutta la scena sembrava pronta a fare il passo decisivo in avanti. Non solo la forza del movimento hardcore, da sempre spina dorsale dell’alternativa "rumorosa" in Italia, ma anche il metal classico (Death SS, Strana Officina, Crying Steel, Steel Crown, Dark Quarterer), il thrash (con Extrema, Broken Glazz, In.Si.Dia e Alligator), l’hard rock (Vanadium, Sharks, Elektradrive, Royal Air Force), piuttosto che le derive ancora più estreme (Bulldozer, Necrodeath e Schizo) e il nascente movimento black (Necromass, Mortuary Drape). Una quantità enorme di gruppi stavano nascendo e stavano portando il vessillo del Made in Italy finalmente verso un riconoscimento superiore che ci avrebbe potuto emancipare dall’essere la patria della pizza, del mandolino e della musica melodica legata al bel canto e alla tradizione napoletana, così ben sintetizzate nel "moderno" da San Remo e dalla sua cerchia di produttori, autori, sponsor. Cosa mancava alla scena metal in Italia per fare il salto? Qualcuno dirà il pubblico, qualcuno dirà dei produttori all’altezza, qualcuno dirà un circuito di locali degni di questo nome. Qualcun altro dirà: case discografiche major che facessero fare il salto di qualità in tutti i termini alle band italiane, consegnandole al mondo del professionismo e tirandole fuori dalle cantine, tanto nei fatti, quanto nella mentalità e un canale media in grado di esaltarne le gesta e trasmetterle al pubblico italiano facendolo innamorare di questa generazione di nuovi eroi. Sia quel che sia, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, la situazione sembrava davvero pronta al Big Bang. Fu così che anche il genere alternative che proprio in quegli anni prendeva piede negli States e nel Regno Unito, sbarcò in Italia, coinvolgendo numerose band, tra le quali fecero ottima mostra di sé i milanesi Karma.

Formata nel 1990, la band aveva le idee dannatamente chiare e scelse un filone espressivo che in Italia non esisteva di fatto, ma che poteva godere di un background nazionale preciso. Parliamo sia del filone psichedelico, componente questa che persino l’Italia di fine anni 60 e inizio anni 70 aveva ampiamente masticato, sia del filone hard rock, che comunque nel decennio ottantiano aveva gettato qualche radice. I Karma fecero però un ulteriore passo in avanti, che li rese a loro modo unici nello Stivale, inglobando tanto le influenze grunge allora in auge (e d’altra parte il substrato psichedelico ben si sposava con queste sonorità e basti pensare ai primi Soundgarden per rendersene conto), quanto quelle stoner che attraverso Monster Magnet e Kyuss cominciavano a diffondersi a livello mondiale. Anche in questo caso, la mediazione del movimento psichedelico fu naturale e fondamentale. Proprio con la band di Josh Homme i Karma condivisero un evento particolare, come la partecipazione live ad una trasmissione dell’allora splendida Videomusic, vero e proprio organo mediatico per la diffusione del rock a livello local/nazionale. Le esibizioni live in studio delle due band colpirono moltissimo l’immaginario di tanti ragazzi dell’epoca e il fatto che i milanesi avessero scelto la via apparentemente più difficile, ossia quella del cantato in italiano, si rivelò invece essere un ulteriore elemento di rottura e di fascino, che contribuì ad attirare su di loro l’attenzione. L’album di debutto era già stato registrato in gran parte con i testi cantati in inglese, ma non fu mai pubblicato e sarà poi invece nuovamente rimaneggiato e dato alle stampe ufficialmente con i testi in italiano, attraverso la Ritmi Urbani, sottoetichetta della gloriosa Ricordi Records. Un elemento questo da non sottovalutare. L’importanza di Videomusic non si fermerà alla sola esibizione live in studio, ma perdurerà ancora nell’heavy rotation a cui saranno sottoposti i video tratti dai singoli del disco, La Terra e Sunflower.
La forza di Karma stava tutta in un percorso coerente, che si muoveva tra hard rock, psichedelia, grunge, stoner, ritmi tribali e percussioni, sitar e conseguenti richiami alla tradizione e alla iconografia indiana. Tutti elementi che andavano a comporre un quadro ampio e dal largo respiro, eppure filtrati da una evidente italianità e da una personalità comunque tutt’altro che secondaria e che consentivano al pubblico italiano, tanto quello di "settore" quanto quello "generalista", di trovare nella musica dei Karma elementi già conosciuti e familiari, che ne facilitavano la fruizione. Un approccio questo che sarà tentato anche dai nascenti Tiromancino e Ritmo Tribale (non a caso Andrea Scaglia è ospite su Una Stella che Cade) e da molte altre band successive, ma con minor successo e questo la dice lunga sulle potenzialità che i Karma avevano sollevato. L’album in sé contiene numerosi richiami a sonorità internazionali e, ad esempio, è difficile non riscontrare nel cantato di David Moretti, così ispirato, roco e sensuale, molto evocativo, evidenti richiami a Dave Wyndorf dei Monster Magnet, band ispiratrice anche del primo singolo La Terra e nella formazione che vedeva il cantante chitarrista affiancato da un solista dalle sonorità liquide e votato all’assolo/fuga e da una sezione ritmica solida e completata da un percussionista fondamentale nel connotare le ritmiche con sonorità etniche e tribali. Da non sottovalutare infine l’estrema melodicità delle linee vocali, tutte molto ben caratterizzate e cantabili, un aspetto, questo, che in Italia non sempre ha ricevuto la giusta attenzione, eppure assolutamente credibili nel loro essere comunque "hard" e non legate alla tradizione pop italiana, alle quali faceva da contrasto una musica comunque fortemente riff-centrica che assolutamente non lesinava in distorsione e potenza, ottimamente coadiuvata da una produzione praticamente perfetta e di livello superiore a quella di tante altre band della scena.
Sonorità liquide e psichedeliche aprono Astronotus, breve ed evocativa intro che lascia presto il posto al riff rovente de Lo Stato delle Cose, pezzo piuttosto aggressivo dominato dalle chitarre e dal cantato filtrato di Moretti, che da subito sfodera un testo amaro e un ritornello da urlare al cielo, con Bacchini che inizia a scaldare le dita. Molto bello e decisamente più cadenzato il riffing di Il Cielo, nella quale Moretti distende tutta la propria qualità interpretativa e Viti esalta il proprio lavoro al basso. Ottimi il refrain e il testo che piano piano scavano il loro spazio nella testa dell’ascoltatore. Si torna a ritmi decisamente più arrembanti ed aggressivi con Samsara, brano tra i più significativi dell’album anche per l’insistito uso delle percussioni, dal riffing tagliente e concitato che lascia comunque spazio ad un bridge e un refrain ossessivi e vincenti, con un gran bel break dopo il secondo ritornello. Sonorità psichedeliche e grunge caratterizzano invece Cosa Resta, nella quale comunque la strofa si regge su un insistito e opprimente riff chiuso che si apre all’altezza del bridge liberando l’ennesimo ritornello dall’immediata dipendenza per un brano che conferma comunque la capacità di creare canzoni potenti e ricche di arrangiamenti di qualità, ma compatte e dotate di melodie vincenti. Il sitar e le percussioni conducono Mantra, che altro non è che una preghiera a Shiva intonata da Moretti, la quale evolve e libera poi il giro di basso e chitarra di La Terra, primo singolo estratto dall’album, dotato di un riff vorticoso e irresistibile e un cantato evocativo che non lascia scampo. Ancora psichedelia, stavolta più veloce e caratterizzata dalle percussioni, con Sunflower, che conserva comunque il cantato in italiano e i richiami alla religiosità indiana che caratterizzano quasi tutti i testi del disco; si segnala l’ennesimo buon assolo di Bacchini, che pur senza toccare livelli tecnici particolari, riesce sempre ad inserirsi in maniera puntuale, valorizzando il brano. Splendido e di chiara matrice grunge il riff di Sabbia, una delle canzoni che più testimonia la personalità della band, capace di utilizzare sonorità internazionali per confezionare una canzone che risulta comunque del tutto propria. Altra bordata quasi-thrash con Una Stella che Cade, scheggia impazzita e breve che lascia il terreno a Il Volo, nuovo brano portante del disco, col suo riffing terroso e il basso in evidenza, mentre La Differenza sfodera una sequenza di accordi che i Soundgarden dell’epoca avrebbero adorato, praticamente perfetti per finire su Superunknown e l’ennesima linea melodica azzeccatissima, con assolo in evidenza. Nel saliscendi emotivo del disco tocca quindi a Nascondimi, con la sua apparente dolcezza, chiudere una seconda parte di album decisamente veemente ed aggressiva, che ben si presta a non far cadere l’attenzione dell’ascoltatore. Il brano riprende molte delle caratteristiche latenti del disco, con le chitarre acustiche, le percussioni, i richiami indiani e la psichedelia dell’approccio generale a cui si contrappone il cantato in italiano che ben coadiuva una melodia che potrebbe avere un antenato nella nota Norwegian Wood dei Beatles, ma ha poi un’evoluzione del tutto lontana dal pop, mostrando dei crescendo imponenti ed emotivamente affascinanti, con una seconda parte splendida che ricorda Mother Love Bone e Pearl Jam. Chiude infine la reprise di Astronotus, congedandoci con le sue sonorità acquatiche e spaziali di grande effetto e spessore, con una esplosione centrale da antologia, a conferma del valore dell’intero platter, dall’inizio alla fine.

Seppur cantato in italiano, Karma è senza dubbio un disco di livello internazionale sotto ogni altro aspetto. La qualità dei brani, la performance strumentale, l’ottima vocalità di Moretti, la solida identità e personalità della band fortemente radicata in un background omogeneo e di largo respiro, i richiami a sonorità internazionali mediati da una fruibilità che rendevano il disco appetibile anche per un pubblico più ampio di quello di settore, l’appoggio dei media e in particolare di Videomusic e la solidità del rapporto contrattuale a livello discografico, rendevano i Karma uno dei gruppi di punta in Italia e difatti sin da subito il riscontro in termini di vendite fu più che promettente. Eppure, nonostante tutto, qualcosa non funzionò a dovere e, dopo un secondo album decisamente rivolto a sonorità space rock, la band si sciolse senza lasciare traccia di sé, salvo poi affrontare altri progetti e avviare una reunion nel 2010, a tutt’oggi priva di riscontri discografici. Il nome dei milanesi è pressoché dimenticato e oscurato dal tempo, tanto che risulta difficile anche soltanto trovare qualcuno che li ricordi. Un vero peccato, perché nei solchi di Karma si cela uno dei dischi di maggior spessore dell’epoca per l’Italia e non solo. Carico di fascino e soggetto a molteplici chiavi di lettura, l’album gode del talento di scrittura di una band ingiustamente sottovalutata e che anche a livello lirico era riuscita a creare una propria cosmogonia significativa e capace di ammaliare. Brani come quelli qua contenuti, per quanto alla fine abbastanza semplici nella struttura, continuano a dimostrarsi ricchi da un punto di vista degli arrangiamenti e capaci di reggere a distanza di oltre vent’anni dalla loro pubblicazione, rivelandosi tuttora al passo con i tempi e staccati dalla realtà che li ha visti nascere, per restare fruibili a tutti, con la loro alternanza di potenza e melodia. Assolutamente da riscoprire, sarebbe un peccato lasciarli all’oblio.



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
86.5 su 2 voti [ VOTA]
Nowhere
Venerdì 9 Marzo 2018, 1.20.02
13
Grandissimi! Avevo 15 anni quando comprai la cassetta dopo averli visti in TV a roxibar...Due album strepitosi che hanno arricchito il mio budget musicale molto più di tanti Dei del rock! Visti dal vivo 2 volte a Pistoia..Pacho mi chiedesti una cartina Unico rammarico non possiedo i cd ma le cassette che tengo in cassaforte! Grazie Pacho grazie Karma! 🙏
pacho
Sabato 29 Ottobre 2016, 17.40.05
12
ciao a tutti, leggo ora questa bellissima recensione . sono pacho il percussionista dei karma. propio ieri sera ho assistito al realease party dei mie amici destrage e diverse persone tra il pubblico mi fermavano per parlarmi dei karma. io eri per sentire le mie percussioni sul nuovo disco dei destrage e sono rimasto sorpreso nel vedere così tanto affetto. i complementi fanno sempre piacere . voglio ringraziarvi a tutti per le belle parole , per l'affetto e la stima. complimenti per le belle recensioni , pace e amore. PACHO
Third Eye
Martedì 26 Luglio 2016, 9.42.39
11
Un'ottima band italiana che non ha avuto probabilmente le attenzioni che meritava. Credo che rispetto ad altre bands nostrane degli anni '90 abbiano fatto uno sforzo in più per distinguersi e riuscire a creare uno stile che fosse relativamente personale (a tal proposito, non capisco quali sarebbero i punti di contatto con gli Alice in Chains...!!).
VomitSelf
Lunedì 25 Luglio 2016, 22.40.02
10
Cavolo cosa avete tirato fuori, i Karma! Li vidi ai tempi in un qualche festival che ora su due piedi non riesco a mettere a fuoco, circa 20 anni fa. Li ricordo una grande band. Si sentiva moltissimo l'influenza di 'tali' Alice In Chains.
Screamforme77
Lunedì 25 Luglio 2016, 19.26.07
9
Lo avevo su una cassetta registrata che ascoltavo allo sfinimento proprio il periodo che era da poco uscito. Album bellissimo. Grazie per averli menzionati nonostante li ricordano in pochi, perché lo meritano !
Vittorio
Lunedì 25 Luglio 2016, 9.46.14
8
Questo e il successivo, gran bei dischi. Ho avuto la fortuna di vederli dal vivo, di spalla agli Afterhours.
Anders
Domenica 24 Luglio 2016, 13.12.09
7
Lo avevo in cassetta e fortunatamente, questo e il successivo Astronatus, li ho trovati successivamente in cd. Grande band, gli Alice In Chains italiani.
Daniele
Domenica 24 Luglio 2016, 2.15.07
6
Bellissima recensione davvero,come avevo già detto in una recensione di un vecchio album dei timoria,in Italia in quel periodo c'erano delle grandi band che sfornavano grandi dischi come questo.
MyCoven
Sabato 23 Luglio 2016, 15.02.12
5
Complimenti al recensore anche per aver rispolverato questa chicca.
MyCoven
Sabato 23 Luglio 2016, 15.00.39
4
Favoloso, sia questo che il successivo. Li vidi al Bloom per puro caso in quegli anni.....più che un concerto un viaggio
MyCoven
Sabato 23 Luglio 2016, 15.00.38
3
Favoloso, sia questo che il successivo. Li vidi al Bloom per puro caso in quegli anni.....più che un concerto un viaggio
Rob Fleming
Sabato 23 Luglio 2016, 12.50.13
2
L'avevo su cassetta e non l'ho mai più trovato su cd. Lo ricordo come un gran bel disco davvero. E un video passava anche su Videomusic. Decisamente altri tempi. Peccato che non abbiano avuto il benché minimo riscontro. Ma in Italia - vedi i commenti su 2020 dei TImoria - un certo tipo di rock non fa proprio breccia. 80
galilee
Sabato 23 Luglio 2016, 11.28.50
1
Me lo ricordo. Era un gran nel disco.
INFORMAZIONI
1994
Ritmi Urbani
Psychedelic Rock
Tracklist
1. Astronotus
2. Lo Stato delle Cose
3. Il Cielo
4. Samsara
5. Cosa Resta
6. Mantra
7. La Terra
8. Sunflower
9. Sabbia
10. Una Stella che Cade
11. Il Volo
12. La Differenza
13. Nascondimi
14. Astronotus
Line Up
David Moretti (Voce, Chitarra, Sitar)
Andrea Bacchini (Chitarra)
Andrea Viti (Basso, Voce)
Alessandro “Pacho” Rossi (Percussioni)
Diego Besozzi (Batteria)

Musicisti Ospiti
Andrea Scaglia (Voce su traccia 10)
Manuel Agnelli (Voce su traccia 13)
 
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